San
Vittore, 12 aprile 2005
Come si dice "metodo che funziona non si cambia", così un
detenuto albanese Clodian Ndoj di 28 anni (nella foto), in attesa
di giudizio a San Vittore, ha voluto ritentare l'impresa del suo
connazionale Fatmir Bariamaj, che l'estate di due anni fa prese
il largo dal carcere milanese con le stesse modalità.
Come
avevamo
descritto allora, anche questa volta sembra che l'evaso
abbia raggiunto il cortile bucando direttamente la parete della
cella che dà sull'esterno, e calandosi dal quarto piano del sesto
raggio fino
a terra.(la foto con la freccia indica il
6° raggio e il percorso probabilmente compito da Clodian Ndoj)
L'impresa non è per nulla facile, anche se le mura di San Vittore
sono vecchie, rimangono piuttosto spesse, quindi praticarvi un foro
non è un'impresa da poco, oltretutto se si usano mezzi da scavo
rudimentali.
C'è poi il problema del rumore: in un carcere molto affollato picchiare
ripetutamente può attirare attenzioni indesiderate.
Ovviamente Ndoj non ha solo contato sul silenzio se non sulla collaborazione
dei suoi compagni di stanza, ma anche su quella dei vicini di cella,
ai quali non sarà certo sfuggito l'insolito rumore.
In genere si picchia sul muro proprio per richiamare l'attenzione
dei vicini quando si ha bisogno di qualche cosa tipo caffè o sigarette
(dalle finestre del bagno, che sono comunicanti, si arriva a scambiarsi
quello che serve).
Il buco è stato aperto nel bagno, che non è visibile dalla porta
della cella, davanti alla quale passano continuamente sia gli agenti
che tutti coloro che vi si accostano per qualsiasi motivo.
Dal buco l'evaso si è calato per 3 piani fino a terra, con una lunga
fune ricavata da lenzuola appositamente tagliate a strisce e intrecciate
per renderle più resistenti.
Durante la discesa si è molto visibili: bisogna sapere che l'interno
del carcere è illuminato a giorno tutta la notte, con luci che ricordano
quelle degli stadi, se non fosse per il loro colore giallo-arancio.
Una volta arrivato a terra ha poi dovuto evitare i cani da guardia
che girano liberi per l'intercinta: questi sono numerosi e di indole
aggressiva, allenati dalle quotidiane battaglie notturne contro
i ratti del carcere, che hanno la stazza di grossi gatti.
A questo punto ha dovuto superare il muro di cinta, che è alto 12
metri, e che all'interno è rivestito di una lastra di alluminio
in modo da renderlo completamente liscio e non offrire alcun appiglio
o punto d'appoggio agli scalatori.
In più, essendo una lastra di metallo leggero, basta toccarla perché
emetta delle vibrazioni che diffondono un suono da percussione che
non può non essere udito dagli agenti di vedetta sul muro.
E qui arriva il meglio di tutta la vicenda: per guadagnare la sommità
del muro Ndoj sembra non abbia esitato a dirigersi verso la porta
carraia, scalando il muro in prossimità degli uffici della matricola,
gli unici aperti 24 ore su 24, dove si trova tra l'altro il corpo
di guardia che è il centro nevralgico della sorveglianza di tutto
il carcere.
Audacia o disperazione non ci è dato sapere, fatto sta che
ha mostrato un sangue freddo non da poco.
Solo allora pare sia stato finalmente notato da un agente di guardia,
ma era troppo tardi: con mosse feline si è rapidamente calato dall'altissimo
muro ed è fuggito verso via Matteo Bandello.
L'ex direttore Pagano, ora Provveditore alle carceri della Lombardia,
ha detto che gli agenti non possono sparare sui fuggitivi.
Ma gli agenti sul muro di cinta sono armati, e avrebbero potuto
sparare appena, dopo aver intimato l'alt, il fuggiasco avesse scavalcato
il muro... non vi pare?
La logica vorrebbe che, come per i "normali" poliziotti, l'uso delle
armi da fuoco sia possibile anche per la polizia penitenziaria,
che ha certamente a che fare con antagonisti potenzialmente - più
sicuramente, diciamo - pericolosi.
Tantopiù
che in altre occasioni gli agenti di guardia non si sono fatti scrupolo
ad usare le armi: nell'evasione di massa, quella di Vallanzasca
e Alunni (da
noi riportata secondo il racconto che ne ha dato Vallanzasca)
del 1980 sembrava fosse scoppiata la 3a guerra mondiale, furono
esplosi centinaia di colpi di mitra contro gli evasi, anche quelli
non armati.
In ogni caso il fuggitivo tutto questo non poteva certo saperlo,
ed ha corso i suoi rischi infischiandosene del pericolo.
Così è riuscito a far perdere le sue tracce malgrado l'allarme scattato
immediatamente, e la pattuglia all'esterno accorsa subito sul posto,
il che presuppone che forse qualcuno l'attendeva nell'ombra.
L'altro albanese, Fatmir Bariamaj, aveva potuto contare sul vantaggio
di essere scappato l'11 agosto, quando le ferie avevano sfoltito
molto (troppo evidentemente) gli agenti addetti alla sorveglianza,
questa volta invece non è chiaro come nessuno si sia accorto di
nulla fino a che non è stato troppo tardi.
Certo, la notte piovosa ha attutito i rumori e limitato la visibilità,
ma si trattava di una pioggerella da poco che non precludeva di
certo completamente la visibilità.
Clodian
Ndoj era in attesa di giudizio con l'accusa di spaccio di droga,
porto abusivo d'arma, associazione a delinquere finalizzata alla
rapina, e per il tentato omicidio del figlio di un imprenditore
durante una rapina in una villa a Pian Camuno.