Storie
vere
Scesi
dal furgone aiutato dagli agenti di scorta a causa delle catene
che avevo alle caviglie, queste oltre le normali manette fissate
ad una cintura speciale.
Appena
giù sollevai lo sguardo ad osservare quel cielo di piombo, cosi
basso e minaccioso nei suoi colori dell'inverno.
Considerai quel cortile rettangolare circondato da una serie di
costruzioni, respirando a pieni polmoni l'aria pura e frizzante
di dicembre, mentre i miei angeli custodi mi sospingevano all'interno
di quel grande fabbricato, che era il penitenziario di Bochuz, mentre
pensavo alla mia condanna ai lavori forzati.
Mi tennero in osservazione comportamentale per una decina di giorni
senza alcun diritto che non fosse quello di tre giri di sbobba
(pasti) al giorno.
Per tutto quel periodo non potei vedere nessuno, ma radio carcere
funzionava molto bene, così come il passaggio dei vari generi di
conforto attraverso lanci dalle finestre, quasi sotto il naso des
matons (guardiani).
Da quella mattina di dicembre del 1965 era trascorso un anno o poco
più, fin da quel primo momento mi diedi da fare ad allacciare e
riallacciare diverse conoscenze, con l'unico scopo di evadere da
quel posto, ma senza mai dimenticare lo smacco subito per la mancata
cavalle (evasione) dal carcere di Saint Antoine, a Ginevra.
Mi sentivo come una tigre in gabbia, abituata ai grandi spazi della
giungla, con la sua stessa voglia selvaggia di libertà a qualunque
prezzo.
E finalmente
arrivò il giorno in cui ce ne saremmo andati tutti e cinque da quella
galera.
Il progetto era stato messo a punto in ogni minimo particolare.
Quell'ultima notte nessuno di noi riuscì a chiudere occhio, sottoposti
a una tensione incredibile, con la testa che castellava e castellava
senza posa.
Quando i rintocchi della prima campana delle sei rieccheggiarono
nel mattino, ero già in piedi da diverse ore incapace persino di
stare disteso sulla branda.
Alle
sette ci ritrovammo nel corridoio in fila per due, inquadrati come
militari, per essere condotti al lavoro dalle guardie addette ai
vari ateliers (laboratori).
Lavoravo
in tipografia con una quindicina di addetti alle verie mansioni.
Tutti condannati ai lavori forzati, ovviamente, ma niente a che
vedere con le cave di pietra dei soliti film.
Solo per chi si fosse rifiutato di lavorare non ci sarebbe stata
la possibilità di uscire di cella neppure per l'aria (passeggio),
e non avrebbe potuto acquistarsi neppure un pacchetto di sigarette.
A quei
tempi les mecs a cavalle (chi evadeva), godeva di molta considerazione
nell'ambito carcerario, e questi venivano aiutati in svariati modi
dagli altri che andava dal tacere semplicemente, al procurare attrezzi
o informazioni, senza alcun tornaconto personale.
Nell'atelier i candidati alla cavalle (fuga) erano Pierre,
Rocco, Luis, Victor ed io.
Quella
mattina avevamo l'impressione che il tempo rallentasse fino a farci
trovare in una dimensione sospesa, dove quiete e movimento si annullavano
a vicenda.
I nostri occhi inquieti correvano senza posa al grande orologio
appeso sopra l'ufficio delle guardie.
Queste erano due, uno dentro l'ufficio e l'altro che girava nell'atelier,
per controllare i detenuti da vicino.
Nell'aria c'era una tensione che si sarebbe potuta tagliare con
il coltello, percepibile però solo dai detenuti, anche da chi non
era al corrente di ciò che sarebbe successo di lì a poco.
A tratti i nostri sguardi uscivano dalle finestre per osservare
quel cielo gravido di neve, con la speranza che non incominciasse
a nevicare.
Poi lo sguardo si spostava al cancello d'entrata del carcere, in
attesa dell'arrivo del camion con la fornitura settimanale.
Erano quasi le dieci quando Rocco, accanto alla porta, ci fece il
cenno convenuto; e l'azione partì.
Pierre ed io eravamo già accanto alla porta dell'ufficio, Luis e
Victor si spostarono affiancando la guardia che girava nel laboratorio;
ci scambiammo solo un ultimo sguardo prima di partire: nel tempo
del battito d'ala le due guardie furono sopraffatte sotto la minaccia
di acuminati e affilati fais moi rigoler (coltelli).
Nel contempo Rocco, armato di coltello, teneva in soggezione tutti
gli altri detenuti, ma al solo uso delle guardie, una specie di
recita, in modo che successivamente potessero testimoniare che anche
loro erano stati minacciati.
