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Panorama di Fabrizio Coisson
Il ristorante alla moda, la libreria chic, il
cinema d'essai. Ecco dove si vedono, a Parigi, gli esiliati di estrema
sinistra che hanno un conto aperto con la giustizia italiana.
Tutti, ormai, con storie e passioni diverse, ma con un solo obiettivo:
restare dove sono.
Verso la fine degli anni Ottanta, chi voleva provare il brivido
di sedersi accanto a un latitante delle Brigate rosse, a un condannato
in fuga dalle patrie galere, poteva imboccare rue Saint Paul, nella
zona chic del Marais, e all'angolo con rue Charles V entrare
in un locale dal nome italianissimo, L'Enoteca: aperto da
giovani di estrema sinistra, quel posto era un luogo di incontro
di tanti italiani più o meno in regola.
Erano buoni gli antipasti, il pane e prosciutto, si trovavano Chianti
e Barbera, e a sera tardi, al bancone, la discussione politica
si accendeva.
L'Enoteca esiste ancora e può ancora far venire qualche brivido,
ma soprattutto al momento del conto: 40 euro almeno. «Italian wine
embassy and deluxe italian dishes» sintetizza la guida in inglese,
e sembra uno sberleffo ai suoi fondatori più o meno rivoluzionari.
È un luogo che qualche avventore dei tempi andati continua a frequentare.
Quelli che se lo possono permettere, ovviamente.
Perché non tutti i latitanti italiani a Parigi hanno portafogli
robusti o sono diventati famosi scrivendo libri gialli, come Cesare
Battisti(nella foto)
l'ex capo dei Pac, Proletari armati per il comunismo,
condannato in contumacia a due ergastoli, e di cui l'Italia vuole
l'estradizione.
Secondo le cifre del ministero della Giustizia, i latitanti in Francia
sono circa 140, un centinaio starebbero a Parigi. Ricercati latitanti
per lo Stato italiano.
Liberi cittadini, con una specie di statuto di rifugiati per lo
stato francese, sancito dal «lodo» di François Mitterrand,
nel 1985.
La polemica sull'opportunità e sull'applicazione di quell'atto continua
da vent'anni. Così, anche questi latitanti-non-latitanti hanno vent'anni
di più: qualcuno parla ancora la lingua degli anni di piombo e si
considera un perseguitato politico; altri sono diventati signori
e signore di mezza età, ormai più preoccupati della pancetta e della
cellulite che del futuro della rivoluzione.
Non ci sono statistiche precise, ma le loro occupazioni sono le
più varie: una decina lavorano a diversi livelli nella ristorazione
(bar e pizzerie soprattutto); un paio, dopo aver fatto traduzioni
(in nero), hanno trovato un posto nelle case editrici di Saint-Germain.
C'è chi ha un'impresa di traslochi, chi è impiegato in un'azienda
di import-export, chi ha aperto un negozio di artigianato
etnico, chi fa il bibliotecario (Battisti fa il portinaio oltre
che lo scrittore).
Qualcuno ha insegnato all'università, come
Toni
Negri (nella foto), e poi ha deciso di
rientrare in Italia, anche a costo di scontare in prigione un residuo
di pena.
Qualcuno ha lavorato nei giornali, come Lanfranco Pace, oggi
al Foglio dopo aver scritto per anni su Libération
con lo pseudonimo di Edouard Mir.
Ci sono anche i disoccupati, come Oreste Scalzone (nella
foto),
animatore di un Comitato dei rifugiati.
Dall'inizio degli anni 80, quando abitava in rue Montmorency con
Gian Maria Volonté, Scalzone è un personaggio nella comunità intellettuale
dell'ultrasinistra italiana a Parigi: lo aiutano i suoi ex compagni
dell'Università di Roma e gli ex militanti di Potere operaio
(qualcuno ha oggi casa sulla Senna), non manca mai di reclamizzare
le sue iniziative a tutti i giornalisti italiani, i suoi appelli
all'amnistia, i proclami ormai trasmessi anche via internet.
Era da poco fuggito a Parigi quando arrivò in visita ufficiale il
presidente Sandro Pertini: riuscì a farsi fotografare mentre
gli stringeva la mano (seguirono polemiche accese, anche se Pertini
disse: «Non lo conoscevo»).
Nel 1985 incontrò, meno occasionalmente, Gianni De Michelis,
ministro degli Esteri.
Scalzone campa sempre ai limiti della povertà, inventandosi i mestieri
più assurdi: a un certo momento decise di fare il cantastorie nei
caffè parigini, una specie di telegiornale con la chitarra, per
raccontare e commentare i fatti del giorno.
Non poteva non essere uno dei protagonisti del film di Menotti Bucco
Aller simple pour Paris, documentario sulla vita di quattro
latitanti a Parigi: Scalzone, appunto, e poi Battisti, Paolo
Persichetti, estradato nel 2002, e Luigi Rosati, giornalista
ad Afriquasie, rivista che ha sede a Parigi, in realtà ex
latitante perché la sua pena è prescritta e quindi può tornare quando
vuole in Italia.
Per Persichetti, che pure era ricercatore all'Università Paris VIII,
la mobilitazione degli intellettuali della Rive Gauche fu
assai più debole di quella per Battisti, che resta in attesa di
una decisione (il 7 aprile) sull'estradizione richiesta dall'Italia
e che intanto, via internet, sul sito del Nouvel observateur
trova il modo di autoassolversi:
«Nego totalmente i fatti specifici di cui mi si accusa e per i quali
sono stato condannato».
