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Intervista a Renato Vallanzasca. La vita che non ho vissuto
Stefano Arduini

da Vita di Stefano Arduini (s.arduini@vita.it)

Voghera, 30 Agosto 2004

Il mito della mala milanese sta scontando i suoi quattro ergastoli nel supercarcere di Voghera. Dopo anni di silenzio (imposto) racconta i suoi sogni e i suoi rimorsi.

Eccolo.
Il boss della Comasina, il fiore del male, il bel Renè.
Incontrarlo di questi tempi è un'impresa, dopo che gli strascichi di un'intervista per la tv rilasciata a Pippo Baudo per lunghissimi mesi gli hanno tappato la bocca.
"I familiari delle vittime non avevano gradito, anche perché il pezzo era stato tagliato ad arte", ricorda con dispiacere.
Le guardie che devono scortarlo nella stanza dei colloqui del supercarcere di Voghera lo seguono a distanza di pochi metri e si sorbiscono, stancamente, gli improperi per l'attesa cui hanno costretto il suo ospite (a dire il vero non più di 10 minuti).
Camicia bianca a righe rosse verticali by Sergio Tacchini, capelli corti, baffi ben curati, una croce al collo ("sono sempre un ateo convinto, ma la porto perché me l'ha regalata una persona cui tengo molto di cui però preferirei non parlare"), occhiali e 15 chili di troppo.

Zavorra lasciata in eredità dalla sua ultima sfida: smettere di fumare (e si parla di "120 bionde"al giorno, roba da professionisti). "Ci sono riuscito, anche se adesso per rimettermi in forma mi tocca fare cyclette", spiega soddisfatto.
Nella stanza, tre metri per quattro, ci sono tre sedie di plastica bianca stile chiosco d'anguria, e, perfettamente al centro del locale, un tavolo color marrone finto legno. I muri odorano ancora di vernice.
Gli interni sono stati appena reimbiancati.
È questa la serratura da cui Vallanzasca spia il mondo esterno attraverso gli occhi dei suoi visitatori. Amara sorte per un uccel di bosco per vocazione come lui, schiacciato da una condanna a 260 anni di galera frutto di un'infinità di reati fra cui sette omicidi. Comunque un mito.
Nel cui nome sono stati scritti libri (Il Fiore del male di Carlo Bonini, Marco Tropea editore), girati film (La banda Vallanzasca, regia di Mario Bianchi) , creati gruppi musicali (i "Vallanzaska") e, così vuole il copione, raccontate innumerevoli fantasie come nel caso delle tante biografie che ne fissano la nascita al 14 febbraio 1950, San Valentino, mentre il nostro ha visto la luce qualche mese più tardi, il 4 maggio, ma vuoi mettere la differenza… il genio del male nato nel giorno dell'amore.

Un uomo del cui presente si ignora praticamente tutto, se non che se ne sta rinchiuso nel sonnolento supercarcere di Voghera ormai da più di quattro anni.
Quanto al prima, ogni suo respiro è stato passato al setaccio e non solo nelle migliaia di pagine processuali che lo riguardano.
E solo poche settimane fa il suo fantasma è riapparso sui giornali di mezza Italia in occasione della tragica fuga estiva del Lupo Liboni.
In comune le due storie avevano davvero poco, ma in un baleno sono tornate a galla le rapine, gli scontri a fuoco e le acrobatiche evasioni dell'ex principino della mala milanse. Nulla si è detto, ancora una volta, di chi sia oggi Renato Vallanzasca.
Ma qualcosa deve averlo allontanato dall'icona del suo personaggio se ancora oggi appare così scosso dall'improvvisa e recente morte del suo vicino di cella, il pluriomicida Michele Profeta.

