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Dossier
- Droga e repressione
| Chi si droga non va in cella |
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Gianni Rossi Barilli
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da
Il Manifesto di Gianni Rossi Barilli Roma, 30 settembre 2004
Lo
ribadisce una sentenza della Cassazione, contraddicendo la «riforma»
Fini e stabilendo che l'uso personale non giustifica la detenzione
La
Corte di cassazione, con una sentenza resa nota ieri, molla un sonoro ceffone
alla «riforma» della legge sulle droghe pervicacemente sostenuta dal
vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini e dal suo partito.  Senza
possibilità di equivoci, infatti, la Cassazione ha stabilito che «il
mero stato di tossicodipendenza non può considerarsi una colpa grave»
e non può in se stesso giustificare la privazione della libertà
personale. I
primi (lividi) commenti provenienti da Alleanza nazionale si sforzano di
sottolineare che la sentenza non contraddice lo spirito del disegno di legge Fini,
già approvato dal consiglio dei ministri e ora all'esame del Senato. In
realtà è vero il contrario, perché secondo la logica della
Cassazione il confine tra uso personale e spaccio di sostanze proibite va accertato
nei fatti, anziché (come prevede la legge Fini) in base a un criterio meccanico
determinato dalla quantità di sostanza detenuta. Il caso su cui i giudici
si sono pronunciati è illuminante. Riguarda infatti il ricorso di un tossicodipendente
di Nocera inferiore (Salerno) che fu arrestato nel dicembre 2001 perché
trovato in possesso di tre bustine di eroina mentre camminava in una zona «che
era ritrovo abituale di spacciatori e drogati». Rimase in prigione per
oltre cinque mesi, prima di essere assolto dall'accusa di spaccio perché
l'eroina che aveva in tasca era per uso personale. A
questo punto chiese un risarcimento per l'ingiusta detenzione, ma la Corte d'appello
di Salerno glielo negò, sostenendo che la sua condizione di tossicodipendente
e il contesto ambientale in cui l'arresto era avvenuto giustificavano la carcerazione.
Esattamente questo principio è stato negato in Cassazione, anche se la
Corte ha comunque negato il risarcimento in base al discutibile argomento che
il possesso di diverse bustine di eroina in una zona di spaccio poteva «aver
tratto in inganno» il pubblico ministero che dispose l'arresto. Ha comunque
puntualizzato, come si diceva, che l'attività di spaccio va dimostrata
con dati di fatto e che viceversa il semplice consumo non può essere punito
con la galera. Se la legge Fini fosse già stata in vigore, al protagonista
di questa vicenda giudiziaria la prigione non l'avrebbe levata nessuno, perché
tre bustine di eroina sono una quantità che inserirebbe automaticamente,
senza bisgno di dimostrazione alcuna, nella categoria degli spacciatori. L'unica
alternativa al carcere, nel caso in questione, sarebbe stato un trattamento terapeutico
coatto, che equivale certamente a una privazione della libertà personale.
Con l'aggravante che, secondo Fini e i suoi fans, l'uso di qualunque
sostanza proibita, inclusa la cannabis, merita la cura obbligatoria. Secondo
il presidente di Forum droghe Franco Corleone «è un'ottima sentenza
quella della Cassazione, perché ribadisce il fatto che per uso personale
non ci può essere carcerazione». Si tratta anche, aggiunge Corleone,
di un monito «a quei magistrati che violano la legge, attribuendo l'onere
della prova di spaccio al consumatore. E' questa la ragione per cui sono oltre
18mila i tossicodipendenti nelle carceri italiane, criminalizzati anche per il
solo consumo di cannabis». Perciò la Cassazione ha preso una
decisione importante proprio «nel momento in cui la proposta di legge Fini
prevede la penalizzazione con condanne da 6 a 20 anni anche per i possessori di
pochi milligrammi di cannabis, giudicandoli spacciatori». Domani,
al Senato, le forze di opposizione presenteranno una proposta di legge sulle droghe
alternativa a quella di Fini.
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