Li rinchiudemmo tutti in una stanza adibita a magazzino, senza finestre
né allarmi di sorta.
All'esterno, intanto, il controllo del mezzo si stava concludendo.
Fermi accanto alla porta osservavamo con la mente in subbuglio e
tesi come corde di violino il lento avanzare del mezzo, un Berliet
da 20 t.
Nel grande cortile guardie e detenuti andavano e venivano tranquillamente,
ignari di ciò che si stava succedendo a pochi metri da loro.
Intanto il camioncino sussultava, per andare a fermarsi con il retro
del cassone a ridosso dell'entrata della tipografia.
Scese per prima la guardia che accompagnava l'autista, entrando
tranquillamente come al solito.
-Sorpresa!-
Il povero tapino non ebbe neppure il tempo di rendersi conto di
quanto accadeva che venne immobilizzato e spogliato.
Victor indossò i suoi panni, mentre l'agente in mutande e canottiera
andò a fare compagnia agli altri.
Anche
l'autista restò di stucco, ma quando capì che volevamo soltanto
il suo mezzo per cambiare aria, divertito ci disse con una strizzatina
d'occhio:
-Il camion non è mio, ma il serbatoio è pieno! E poi le galere non
mi sono mai piaciute!-
La prima parte del progetto era andata bene. Ma la seconda era quella
più difficile: la scena nell'attesa e poi la fuga.
Insieme a Victor nei panni di guardia noi quattro fingemmo prima
lo scarico del materiale, seguito dal carico, facendoci vedere spostare
scatoloni vuoti avanti e indietro per circa 20 minuti, un tempo
interminabile, con il pensiero che un nonnulla ci poteva rompere
le uova nel paniere.
Eravamo alla mercé del fato.
Alle volte accadeva che una guardia venisse in tipografia per una
sciocchezza, e ci avrebbero scoperti, e in tal caso addio alla nostra
voglia di correre tra i campi innevati...
Malgrado il gelido clima invernale stavamo sudando le proverbiali
sette camicie nel recitare quell'atto unico a scena aperta, dove
l'ultimo arrivato avrebbe potuto cambiare l'esito della rappresentazione,
ancor peggio il finale...
Giunse infine il momento di muoverci senza inconvenienti.
Ci stipammo tutti e cinque nella cabina del camion, con Pierre che
aveva indossato il grembiule ed il berretto dell'autista al volante,
con Victor accanto.
Pierre portò il camion verso il primo dei due cancelli, di solito
funzionavano in modo che doveva chiudere uno prima che si aprisse
l'altro, che dava sulla libertà vera e propria.
Ma la fortuna aveva deciso di darci una mano, difatti la guardia
nella garitta tra i due cancelli alla vista di Victor con il cappello
calato sulle ventitre e una vaga somiglianza con la guardia sequestrata
ci aprì il primo cancello.
Dal
canto suo Pierre, tenendo su di giri il motore, ci avvertì prima
di dare gas al quel mostro di oltre duemila cavalli:
- Gare
a vous les gà que ca và barder!- (giù testa che tempesta).
Dopo
di che accelerò al massimo, lanciando il camion verso l'ultimo cancello
prendendo di sorpresa la guardia, che capì, ma era ormai troppo
tardi.
La serratura del pesante cancello in ferro venne spazzata via come
se fosse stata una ciotola in maiolica sotto l'urto di un maglio...
Nonostante la sorpresa però la guardia sul mirador (garitta)
fece in tempo a fare un po' di tiro a segno con il suo fucile mitragliatore,
ma senza danni, se non nel suo amor proprio ferito dalle nostre
risate!
Qualche chilometro dopo, all'entrata del paesotto di Orbe trovammo
però un bel comitato d'accoglienza, ma messo su in fretta e furia,
con due auto pattuglie della polizia cantonale posizionate per traverso
sulla strada.
Queste
volarono, pur non avendo le ali come dei barattoli vuoti.
Oltre al danno la beffa: delle nostre risate d'allegria che ci morirono
in gola non appena sentimmo il mezzo sbandare a causa delle due
ruote posteriori bucate.
Pierre premette l'acceleratore a tavoletta in quella corsa verso
la frontiera francese ancora per poco, poi non c'è la fece più a
tenere il mezzo sulla strada.
Fummo
obbligati a scendere e a correre sulla neve che scricchiolava sotto
i nostri piedi, facendoci sprofondare e sbandare come ubriachi in
certi punti, ma il vedere laggiù all'orizzonte la linea di demarcazione
tra la galera e la libertà ci spronò mettendoci le ali ai piedi,
corremmo a perdifiato su quel manto di candida neve galoppando incontro
alla nostra libertà!