da
Panorama di Giacomo Amadori
Roma, 30 gennaio 2007
La
usano 2 milioni di italiani, che spendono oltre 4 miliardi di euro
all'anno. E fra gli esperti cresce un allarme: come saranno i vertici
del Paese di domani?
Il
pilota d'aereo e la babysitter, il medico e il camionista,
la maestra d'asilo e il politico, il bancario e il broker.
Mestieri diversi di persone a cui affidiamo quotidianamente la nostra
vita o quella dei nostri bambini, i nostri risparmi o i nostri beni.
Uomini e donne che in alcuni casi nascondono un vizio che li rende
del tutto inaffidabili, a volte pericolosi: sono cocainomani.
«È
una droga che modifica il codice etico, che disinibisce, toglie
la paura e dà il gusto del rischio, magari in mestieri dove
sarebbero necessarie calma e riflessività» avverte
Furio Ravera, psichiatra e psicoterapeuta, direttore sanitario del
Crest, centro milanese specializzato nel trattamento dei
disturbi da abuso di droghe e autore del libro Un fiume di cocaina
(Rizzoli), in libreria dal 7 marzo.
Recentemente si è rivolta al Crest una donna chirurgo
che opera nell'hinterland milanese.
Per fare carriera accetta i turni di notte, ma la sua è una
lucidità drogata, come la sua mano.
E ora rischia di fare la fine di quel collega morto di overdose
a Milano nei mesi scorsi.
Una storia come mille altre in Lombardia, dove ormai «le interazioni
sono influenzate dalla cocaina» assicura Ravera «in
tutti i campi».
«Chi fa uso di questa droga è ben inserito nella società
e impone modelli di azione temerari e aggressivi».
Nel suo ultimo libro un capitolo è dedicato proprio al collegamento
tra «bamba» e violenza, spesso domestica: «La
cocaina rende cattivi, sadici, perversi».
Oltre
ogni limite
«Uno dei nostri pazienti, un agente di viaggio, ci ha raccontato
che dopo avere "pippato" usciva per cercare la rissa,
per vedere il sangue, colpire con il cric nascosto sull'auto»
racconta Roberto Bertolli, collega di Ravera e presidente del Crest.
Secondo lui la cocaina porta a galla patologie psichiche latenti,
in particolare il disturbo di personalità border line.
E così il pericolo si annida ovunque.
Per questo Bertolli preferisce non uscire il sabato sera, diffida
delle auto che procedono a zig zag nella notte, non discute ai semafori.
Ha paura della società «cocainizzata» perché
ne riconosce gli estremi, gli eccessi.
Nel reparto gestito da Ravera e Bertolli presso la clinica Le
Betulle di Appiano Gentile (Como) si disintossicano 250-300
pazienti l'anno.
In Lombardia è considerata la casa di cura dei vip (700 euro
al giorno per una decina di giorni di terapia): accoglie politici
in carriera e banchieri insospettabili, industriali (i primi pazienti,
trent'anni fa) e attori.
Ma qui si misura la profondità dell'abisso.
Si scopre che nelle famiglie i figli hanno iniziato a picchiare
le madri, superando uno degli ultimi tabù della nostra società.
Dalle Betulle è passato il giovane di Varese che ha
sterminato la famiglia a colpi di fucile e l'imprenditore che, preda
della paranoia, si è calato dalla grondaia di casa nudo e
con due pistole.
«Un noto industriale, dopo avere sniffato, si legava al letto
con un paio di manette per non stuprare la figlia» aggiunge
Bertolli.
In passato alcuni pazienti sono entrati alle Betulle portando
con sé filmati pedopornografici nascosti in computer
e iPod. Per questo ora pc e simili restano fuori dalla clinica.
«Per colpa della cocaina si varcano soglie da cui è
difficile tornare indietro» aggiunge Ravera.
Sesso estremo, incesto, pedofilia, ogni fantasia rischia di diventare
realtà.
Vengono amplificati i difetti nell'area del sesso e della personalità.
Sino ai casi limite.
«Non mancano gli assassini che agiscono sotto l'effetto della
cocaina» cita lo psichiatra e criminologo Massimo Picozzi
«dalle Bestie di Satana a Stefano Diamante, che uccise la
madre per non rivelarle gli insuccessi scolastici».
Sino a Pietro De Negri, detto il «canaro», che imbottito
di droga seviziò per ore, facendola a piccoli pezzi, la sua
vittima.
Invasione
dal pianeta cocaina
Negli anni Ottanta c'era un telefilm dove gli alieni cattivi avevano
le stesse sembianze dei terrestri.
La stessa cosa succede con la «colombiana», che prima
di dare segni esteriori (per esempio un aspetto trascurato) ha una
latenza di circa dieci anni.
Chi la usa è uguale a tutti gli altri. 
Secondo l'indagine Ipsad (85 mila questionari anonimi nel 2005)
del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) 2 milioni di italiani
hanno provato la cocaina nella loro vita, 700 mila (270 mila solo
in Lombardia) l'hanno utilizzata almeno una volta nel 2005, 300
mila un po' più frequentemente.
Un vizio che costerebbe
(«È l'ipotesi minima di spesa» sottolineano al
Cnr) 4,2 miliardi di euro l'anno.
Non allarmano meno i dati di Prevo.Lab, l'osservatorio della Regione
Lombardia affidato alla Asl di Milano e diretto dal dottor Riccardo
Gatti.
Da due anni ipotizza previsioni e scenari sulla diffusione delle
droghe, analizzando dati propri e istituzionali.
A dicembre Gatti ha presentato l'ultimo dossier: «Nel
2009 i consumatori italiani aumenteranno del 40-50 per cento»
ha calcolato.