Vita: Le cronache la descrivevano come un duro. Cosa succede al bel Renè?
Renato Vallanzasca: Il fatto di Profeta mi ha sconvolto. In un attimo ti accorgi che non contiamo niente, che scompariamo con una facilità estrema. Basta poco.
Vita: Paura della vecchiaia?
Vallanzasca: Ormai ho 54 anni, gli ultimi 32 vissuti in carcere. Dal 1972 ad oggi ho passato sì e no nove mesi a piede libero. Un record. In Italia non c'è nessun altro carcerato che sia stato dentro così a lungo. Non sono qui a chiedere nulla, però dopo una vita di galera, potrebbero almeno lasciarmi vedere mia madre.
Vita: Perché non può venire lei a Voghera? Da Milano non è così lontano.
Vallanzasca: Uno dovrebbe conoscerla mia mamma. Piccolina, minuta, tutta bianca coi capelli color della neve. Ha 88 anni.
Tempo fa l'ho rivista in foto: era tutta incartapecorita, come prosciugata.
Da pelle d'oca. Sono passati tre anni dall'ultima volta che è venuta qui.
Ha avuto un mancamento.
Le ho detto di non tornare più. Anche perché da lì a poco mi avrebbero dovuto trasferire a Milano. Almeno così pensavo allora.
Adesso però ho perso le speranze.
Ogni giorno ci sentiamo per telefono, chiamate piene di banalità.
Lei mi porta sempre i saluti della portinaia e mi chiede se ci sono novità.
E non ce ne sono mai.
Qui non succede mai un cazzo.
Non c'è un volontario, un'attività, niente di niente.
Che novità ci potrebbero essere?
Mi basterebbe riabbraciarla ancora.
Vita: Chi altro ti è stato vicino in questi anni?
Vallanzasca: Sei anni fa ho risentito mia moglie (Giuliana Brusa, sposata a Rebibbia nel 1979, da cui poi ha divorziato, ndr).
Aveva rilasciato un'intervista in cui aveva dichiarato di avermi sempre amato e di amarmi ancora.
"Eh la Madonna!" Mi sono detto e le ho mandato un telegramma per ringraziarla.
Poi però ho lasciato perdere: la mia relazione con lei non avrebbe più senso.
Un uomo che si sposa è un coglione, un uomo che si sposa e poi divorzia, dimostra al mondo di aver fatto una coglionata, se uno si risposa è un coglione triplo, se poi lo fa con la stessa donna, non ci sarebbero parole per descriverlo.
Poteva aver un senso solo se ci fosse stata la speranza di avere un futuro assieme.
Lei aveva la fissa di avere un figlio con me.
Ma i figli per corrispondenza sono un problema per tutti, figurarsi per un detenuto.
È vero che sono quasi un santo, ma miracoli di questo tipo ancora non ne faccio.
Lei ha insistito molto, e devo dire che sarebbe stata anche una mia libidine avere un figlio.
Ma alla mia età questi progetti non si possono più fare.
È terrificante.
Vita: In realtà tu un figlio già lo hai?
Vallanzasca: Maxim. È nato il 17 luglio del 1972.
L'ultima volta che l'ho visto aveva tre anni.
Quando è nato pensavo di essermi sistemato, economicamente stavo bene, e non avevo più niente a che vedere con la mala.
Frequentavo la Terrazza Martini, di quell'ambiente non me ne importava più nulla.
Questo per dire che non sono uno che mette al modo un figlio tanto per.
Poi è andata come è andata.
Ho provato a contattarlo, ma mi ha fatto sapere che non gli importa nulla di me. So solamente che porta il cognome della madre (Consuelo Ripalta Pioggia, ndr).
Vivono a Rozzano e lei si è messa con uno che ha una ditta di bottoni o qualcosa del genere (sorride sarcastico).
Vita: Perché, cosa c'è di male nel fare bottoni?
Vallanzasca: Niente, è una professione come un'altra. Anche se qualche hanno fa le avrei detto: "Come sei caduta in basso".
Vita: Altri parenti o amici, tuo fratello Roberto, per esempio?
Vallanzasca: Non ci sentiamo più, ma è messo bene. Ormai si è rifatto una vita, i suoi tre figli non sanno chi è. Ha anche preso il nome di nostro padre (morto nel 1995 all'età di 97 anni), mentre io conservo quello di mamma.
Abbiamo troncato i rapporti dopo l'evasione dal carcere di Spoleto.
La polizia lo accusava di aver coordinato la mia fuga.
Al processo gli ho dato l'addio per sempre.
Non potevo rovinare anche la sua esistenza.
Quanto agli amici, sono uno che fa amicizia abbastanza facilmente.
Ti assicuro che a Milano sono in pochi quelli che hanno più di 45 anni e non mi devono qualcosa.
Anche se da i miei tempi è cambiato tutto.
Se uscissi domani mattima e mi mettessi a fare il bandito, mi farebbero fuori in tre giorni.
Vita: Perché?
Vallanzasca: Il mondo sta andando a puttane. Non c'è più rispetto, non c'è più senso dell'onore.
La malavita, e quindi il carcere riproducono, ovviamente in peggio, gli stessi meccanismi della società in generale.
Noi avevamo un codice deontologico: per esempio non ho mai sparato per primo.
Non mi aspetto che la gente mi dica bravo e mi stringa la mano, perché comunque ho ammazzato, ma almeno c'erano delle regole.
Oggi si fa il traffico dei clandestini e per non farsi beccare si gettano a mare i bambini così la Guardia di Finanza deve fermarsi per raccoglierli.
Vita: Il futuro ti fa paura?
