| da www.Galilionet.it - Dossier di luglio
Il
metadone come farmaco sostitutivo per la terapia della dipendenza
da eroina fu scoperto casualmente all'inizio degli anni Sessanta
a New York da una psichiatra, Mary E. Nyswander, e suo marito, l'endocrinologo
Vincent P. Dole.
I
due scienziati seguivano presso la Rockfeller University alcuni
eroinomani, somministrando loro morfina endovena a intervalli regolari
in modo da evitare una crisi d'astinenza e allo scopo di studiarne
il comportamento in ambiente ospedaliero.
La morfina venne a mancare per qualche giorno e, per evitare l'interruzione
dell'osservazione e pur con qualche incertezza, fu sostituita con
un oppioide di sintesi, appunto il metadone, somministrato per via
orale.
Già dopo un giorno col nuovo trattamento i due ricercatori notarono
alcuni cambiamenti rilevanti.
I soggetti in studio erano più collaborativi e non mostravano i
tipici sintomi disforici, cioè l'atteggiamento iperreattivo, a volte
aggressivo, in un sottofondo di basso tono dell'umore, di diffusa
insoddisfazione e ripetute lamentele.
Dopo qualche giorno i pazienti avevano assunto un sorprendente comportamento
d'interesse per l'ambiente di degenza e cura della propria persona.
In poche parole, esibivano quei comportamenti tipici nei pazienti
d'ospedale che hanno riacquistato il benessere e, spontaneamente,
ne condividono il piacere con i compagni di stanza, aiutandoli se
e quando necessario e contribuendo fattivamente a mantenere in ordine
l'ambiente di degenza.
Questi
comportamenti apparivano del tutto inconsueti rispetto a quelli
degli eroinomani ricoverati e trattati con morfina, per cui Nyswander
e Dole decisero di tornare al regime iniziale, appunto con morfina.
Il comportamento disforico ricomparve rapidamente, la morfina fu
di nuovo sostituita col metadone e i pazienti riacquistarono l'atteggiamento
collaborativo mostrato durante la prima esperienza.
Questo comportamento "normale" non solo non si riduceva nel tempo,
ma tendeva a rafforzarsi e a strutturarsi, con la cosciente partecipazione
dei pazienti.
Raccontata
così sembra una fiaba. Dole e Nyswander, fatte tutte le prove per
evitare abbagli da artefatti (try hardly to disprove yourself)
si resero conto di aver scoperto qualcosa di notevole e si impegnarono
per informarne la comunità scientifica presso cui, con sorpresa
e amarezza, trovarono spesso un muro di incomprensione.
Sporadici attestati di stima e d'interesse a collaborare vennero
all'inizio da ambienti non accademici.
Un giovane operatore sociale, Henry Joseph, oggi qualificato ricercatore,
che aveva il compito di seguire gli eroinomani rilasciati dal carcere
on parol, cioè con l'impegno della buona condotta, fu il primo a
sperimentare l'impatto del metadone sulle problematiche del quotidiano
di un tossicodipendente.
I soggetti affidati alle sue cure ricadevano in poche ore o pochi
giorni nell'uso di eroina, un motivo sufficiente a interrompere
il provvedimento di clemenza, e non c'era verso di modificare questa
situazione.
I due ricercatori proposero a Joseph di trattare con metadone i
soggetti on parol e, quasi per incanto, essi osservarono che chi
accettava il nuovo trattamento non restava più invischiato in comportamenti
illeciti.
Da subito spariva la compulsione a ricercare e consumare farmaci
al di fuori del metadone e comparivano comportamenti responsabili.
I
dati di Joseph impressionarono alcuni funzionari e politici e Dole
e Nyswander, con la collaborazione di alcuni giovani medici e psicologi,
ebbero l'opportunità di organizzare una rete di ambulatori (le cosiddette
methadone clinics) per il trattamento con metadone a New
York.
La favola, cioè il razionale utilizzo del metadone in chi ne ha
necessità e fino a che ne ha necessità, finisce qui o, meglio, la
diffusione della lieta novella subisce a questo punto un rallentamento
che ancora oggi perdura.
Le
resistenze vennero da diverse direzioni e, cosa che lascia ancora
oggi perplessi noi addetti ai lavori, contro il metadone si schierarono
scienziati, medici, giornalisti, operatori sociali, magistrati e
qualificati rappresentanti delle forze dell'ordine, in aggiunta
ai religiosi, ai politici, agli psicologi, ecc.
Si potrebbe parlare di un numeroso, articolato, vero e proprio partito
trasversale anti-metadone.
Politicamente il metadone è stato definito a fasi alterne farmaco
di destra e di sinistra.
