Milano,
15 maggio 2007
Il
libro Storia nera di Andrea Colombo (Cairo Ed.) fornisce la versione
di Valerio Fioravanti sulle storie che l'hanno visto tra i protagonisti
dell'eversione nera a cavallo tra gli anni '70 e '80.
Il
libro si dilunga specialmente sulla strage di Bologna, della quale
Fioravanti ha sempre negato ogni responsabilità. Almeno su
quell'episodio non si può dargli torto; chiunque abbia, anche
solo marginalmente, seguito le varie fasi del processo (a suo tempo
trasmesse per televisione) si è potuto rendere conto dell'inconsistenza
delle prove d'accusa e della fallacia di tutto un teorema accusatorio
che comprendeva da Gelli ai Servizi Segreti del tempo, passando attraverso
terroristi di tutte le risme, che brigarono non poco per depistare
le indagini, o per dirigerle verso i Nar, gruppo del quale Fioravanti
era senza dubbio uno dei leader.
Bologna e i parenti delle vittime reclamavano i colpevoli, la magistratura
si è procurata di trovarli, anche se per arrivare alla condanna
si fecero degli aggiustamenti in corso d'opera e dei salti logici
straordinari in un processo penale, nel corso del quale non si andò
troppo per il sottile: quest'ennesima strage non poteva rimanere,
come le altre, impunita.
E’ la vera connotazione di molti casi come questo, in cui sia
le vittime (di terrorismo o di criminalità organizzata) si
aggrappano disperatamente a sentenze, magari ingiuste ma passate
in giudicato.
Tutti possono trovare, in quei colpevoli d'occasione una giustificazione
esistenziale alla morte dei propri cari.
Peccato che questo tipo di ragionamenti non abbia portato alla ricostruzione
di nessuna verità plausibile sui famosi “misteri d’Italia”.
Così i familiari delle vittime di Ustica ancora inseguono
i fantomatici missili americani e parlano di “muri di gomma”
e quelli di Bologna si sono patologicamente affezionati a una “verità
processuale” che il raziocinio può collocare nei contorni
dell'errore.
Per quel che riguarda la sua personale storia, invece, la versione
Fioravanti non sembra degna di nota, perché reinterpreta
il passato con una psicologia e dei princìpi acquisiti a
posteriori, rivendicando un modus operandi che obbediva a regole
di improvvisazione e amor fati (e tutto questo in nome di uno spontaneismo
mal digerito).
Lo spontaneismo si è sempre invece riferito a una mancanza
di gerarchie e catene di comando, non all'improvvisazione nelle
azioni, che solo la follia può eleggere a sistema.
In questa rivisitazione di un passato ormai lontano la memoria fa
brutti scherzi a Fioravanti, che si dimentica di quello che non
si addice alla figura del paladino senza macchia e paura dei cuori
neri, mentre ha buona memoria nel prendersela con chi all'epoca
non gli risparmiò critiche bollandoli con aggettivi denigratori.
Anche la sua amicizia in carcere con Izzo è in parte negata
e in parte misconosciuta, il sodalizio che istituì con Calore
e lo stupratore pariolino per la costituzione di una "commissione
stragi" carceraria (sfociata nel "pentimento" degli
altri due) allo scopo di trovare i colpevoli delle stragi fallì,
secondo Fioravanti, per il rifiuto - da parte delle istituzioni
- di aprire un'area omogenea di destra.
A molti appare invece probabile che le cose siano andate diversamente...
nessuno dà niente per niente.
La memoria non è il punto forte di Fioravanti.
Nell'oblio finiscono così molte vittime del presunto capo
Nar: vittime tra i "nemici" e tra gli "amici",
perché la breve carriera del "giustiziere nero"
fu forse più feconda nel colpire i sodali (che grazie alle
sue "improvvisazioni" trovarono la morte o lunghe condanne
in carcere) che "gli altri".