| Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini |
|
|
|
da
Ansa
7 Novembre 2005
STEFANO MARIA BIANCHI e ALBERTO
NERAZZINI, 'La mafia è bianca' (Bursenzafiltro - pp.157 -
19,50 EURO, DVD + LIBRO) -
Una volta la chiamavano Piovra e un tempo picciotti, uomini d'onore
e boss non portavano la maschera dell'uomo perbene: oggi
la
mafia è bianca come il colore delle camicie dei mafiosi che
vestono in giacca scura e si mescolano silenziosamente nella società,
più pericolosi, più affaristi, più forti perchè
agiscono indisturbati, senza dare nell'occhio.
«La mafia è bianca» è il titolo di un
film e di un libro di due
giornalisti, ex inviati di Sciuscià, Stefano Maria Bianchi
e Alberto Nerazzini, componenti di quella squadra a cui più
volte Michele Santoro si è rivolto per dire loro di riscaldare
i muscoli e prepararsia riprendere l'avventura televisiva.
E proprio Santoro, che ha seguito la nascita di questo lavoro «come
si fa con quella di un figlio o di un nipote», scrive la prefazione
del libro e annuncia il ritorno di Sciuscià, una trasmissione
alla quale si sente particolarmente legato: «Se Sciuscià
fosse ancora in onda, milioni di italiani potrebbero appassionarsi
alla storia di un imprenditore che, facendo stradine di campagna,
è diventato l'uomo più ricco della Sicilia e il supporter
più potente del presidente della Ragione Totò Vasa
Vasa».
Ed è sul nuovo potere della mafia, su una tensione che si
va allentando, sulle commistioni con la politica che puntano il
dito film e volume dove si trovano intercettazioni telefoniche e
interrogatori, dove vengono descritti contatti e relazioni pericolose.
«Il mafioso - scrive Santoro - converge naturalmente al centro
dove si forgia un nuovo potere anonimo e incolore, d'aspetto per
bene e che usa la forza solo come estrema soluzione».
E che ha sempre saputo «che Forza Italia non aveva le gambe
della vecchia Dc e che non sarebbe andata lontano».
Una storia dal finale ancora aperto che ha come protagonisti: l'ingegnere
Michele Ajello, proprietario di cliniche mediche a
Bagheria, accusato di associazione mafiosa («sarebbe il prestanome
più importante di Bernardo Provenzano»); Salvatore
Cuffaro detto Totò, vicesegretario dell'Udc, dal 2001 presidente
della Regione Sicilia, sotto processo per favoreggiamento aggravato
a Cosa Nostra; Giuseppe Guttadauro, medico, capo del mandamento
palermitano di
Brancaccio, condannato per associazione mafiosa.
E ancora Angelo Siino, collaboratore di giustizia ed ex ministro
dei Lavori Pubblici di Bosa Nostra e Bernardo Provenzano, il Capo,
latitante da quarantatrè anni, medici-mafiosi, un maresciallo
dei Ros accusato di concorso esterno, un maresciallo della Guardia
di Finanza, sotto processo per concorso esterno.
«A Bagheria - si legge nell'ultimo capitolo - se in strada
chiedi 'Chi sono i mafiosi?', c'è chi ti risponde 'Sono dei
Santi'.
Il mondo che c'è lo ha fatto la mafia?
Gli ospedali con i bambini che muoiono li ha fatti la mafia?
Le raccomandazioni e i favori le ha inventati la mafia'.
Il mafioso è uno che si fa rispettare.
Se non fosse uomo d'onore sarebbero gli altri a metterlo sotto.
Come succede a tutti.
E poi i mafiosi di Provenzano non sono come Totò Riina. Assomigliano
a noi.
Camicia bianca e abito blu.
Abitano la nostra vita e i nostri ospedali.
Non ammazzano più giudici e carabinieri.
E se lo Stato allenta la morsa non è meglio per tutti?».
Santoro ricorda Borsellino quando disse: «La gente adesso
fa il tifo per noi».
«Oggi - sostiene il giornalista - non è più
così: il pool è stato sciolto, il metodo della
condivisione delle notizie sulle inchieste accantonato e nella procura
infuria una guerra che lascia intravedere una regia politica della
conduzione delle inchieste.
In realtà non ci sarebbe bisogno di sentenze della magistratura
per pretendere che Totò Cuffaro e i
suoi accoliti escano di scena.
Basterebbe soltanto la sua richiesta di voto ad Angelo Siino, l'ex
ministro dei Lavori Pubblici di cosa Nostra».
Una richiesta riportata dal libro: Angelo Siino, l'8 giugno 2005
nell'aula bunker del carcere romano di Rebibbia, depone al processo
«Michele Ajello più 13» e racconta il suo incontro
con Cuffaro.
«L'Enea
(Rosario Enea, compagno di scuola di Siino, ndr) - riferisce Siino
- mi accompagnò il Romano (Saverio Romano, allora consigliere
dell'amministrazione provinciale di Palermo, ndr) che si presentò
con un personaggio ridanciano, grazioso, così, molto alla
mano, che immediatamente riconobbi essere l'onorevole Cuffaro.
Mi disse, subito baci e abbracci, e quindi immediatamente del tu,
ci siamo dati del tu, mi disse:
'Guarda che sono venuto qua perchè mi devi aiutare'.
'Come ti posso aiutare?' 'Io devo essere assolutamente il primo
degli eletti'.
'Mi devi aiutare, mi devi aiutare, mi devi aiutare'».
«Dice che non sapeva - sottolinea Santoro riferendosi a Cuffaro
- dice che Siino era per lui soltanto un imprenditore.
Un imprenditore che però l'ha votato insieme a chi ha fatto
saltare in aria Falcone, sua moglie, Borsellino e le loro scorte.
A chiedergli di farsi da parte dovrebbero essere per primi Casini
e Fini prima degli altri .
La politica è una corporazione dove ci si protegge l'uno
con l'altro o il cuore dirigente, l'elite di un Paese?
'La mafia è bianca' guarda già al dopo Berlusconi
e propone che morale e politica non dipendano dalle sentenze della
magistratura».
|
|