In realtà, i medici e gli altri operatori che ne promuovono l'utilizzo
si attengono a una valutazione obiettiva dei dati clinici, indipendentemente
dalle proprie convinzioni politiche.
Tuttavia, spesso, il dibattito fra questi medici e chi "non ha in
simpatia il metadone", o considera che somministrarlo agli eroinomani
cronici equivale a "prescrivere whiskey a un etilista che beve prevalentemente
vino o birra" o a "offrire una donna ad uno stupratore", assume
toni così accesi da fare apparire come ideologia il pragmatismo.
Il
dibattito su un tema che attiene alla salute dovrebbe essere condotto
in modo che le reazioni emotive alle problematiche connesse restino
sempre distinte dagli aspetti tecnici, cioè medici.
In altre parole, se si vuole fare chiarezza sulle cause di una patologia
e sulle risorse reali esistenti per prevenire e controllare queste
cause e per curare la patologia stessa, non si deve far confusione
fra dati scientifici e opinioni, soprattutto se le opinioni sono
di non addetti ai lavori.
Detto questo non tornerò sullo stucchevole e time consuming
dibattito su metadone sì metadone no.
Kraepelin
cento anni or sono definiva il morfinismo cronico come un marasma
della volontà e considerava dei cialtroni coloro che, anche allora,
promettevano soluzioni salvifiche o cure brevi.
Oggi la tossicodipendenza da eroina è definita una malattia cronica
di carattere psichiatrico ad andamento recidivante.
Come la depressione, tanto per intenderci, con la differenza che
la depressione non ha una causa esogena altrettanto ben definita,
mentre ha ben definito il carattere della familiarità.
Non soltanto la tossicodipendenza da eroina ma anche l'etilismo,
il tabagismo e altre forme di tossicodipendenza appartengono al
vasto capitolo delle malattie psichiatriche croniche da agenti esogeni
ad andamento recidivante.
Per
i non addetti ai lavori è concettualmente difficile porre sullo
stesso piano un eroinomane, un cocainomane e un tabagista, meglio
noto come fumatore, e non è immediata la corrispondenza fra fumatore
e cocainomane.
In medicina queste apparenti contraddizioni sono relativamente comuni.
Una diagnosi di ipertensione arteriosa è spesso fatta casualmente
su una persona giovane che non accusa sintomi soggettivi.
L'ipertensione è considerata, per questo motivo, una condizione
al limite fra malattia e stato di rischio per una futura patologia
d'organo (cuore, reni, ecc.); ma, indipendentemente dalla definizione,
è dimostrato che un soggetto iperteso, se non si controllano i suoi
valori pressori alterati, ha un'aspettativa di vita nettamente inferiore
rispetto a quella della popolazione generale.
La pressione arteriosa in alcuni casi può essere controllata con
rigorose misure igieniche, ma nella maggior parte dei casi è necessaria
la somministrazione di farmaci: per tutta la vita. Anche il tabagismo
è sicuramente una condizione di rischio per lo sviluppo di patologie
d'organo come infarto del miocardio, vasculopatie periferiche ostruttive,
broncopneupopatia ostruttiva, tumore polmonare.
Basterebbe smettere di fumare per ridurre, se non addirittura eliminare,
il rischio di sviluppo di queste patologie; cioè, l'accettazione
di una rigorosa misura igienica da parte di un fumatore potrebbe,
teoricamente, risultare superiore all'uso di qualsiasi farmaco da
parte di un iperteso.
Di fatto, i fumatori hanno un'aspettativa di vita di almeno 15 anni
inferiore rispetto alla popolazione generale: nella Comunità Europea
muoiono 500.000 persone all'anno a causa del fumo e il 50 per cento
dei fumatori che ha un infarto dopo tre mesi ha ripreso a fumare.
Per questi motivi il tabagismo è classificato come tossicodipendenza,
che è la perdita del controllo sull'uso di una sostanza che intossica.
La
tossicodipendenza è una malattia o una condizione di rischio?
La risposta è articolata, poiché alcune delle sostanze che inducono
tossicodipendenza producono anche effetti comportamentali alterati
che di per sé configurano una patologia.
Per esempio, la cocaina può indurre una psicosi paranoide che, dopo
una prima fase di sensibilizzazione, ricompare come effetto acuto
a ogni somministrazione del farmaco.
La
sensibilizzazione agli effetti della cocaina, così come la conseguente
psicosi paranoide, sono manifestazioni cliniche connesse all'uso
di cocaina che si possono manifestare indipendentemente dai sintomi
di tossicodipendenza. Nell'abuso di eroina non esistono modificazioni
del comportamento altrettanto drammatiche connesse a un'intossicazione
acuta o cronica.