Un trend in linea con quello degli ultimi sette anni, dove
l'uso di polvere bianca è cresciuto costantemente e in particolare
in Lombardia: qui, dal 1998, l'utilizzo è aumentato del 17
per cento (11,3 in Italia, secondo l'Istituto superiore di sanità).
E, secondo il 63% degli oltre 200 esperti intervistati da Prevo.Lab
in tutta Italia, la parabola è in salita.
«Tra i tossicodipendenti che si sono rivolti nel 2006 ai quattro
Sert cittadini il numero dei cocainomani ha eguagliato quello degli
eroinomani» annuncia il dottor Roberto Mollica, uno dei responsabili
di Prevo.Lab.
Visti i numeri non è difficile immaginare quanto sia esteso
il dominio di chi controlla il mercato della «neve»,
in particolare la 'ndrangheta calabrese.
«La cocaina sta entrando nei gangli del potere» fa notare
Gatti «e si sta insinuando in modo ricattatorio».
Le organizzazioni malavitose vendono la droga a uomini potenti e
in questo modo li legano a sé.
Ma la «colombiana» si infiltra in modo pure più
sottile, stabilendo un conflitto d'interessi permanente.
Mondi diversi si incrociano davanti a vassoi pieni di polvere bianca:
dalla politica alla comunicazione, alla finanza, molti potenti vengono
uniti da un filo bianco.
«È una specie di setta» continua Gatti «un
club esclusivo, i cui membri si scambiano notizie sensibili, magari
durante i droga party».
Come quel paziente che ha ceduto importanti segreti industriali
al suo pusher o quei banchieri che si approvvigionano dai
loro broker e li ricambiano con informazioni.
«Quello di lasciare la società nelle mani delle organizzazioni
criminali è un problema reale» conferma Riccardo De
Facci, responsabile nazionale del Cnca, il coordinamento delle comunità
d'accoglienza che si occupa di circa 7 mila tossicodipendenti all'anno.
«Conosco un agente immobiliare che ha ceduto alla malavita
la sua attività e so che un noto avvocato cocainomane ha
dovuto uscire dal giro che conta per occuparsi esclusivamente della
difesa delle cosche».
Per
De Facci non sono pochi i consumatori che hanno iniziato a mantenere
il proprio vizio pagando «in natura», ovvero in «prestazioni
lavorative» o notizie.
Una rete sempre più estesa, in cui anche il consumatore può
diventare spacciatore e guadagnare molto denaro.
Come, talvolta, dimostrano le fuoriserie che sfrecciano nelle notti
milanesi: alla guida lo studente o il barista, unico requisito un'agenda
fitta di nomi.
Morti
troppo bianche
A volte la purezza può essere un difetto.
«In queste settimane a Milano sta circolando una cocaina dal
principio attivo elevatissimo» avverte Fabio Bernardi, capo
della narcotici della squadra mobile cittadina.
«Qualcosa sta cambiando, sembra che la new economy
della droga abbia bisogno di un mercato di tossicodipendenti consolidato,
come avveniva per l'eroina vent'anni fa».
E per raggiungere l'obiettivo si inducono nuovi bisogni.
La «bamba» non si sniffa più solamente, si fuma
o si inietta in vena, magari si mescola con altre sostanze.
Al centro antiveleni di Milano sono particolarmente preoccupati:
«Nei casi di intossicazione causata da una sola sostanza la
cocaina ha soppiantato l'eroina: 495 casi contro 165 (su un totale
di 733) nel biennio 2004-2005» spiega la direttrice Franca
Davanzo.
«In più c'è il problema di chi utilizza più
sostanze contemporaneamente.
Questo aumenta la tossicità e causa reazioni imprevedibili,
rendendo più difficile il nostro intervento».
All'Istituto
di medicina legale di Milano calcolano: il 10 per cento degli esami
tossicologici su morti per omicidio, suicidio, incidente stradale
e overdose rivela nel sangue tracce di «neve».
«Rischiamo di farci trovare impreparati come quando esplose
il fenomeno eroina» avverte il professor Franco Lodi, direttore
della sezione di tossicologia dell'Università di Milano.
Per Lodi la diffusione va combattuta ovunque, in particolare sui
luoghi di lavoro, dai cantieri ai mezzi di trasporto, dove la cocaina
e gli ormoni vengono assunti anche per sopportare la fatica e, a
volte, possono causare le morti bianche.
«Chi fa il gruista o il tranviere e si droga non va licenziato,
ma sarebbe meglio venisse trasferito in portineria o all'ufficio
postale» conclude Lodi.
La legge che prevede i controlli esiste, ma la politica non ha ancora
stabilito quali siano le categorie da mettere sotto osservazione.
Anche perché quando sotto esame (da parte delle Iene)
sono finiti i parlamentari, è scoppiato il finimondo.
E così la previsione più difficile riguarda proprio
il manovratore: gli esperti si interrogano su che cosa ne sarà
tra dieci anni di questa classe dirigente, spesso tenuta in piedi
dalla cocaina.
Prova a immaginarlo Ravera: «Ho visto un professionista quarantenne
con i lobi frontali del cervello ridotti come quelli di un ottantenne
malandato.
Senza calcolare lo sfiancamento delle pareti cardiache e del sistema
circolatorio.
Il peso di questa epidemia sul nostro sistema sanitario sarà
devastante».
Intanto negli ospedali di Milano sono diventati routine gli
esami tossicologici per quelle che appaiono come morti naturali:
dall'ischemia all'infarto, all'ictus.
Perché a volte la fine arriva avvolta in una «polvere
di stelle», come George Gershwin chiamava la cocaina.