Non
serve punire ma curare
Da
Il Messaggero di Luigi Cancrini
Roma, 24 Settembre 2003
Dispiace dirlo ma c'è sapore di cose già sentite
nel discorso di Fini sulla droga.
L'idea di punire il consumo è ancora più assurda
di quella su cui si basava la legge (modificata nel 1975 da
una grandissima maggioranza dei nostri parlamentari) che puniva
"la detenzione a qualsiasi titolo" delle sostanze
stupefacenti e che non faceva alcuna distinzione fra sostanze
pericolose e sostanze che lo sono oggettivamente di meno. |
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Il
caso emblematico dei disastri determinati da quella situazione legislativa
resta per me quello del diciottenne sorpreso mentre si faceva
per la prima volta, che si fece per questo due anni in carcere e
che ne uscì dipendente da eroina morendo di Aids quindici
anni dopo.
L'idea di trattare come un delinquente colui che è vittima
del commercio illegale di droga, del resto, è un'idea che
non verrebbe mai in mente a chi di tossicodipendenti ha avuto la
fortuna o la sfortuna di occuparsi.
Trattarlo come un delinquente, come una persona che commette un
reato nel momento in cui cerca aiuto nell'uso di una sostanza, significa
infatti spingerlo sulla strada, estremamente pericolosa, della negazione
e della clandestinità.
Significa, anche se si dice il contrario, allontanarlo dai servizi
perché nulla terrorizza il tossicodipendente come l'idea
di essere schedato.
La semplificazione sbagliata su cui si basa il progetto di legge
che punisce il consumo delle droghe è quella legata all'idea
per cui il consumo di droghe è voluttuario, volontario, deciso
consapevolmente da chi lo fa.
Chiunque abbia lavorato con i tossicodipendenti sa che il problema
sta tutto qui, nella loro incapacità di comportarsi da persone
libere.
Dire che una persona è schiava dei suoi bisogni significa
semplicemente dire che questi bisogni sono più forti di lei.
Curarla vuol dire trovare altri modi di rispondere a questi bisogni
all'interno di un progetto di terapia: una terapia che si basa sempre,
inevitabilmente, sul riconoscimento della precarietà degli
equilibri vissuti da una persona che sta male, sul tentativo di
darle una speranza e di costruire con lei degli equilibri nuovi.
Sapendo che nessun aiuto è possibile dare mai a uno che non
si fida di te, a uno che non guarda con fiducia all'intervento che
gli proponi, a uno che non ti sente dalla sua parte: e capace, dunque,
di riconoscere la profondità della sofferenza alla base del
suo star male e della sua ricerca sbagliata di aiuto nelle droghe.
Il fronte che si era compattato dalla fine degli anni Settanta intorno
alle posizioni dell'Onu e, più recentemente, dell'Unione
Europea era un fronte basato sulla necessità di distinguere
in modo netto, inequivocabile, il crimine del traffico dal dramma
del consumo e della dipendenza. Difendere i giovani dall'uso delle
droghe ha significato, da allora, soprattutto capacità di
combattere con tutta la dovuta energia le organizzazioni internazionali
che si occupano di eroina, di cocaina e di nuove droghe.
Ha significato, più in particolare da noi, combattere con
tutta la dovuta energia la possibilità di riciclare il denaro
sporco proveniente dalle attività illecite.
Troppo poco si è riflettuto, a mio avviso, da parte del governo
di centro-destra, sul modo in cui la legge sul rientro dei capitali
ha favorito, direttamente o indirettamente, questo passaggio vitale
per i traffici di droga nel mondo.
Essere riusciti a spostare la severità del legislatore dai
trafficanti alle loro vittime non sarebbe un buon bilancio per un
governo che vorrebbe fare della lotta alla droga uno dei punti forti
della sua azione nei prossimi mesi.
C'è sempre qualcuno che pensa, quando si parla di questi
problemi, che la minaccia possa funzionare da deterrente per gli
adolescenti e i giovani che non hanno ancora mai usato droga.
L'esperienza concorde dei paesi in cui questo giro di vite è
stato già tentato dimostra che le cose non vanno affatto
così.
L'uso degli spinelli è più diffuso e più facile
negli Usa che lo hanno proibito che in Olanda dove si è arrivati
a regolamentarlo.
Chi conosce la psicologia dell'adolescente e la forza dei suoi bisogni
di sfida e di ribellione non si stupisce di queste osservazioni.
Quella di cui abbiamo bisogno sul piano educativo è una informazione
seria, corretta, portata nei luoghi in cui ce n'è maggiore
bisogno.
Quello di cui non c'è nessun bisogno è un terrorismo
cieco, basato sull'odio di chi, come Castelli, auspica la tolleranza
zero, inevitabilmente destinato a creare ulteriori fratture fra
il mondo degli adulti e quello dei ragazzi che crescono in un mondo
che è il loro: diverso da quello degli adulti che tanta difficoltà
dimostrano nel capirne gli orientamenti, le ragioni, le risorse.
Anche in tema di droghe.