Vallanzasca: In testa ho tante idee. Il problema è che non me le fanno mettere in pratica. Ti sorprenderà, ma io non so cos'è Internet. O meglio ne ho una vaga idea, grazie alle riviste specializzate che leggo. La tecnologia mi ha sempre interessato.
Mi piacerebbe fare il grafico sulle immagini in movimento, lavorare nella produzione cinematografica.
Con i 600 euro al mese che mi passa mia mamma mi sono comprato un pc e mi alleno su quello.
Qui dentro però non ho l'apportunità di mettermi alla prova.
A Milano sarebbe diverso, lì è tutto un altro carcere.
E poi te l'ho detto, avrei quel sogno.
Vita: Ovvero?
Vallanzasca: Vorrei avere la rottura di coglioni di essere svegliato la notte dal pianto di un bambino, di cambiare i pannolini, sono cose che mancano nella vita di un uomo.
Ma ormai è troppo tardi.
Me ne sono accorto un po' di tempo fa: indipendentemente da tutto la mia vita non potrà mai essere come la tua, perché non ho mai vissuto situazioni normali, sono sempre stato al limite.
E questo è un gran casino.
Sai da quanto non faccio l'amore?
Dal 1987. Ti pare normale che da 17 anni mi tocca fare tutto da solo come un ragazzino?
Vita: Che effetto ti fanno le persone normali?
Vallanzasca: Le invidio, sana invidia però non quella cattiva.
Vita: Ti senti una vittima della società?
Vallanzasca: No. E l'ho sempre detto.
Certo se avessi avuto un infanzia diversa chissà…
Ma il punto non è questo.
La domanda vera è: cosa volete ancora da me? Sono l'ultimo reietto che si è fatto 32 anni di carcere.
Non mi sono mai nascosto dietro un dito, ho accettato tutte le mie responsabilità.
Ma se pensano di non farmi più uscire mai più, allora che mi mettessero al muro.
Sarebbe stato meglio morire qualche anno fa, così almeno avrei evitato le sofferenze della galera. In via di principio sarei perfino favorevole alla pena di morte. Il problema è che bisognerebbe avere la certezza della colpevolezza.
Vita: Mai pensato al suicidio?
Vallanzasca: No. La maggior parte dei detenuti che la fanno finita, sono ragazzini, che potrebbero benissimo stare fuori. Magari con appeso al collo un cartello che dicesse: "sono un ladro, sono un cretino".
Molto meglio che venire in galera dove magari incontri tipi come Vallanzasca.
Io invece non mi suiciderei mai.
La mia vita è una sconfitta che matura di giorno in giorno.
Lo vedo, ma il suicidio sarebbe una disfatta. Io poi ho voglia di vivere.
Lo so che è difficile ma vorrei avere la possibilità di dimostrare che io sarei stato un numero uno anche senza la pistola in mano.
Vita: Che sentimenti provi verso i familiari delle tue vittime?
Vallanzasca: Gli omicidi non li puoi rimuovere. Non mi interessa nemmeno provarci. A distanza di anni solo il carnefice i parenti si ricordano. Ed è giusto così. Io però non saprei con che faccia presentarmi di fronte a un ragazzo a cui ho ucciso il padre. L'unico conto che non ho saldato è proprio nei riguardi dei familiari. Solo loro vantano un credito nei miei confronti: gli vorrei dare l'opportunità di sputarmi addossso.
Vita: Com'è il mondo esterno visto da qui dentro?
Vallanzasca: Non mi sembra tanto bello. Mia moglie è sempre stata di sinistra.
Ma ultimamente l'ho sentita parlare da razzista, "negri" di qua, "negri" di là. Una volta era in auto alla Comasina ferma al semaforo e due extracomunitari l'hanno presa a scarpate in faccia per portarle via l'autoradio.
La gente di fianco ha fatto finta di nulla e poi c'erano un sacco di macchine parcheggiate da cui poteva rubare quello che volevano.
Non si tratta di razzismo, si tratta di inciviltà.
Vita: Mai sentito parlare di globalizzazione?
Vallanzasca: Sì, ma non ho ben capito cosa sia.
Vita: Una volta ricevevi 800 lettere al giorno. Oggi?
Vallanzasca: Meno di dieci a settimana, ma c'è una donna che mi scrive da quando ne aveva 13 e oggi ne ha 35.
Vita: Di cosa parlano?
Vallanzasca: L'amore è un buon argomento. Ma c'è anche chi si rivolge a me perché il figlio si droga o il marito va a puttane.
Una mi ha scritto disperata per dirmi che il figlio aveva la leucemia.
Con tanto di lettera bagnata dalle lacrime.
Vita: Perché ha scritto a te?
Vallanzasca: Non lo so, forse perché sono uno che conosce la sofferenza.
Vita: Come hai risposto?
Vallanzasca: Di tenere duro. Di vivere per questo ragazzo. Di stargli vicino.
Che altro potevo fare.
Vita: Nella tua vita pensi di aver lasciato qualcosa di buono alle tue spalle?
Vallanzasca: L'elenco non è molto lungo.
Chi mi ha conosce però sa che io, come mio padre, ho una sola parola e quando prometto qualcosa, mi faccio in quattro pur di mantenere l'impegno.
Sempre.
Vita: Un'ultima domanda. Quando sarà, cosa vorresti ci fosse scritto sulla tua lapide?
Vallanzasca: Renato Vallanzasca.
Ha vissuto.
Male.
Ma ha vissuto.

L'intervista è finita.
Come tre ore fa l'orologio all'ingresso del braccio segna le 8 meno qualche minuto.
In realtà sono le 17,15.
Ci sarà tempo per ripararlo.
Qui il tempo non manca mai.