L'auto-somministrazione ripetuta di eroina induce tolleranza e dipendenza
e, se s'interrompe il trattamento, compare la sindrome di astinenza.
È in astinenza che l'eroinomane presenta la disforia e l'ansia che
condizionano i suoi comportamenti e le sue relazioni sociali; l'assunzione
di una dose ottimale di eroina (adeguata al grado di tolleranza
raggiunto) gli restituisce la normalità.
Anche
il fumatore appare "nervoso" se resta senza sigarette, ma appena
ne fuma una la nicotina gli restituisce la sua normalità.
La distinzione fra condizione di rischio e malattia ha, quindi,
un valore soprattutto speculativo.
Certamente, ciò che maggiormente differenzia l'ipertensione dal
tabagismo è l'esistenza di numerose classi di farmaci antiipertensivi
efficaci che si contrappone alla pressoché completa mancanza di
risorse farmacologiche antifumo. Immaginate un farmaco che preso
al mattino o alla sera prima di dormire garantisse per le successive
24 ore uno stato di non-necessità di fumare, senza conseguenze sul
tono dell'umore, attenzione, appetito, ritmo del sonno.
Sarebbe
un problema prescrivere a un fumatore questo farmaco, anche per
il resto della sua vita, in sostituzione delle sigarette?
Sarebbe "troppo facile", "non risolverebbe il problema alla radice",
dovrebbe questo farmaco guadagnarsi le simpatie di qualcuno o sarebbe
sufficiente dimostrarne l'efficacia per promuoverne l'uso?
Dole, da endocrinologo, teorizzò una stretta similitudine fra la
risposta dei diabetici all'insulina e la risposta degli eroinomani
al metadone e propose l'ipotesi dell'eroinismo cronico come malattia
metabolica.
Un uso prolungato di eroina produrrebbe uno squilibrio metabolico
che solo la somministrazione continua di un agonista oppioide sarebbe
in grado di riequilibrare.
L'ipotesi
è affascinante e ancora oggi, con le opportune correzioni connesse
alle moderne conoscenze di psicobiologia, ha validità.
Certo è che malessere soggettivo e comportamenti alterati sono presenti
nell'eroinomane solo in fase di astinenza.
Come più volte sottolineato, se a un eroinomane viene somministrata
per infusione endovena una dose di eroina sufficiente a prevenire
la comparsa di sintomi di astinenza, finché dura l'infusione l'eroinomane
sta bene ed ha un normale controllo sul proprio comportamento.
L'infusione continua presenta notevoli difficoltà pratiche e può
essere sostituita efficacemente con un farmaco che sia ben assorbito
ed eliminato lentamente dall'organismo.
Il metadone somministrato per via orale è assorbito per il 98% ed
è eliminato molto lentamente.
Il
metadone ha effetti farmacologici molto simili a quelli dell'eroina.
Sicuramente se iniettiamo per endovena a un eroinomane una dose
equivalente di eroina o metadone, non distingue nell'immediato una
dall'altro.
L'effetto dell'eroina dura poche ore perché l'organismo la degrada
ed elimina rapidamente; l'effetto del metadone è prolungato nel
tempo.
L'eroina somministrata per bocca è rapidamente degradata e solo
una minima parte raggiunge il circolo; il metadone ha un assorbimento
orale pressoché completo e il suo effetto dopo una singola dose
orale copre il soggetto per almeno 24 ore. Come conseguenza della
sua lenta eliminazione dall'organismo col metadone si possono ottenere
concentrazioni stabili per 24 ore nel sangue e nel cervello, che
definiamo massimali, sufficienti a neutralizzare l'effetto di una
dose aggiuntiva di farmaci simili, per esempio di eroina.
Questa dose è stata denominata blocking dose ed è utilizzata
per disincentivare l'uso di eroina in quei soggetti che compulsivamente
si auto-iniettano nonostante non avvertano il minimo segno di astinenza.
Questi dosaggi massimali si raggiungono gradualmente in base alla
risposta clinica del soggetto, poiché il metadone, come la morfina
e qualsiasi altro narcotico-analgesico deprime i centri del respiro.
La
depressione dei centri del respiro è la causa della morte da intossicazione
acuta da eroina, la famigerata overdose. A questo effetto compare
rapidamente tolleranza e la blocking dose può essere raggiunta senza
rischi in una-tre settimane. Gli oppiacei, prodotti estrattivi dell'oppio,
e gli oppioidi, loro analoghi di sintesi, non hanno tossicità d'organo.
Non sono tossici per il rene, per il cuore, per i polmoni, per il
fegato.
