da
Il Messaggero
Firenze, 9 gennaio 2005
Se
fosse possibile giudicare una persona cancellandone un capitolo della vita, di
Mario Tuti (nella foto Tuti negli anni '80) si parlerebbe
oggi come di un cittadino modello. Un uomo di cultura, impegnato nel sociale,
che per arricchire se stesso dedica la vita agli altri.
Questo è Mario
Tuti prima del 72, studente alla facoltà di architettura delluniversità
di Firenze poi funzionario del Comune di Empoli, e questo è Mario Tuti
dopo l87, con una seconda laurea in scienze forestali e un master
in agricoltura etico sociale allUniversità della Tuscia che lo vedrà
sia studente sia collaboratore, impegnato nella comunità "Mondo Nuovo"
di Tarquinia per il recupero di tossicodipendenti ed in numerosi progetti finalizzati
al reintegro dei detenuti una volta fuori del carcere.Nel
mezzo 15 anni di follia pura, con attentati dinamitardi, due carabinieri uccisi
a sangue freddo sulluscio di casa, lomicidio di un compagno di cella
ed un clamoroso tentativo di fuga dal penitenziario di Porto Azzurro.
Reati
che fanno di Tuti un rivoluzionario, un terrorista, un assassino.
Una vita
da dottor Jekyll e mister Hyde difficile da comprendere, perfino da chi ne è
stato lartefice.
"Chi
non ha vissuto quegli anni - ha detto Tuti da quella che da marzo scorso è
la sua seconda casa (il centro aziendale della comunità Mondo Nuovo) -
non può capire che tipo di clima si respirava, come è potuto accadere
ciò che è accaduto.
Mia figlia mi chiede ancora oggi come io,
persona normale, benestante, non certo aggressiva, possa aver fatto allora tutto
questo.
Io provo a spiegarmi ma non riesco a farmi capire sino in fondo, forse
anche perché nemmeno io riesco del tutto a spiegarmelo".
"Fino
al 68 - racconta Mario Tuti - noi di estrema destra studiavamo, lavoravamo
e ci confrontavamo in modo appassionato ma rispettoso coi ragazzi di estrema sinistra.
Poi partii per fare il militare e al mio ritorno tutto era cambiato: non potevo
più nemmeno entrare alluniversità.
Era guerra, agguati,
attentati.
È stata la guerra di quasi unintera generazione divisa
su due opposti fronti e "insieme" contro il sistema .
Noi, nostalgici
della Repubblica sociale, non pensavamo di riuscire a riportare in Italia il fascismo
e non eravamo organizzati per farlo.
Sapevamo solo che quello stato di cose
non ci piaceva e ci ribellavamo perché fosse chiaro a tutti".
"La
cosa che voglio far capire - continua - è che eravamo in tanti a pensarla
in quel modo: 20, 50 mila, o forse anche di più.
Molti oggi rivestono
anche alte cariche nello Stato, altri hanno avuto una vita normalissima.
Per
me ed alcuni altri si è invece aperto labisso.
È bastato
essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, una parola di troppo, una reazione
spropositata e ci siamo ritrovati in un vortice a giocare con il nostro istinto
di morte. Allora sembrava che si potesse sacrificare anche una vita per il bene
collettivo, la nostra compresa".
"Con
questo - spiega ancora Tuti - non cerco un alibi, né tanto meno il perdono.
Con la giustizia credo di aver saldato il mio conto; con la coscienza, però,
il conto è ancora aperto.
Non ucciderei più, ma questo non mi
consola.
Sono cosciente che abbiamo condizionato gravemente le generazioni
successive.
Nostra è la responsabilità dellallontanamento
dei giovani dalla politica e dallimpegno sociale.
È forse per
questo che oggi passo il mio tempo impegnandomi in progetti che aiutino i giovani
del carcere a reintegrarsi e coopero con la comunità "Mondo nuovo",
spaccato di unaltra grave piaga sociale di cui la mia generazione è
in parte responsabile: la droga.
Perché
se togli la politica e limpegno sociale, quello che Freud chiama "istinto
di morte" (molto forte a quelletà) ti porta a "sfidare"
la vita in quel modo.
Per me è stato facile reintegrarmi: quel mondo
in cui ho vissuto prima di entrare in carcere non cè più,
sono un architetto di famiglia benestante con amici benestanti.
Per molti
di questi ragazzi la cosa è ben diversa: se arrivi alla droga, alla malavita,
una volta uscito dal carcere per forza di cose tornerai dai vecchi amici per rifare
le stesse cose perché non hai una via diversa da seguire".
"Il
dramma delle grandi ideologie politiche, delle utopie - conclude - è che
nella ricerca di un mondo migliore per tutti ci si dimentica del singolo individuo.
È molto meglio invece impegnarsi per cercare di salvarne uno, due, dieci".