da
Slow Food di Anna Demarin
settembre 2004
Al
terzo piano del primo raggio della casa circondariale di San Vittore a Milano
ha sede la redazione di Due, il giornale online che dal 1998 viene realizzato
all'interno del carcere.
Tra le ultime novità editoriali anche un cd
multimediale dal titolo Avanzi di galera. Ricette e briciole di vita del carcere,
che offre un insolito spaccato della vita nelle patrie galere attraverso le «ricette
dei poco di buono». I
detenuti di San Vittore raccontano la loro quotidianità e svelano non solo
cosa si mangia, ma anche come.
«Non è come nei film americani.
Non c'è una mensa comune.
In carcere si mangia in cella, chiusi,
con orari da ospedale.
Se va bene si è in quattro, se va male in sei,
otto e così via. Ma questo è un altro problema.
Il fornello
per scaldare è generalmente a trenta centimetri dallo scarico della turca.
I coltelli non esistono.
La materia prima, (quello che si può acquistare
da "dentro") in generale è scadente.. Sarà
che i cattivi devono essere di bocca buona».
Per sfuggire alla pessima
qualità del vitto che passa l'amministrazione penitenziaria i detenuti
hanno appreso l'arte tutta italiana di arrangiarsi, cucinando con semplici ingredienti
e pochi utensili a disposizione: per molti è stata una vera rivoluzione
culturale, considerando il fatto che la maggior parte di loro non aveva alcuna
dimestichezza culinaria.
Così il cibo, una delle poche cose permesse
entro le mura delle carceri, ha acquistato nel tempo un'importanza straordinaria
e una propria valenza sociale e culturale: durante i pasti i detenuti vivono momenti
di convivialità, solidarietà e confidenze e grazie a una buona cena
possono in qualche modo alleviare la sofferenza e la solitudne della vita dietro
le sbarre.
C'è chi ricorda una cena offerta dai compagni di cella,
al suo primo giorno di galera: «quel piatto aveva un gusto particolare,
come uno squisito vino invecchiato trovato per caso in una vecchia cantina fatiscente».
Nel
cd i detenuti presentano le loro ricette, spesso ispirate ai ricordi della cucina
di casa e - a testimonianza di una presenza crescente di extracomunitari nelle
prigioni italiane - tanto contaminate dai sapori della cucina araba, magrebina,
sudamericana, slava, da dare origine a una sorta di meticciato gastronomico.
Trentacinque
piatti in tutto, sfiziosi e di poco costo, tipici del recluso dai gusti forti,
tra i quali il cavolfiore del cellone e le zucchine in salsa per l'ergastolano,
gli spaghetti alla disgraziata, l'imbroglio di pollo al nero e il caffè
rigorosamente alla napoletana.
Navigando da un link all'altro, accompagnati
dalle musiche di De André, Gaber e Fred Bongusto, dalle ricette si passa
a una poesia sulla sbobba, dalle istruzioni per costruire un "fornellino"
con carta di giornale alle interviste ai detenuti.
Il
risultato è un lavoro originale, in cui il cibo è un espediente
per parlare della vita carceraria, delle sue durezze e contraddizioni, in forma
riflessiva, autoironica e serena, ma pur sempre velata d'amarezza.