Dopo
20 giorni di fermo, ha festeggiato la ritrovata libertà nelle sale
della Passarelle, il bar di rue Saint-Hubert nell'XI arrondissement
dove si ritrovano spesso gli ultras (in senso politico) parigini.
Poco lontano, in rue Boulanger, accanto alla porte Saint-Denis,
c'è un altro ristorante-faro dell'estrema sinistra, meno caro (25-30
euro) dell'Enoteca, ma anch'esso con cucina italiana, soprattutto
pesce (lo chef Maurizio vanta i suoi spaghetti con broccoli
e gamberetti).
E certo, se si escludono le «mobilitazioni» eccezionali come quelle
per Battisti, le occasioni di incontro e di ritrovo sono sempre
più legate a una geografia di bar, ristoranti, cinema che spesso
non sono diversi da quella di un qualsiasi bo-bo parigino o italo
parigino.
Può essere la presentazione di un libro alla Tour de Babele,
la libreria italiana di rue de Roi de Sicile, nel Marais;
il film al cinema d'essai di rue Saint-André des Arts, a Saint-Germain
(e allora, dopo, la pizza al Golfe de Naples).
Oppure le quattro chiacchiere al bar, alla Passarelle o al
café Banal.
Niente
a che vedere, ricordano alcuni, rispetto ai primissimi tempi di
latitanza, quando la situazione di chi arrivava fuggiasco a Parigi
poteva essere davvero complicata: senza documenti, niente lavoro
ufficiale, niente casa con contratto, niente soldi per pagare un
avvocato.
Una mano la dava, semmai, l'Abbé Pierre, l'abate della comunità
di Emmaus, già accusato in Italia di essere troppo protettivo
verso i rifugiati italiani subito dopo il sequestro Moro, quando
Bettino Craxi era convinto che a Parigi si dovesse cercare il grande
vecchio delle Br.
Pochi potevano permettersi, come Toni Negri, l'aperitivo o la cena
alla Closerie des Lilas, dove una targa indica il posto dove
era solito accomodarsi Lenin, anch'egli, a suo tempo, latitante
a Parigi.
In vent'anni anche i luoghi sono cambiati assieme ai latitanti:
fuggendo dall'Italia, molti di loro si ritrovarono ad abitare nell'XI
arrondissement, rue Voltaire, rue de la Roquette o, dietro la Bastiglia,
in faubourg Saint-Antoine, strade povere e grigie abitate da maghrebini.
Oggi sono i nuovi quartieri alla moda, zone di gallerie d'arte,
locali hi-tech.
Gli stessi ex terroristi sono ormai divisi: c'è chi è ancora molto
impegnato e frequenta volentieri le librerie della gauche estrema
(L'Epigramme, la Breche, L'Occasion du Livre); e chi si è
imborghesito, va a passare il weekend nella casa dei suoceri
in Normandia e, lungi dal firmare appelli e fare manifestazioni,
spera solo di essere dimenticato.
Nessuna di queste persone latita nel senso di doversi nascondere,
cambiare nome, evitare la polizia, falsificare documenti. Anche
la posizione dei diversi imputati nei confronti della giustizia
italiana appare variegata: la situazione di Battisti non è quella
di Giorgio Pietrostefani, quella di Scalzone non è quella
di Persichetti.
Ci sono poi condanne in via di prescrizione e altri casi che invece
saranno, secondo gli avvocati francesi, i prossimi motivi di polemica
sull'estradizione: quelli di Roberta Cappelli ed Enrico Villimburgo,
condannati all'ergastolo.
Ma sono situazioni, tutto sommato, poco numerose.
E allora, se ci fosse un'amnistia, quanti di questi latitanti-non-latitanti
tornerebbero a vivere in Italia?
Forse non più di una ventina: l'esilio parigino non è poi così terribile.
«MITTERRAND AVREBBE DETTO NO» Marcelle Padovani: calcoli elettorali
sulla linea pro Battisti François Mitterrand avrebbe impedito l'estradizione
in Italia del terrorista pluriomicida Cesare Battisti?
«Mitterrand escludeva dal diritto all'asilo politico chi aveva subito
condanne definitive per crimini di sangue» ricorda Marcelle Padovani,
corrispondente del Nouvel observateur. Eppure, dagli intellettuali
di sinistra agli esponenti del Psf, tutti invocano la dottrina dell'ex
presidente.
Ne parlai con lo stesso Mitterrand nel 1982, quando si pronunciò
per il diritto d'asilo.
Stavo scrivendo il libro Vivere con il terrorismo.
Gli espressi perplessità nei confronti di quei rifugiati che, anche
allora, si presentavano in Francia come combattenti rivoluzionari
contro la dittatura che ci sarebbe stata in Italia. Teorie inaccettabili.
E, comunque, Mitterrand mi indicò i paletti del suo provvedimento.
Perché, allora, la mobilitazione dei socialisti francesi a favore
di Battisti?
A fine marzo in Francia ci saranno le elezioni regionali e i socialisti
sono incalzati dall'offensiva di un'estrema sinistra molto aggressiva.
La linea su Battisti mi sembra dettata da un calcolo elettorale.
Da questo caso emergono due contraddizioni: da un lato l'Italia
chiede alla Francia il rispetto degli accordi, ma si rifiuta di
aderire al mandato di cattura europeo; dall'altro gli intellettuali
e la sinistra francese si battono per Battisti, ma non spendono
una parola per la terrorista Nathalie Ménigon, che dall'87
è in carcere malata.