Inducono
tossicodipendenza se assunti per auto-somministrazione.
Una volta strutturata una tossicodipendenza non è eradicabile. "Once
an alcoholic always an alcoholic", un alcolista resta tale per
tutta la vita, come un eroinomane o un tabagista.
Diventare eroinomane presuppone mesi, se non anni, d'uso ripetuto;
per ricadere nell'uso di eroina bastano uno-due giorni anche dopo
anni di astinenza.
Altrettanto vale per alcool e tabacco.
Per
questi motivi definiamo le tossicodipendenze come malattie croniche
ad andamento recidivante.
Smettere di fumare o di bere è relativamente facile, così come è relativamente
facile smettere di iniettarsi eroina.
Ma non si deve mai commettere l'errore di confondere una fase di remissione,
che può durare anni e che non necessariamente esita in recidiva, con
la guarigione.
La recidiva fa parte del quadro clinico di una tossicodipendenza e
non deve essere vissuta dal medico, almeno da lui, come una delusione
riguardo alla forza di volontà del soggetto.
Fare
una predica a un eroinomane o a un tabagista in recidiva equivale
a sgridare un asmatico perché "anche quest'anno, a primavera, ti
sei ripreso l'asma".
I soggetti trattati con dosaggi personalizzati di metadone a mantenimento
riacquistano il loro equilibrio psicofisico di base, non hanno comportamenti
compulsivi connessi al procacciamento di eroina e, se messi in grado
di svolgere un'attività lavorativa, sono in grado di esprimere al
meglio le proprie capacità produttive.
È per questi motivi che il trattamento a mantenimento con metadone
migliora il grado di socializzazione e riduce la criminalità fra
i tossicodipendenti.
Con l'eliminazione della ricerca compulsiva (craving) dell'eroina,
che è il sintomo cardine di una tossicodipendenza, l'igiene personale
riacquista importanza e il rischio di infezioni si riduce di conseguenza.
Più
complesso è spiegare perché alcune sostanze inducono tossicomania
e chi ne fa uso più o meno rapidamente perde il controllo e la sua
esistenza appare controllata e scandita dall'assunzione di queste
sostanze, indipendentemente dalla loro pericolosità.
Tutti sentiamo la necessità di sentirci protetti dal rischio di
diventare tossicodipendenti, ed è rassicurante ipotizzare che chi
lo è deve essere diverso, in qualche modo tarato rispetto a una
teorica popolazione generale.
Per questo motivo vengono sottolineati, spesso in alternativa, la
necessità di una predisposizione genetica o di un ambiente stressante
e ricco di condizioni frustranti.
Ma
anche il cibo è da considerare una sostanza d'abuso e l'obesità
una forma di tossicodipendenza, per cui si ripete anche che "solo
chi è predisposto diventa obeso".
Che dire, allora, di fronte ad un'incidenza di obesità che supera
il 40 per cento negli adolescenti?
Apparteniamo a una società di tarati?
Negli anni Cinquanta oltre il 50% della popolazione generale fumava,
oggi le stime si sono attestate appena al di sotto del 30 per cento.
L'occasione fa l'uomo ladro, le merendine fanno il bambino obeso,
i tabaccai fanno dell'uomo un fumatore.
È così semplice?
Non è affatto semplice, ma questi sono i termini del problema. Un'affezione
colpisce solo chi è predisposto se l'agente patogeno ha una scarsa
diffusione; ma la società del benessere che ci mette a disposizione
e impone i supermercati, i fast food, i più raffinati tabacchi
e alcolici, una martellante televisione che invita a spendere di
più, sia per il nostro benessere sia per salvare l'economia nazionale,
ci ha anche regalato percentuali mai raggiunte prima di obesità.
Inoltre, per quanto sia difficile sostenere che etilismo e tabagismo
sono tipici di una società del benessere, è ben vero che solo dove
si producono grandi quantità di alcolici l'etilismo si diffonde
e che fu la scoperta dei fiammiferi a sfregamento e delle macchine
produttrici di sigarette che favorirono la diffusione del fumo.
La
farmacologia ci propone nuovi miracolosi farmaci contro il fumo,
l'alcool, l'obesità.
Di fronte alla povertà dei risultati dovuta alla scarsa efficacia
di questi prodotti, si sente ripetere che data la dimensione del
problema anche i piccoli farmaci vanno utilizzati.
In contrasto, di fronte al problema eroinismo, che è definito una
delle piaghe della nostra società, assistiamo alla continua paradossale
demonizzazione del metadone che, appropriatamente utilizzato, potrebbe
risolvere i problemi psicofisici e sociali della maggior parte degli
eroinomani.
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