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Scaffale
| Paolo Mereghetti |
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da
il Corriere della Sera di Paolo Mereghetti
Cannes (Francia), 21 maggio 2008
A
quelli che si lamentano del rischio che il nostro cinema possa incorrere
nel peccato di lesa maestà (nazionale) e rispolverano gli
inviti «andreottiani» a lavare i panni sporchi in casa,
consigliamo la visione dei film che vengono da Israele e Argentina,
presentati ieri in concorso, e dalla Gran Bretagna, con cui si è
inaugurata la sezione parallela Un certain regard. Al loro confronto,
il nostro cinema, in fatto di «panni sporchi» sembra
ancora ai primi balbettii.
Con Waltz with Bashir, l'israeliano Ari Folman affronta di
petto il nodo storico e politico del massacro di Sabra e Chatila;
il videoartista inglese Steve McQueen, per il suo esordio nel lungometraggio,
sceglie di raccontare con Hunger cosa succedeva nella prigione di
Maze, in Irlanda del Nord, quando Bobby Sands decise uno sciopero
della fame che lo avrebbe portato alla morte; e l'argentino Pablo
Trapero, in Leonera, segue la vita in carcere di una donna
incinta, condannata per un omicidio che forse non ha commesso.
Folman
e McQueen affrontano di petto due «buchi neri» delle
rispettive storie nazionali, senza tirarsi indietro sui temi delle
responsabilità, e sembrano voler costringere gli spettatori
a fare i conti con una memoria che spesso tende a «cancellare»
i ricordi più spiacevoli e disturbanti.
Anzi il regista israeliano fa di questo tema proprio la struttura
portante del proprio film, mettendosi in scena in prima persona
(anche se filtrato attraverso la tecnica del disegno animato) e
raccontando l'inchiesta compiuta negli anni per ritrovare quello
che aveva vissuto durante il servizio militare in Libano nel 1982
e che sembrava aver dimenticato.
Il film mostra gli incontri con nove «testimoni» di
quelle imprese.
Ognuno all'inizio sembra avere amnesie simili a quelle di Folman
(e questo spiega la fatica con cui il film ingrana) ma poi quello
che è veramente accaduto durante l'occupazione di Beirut
ovest esce dalle nebbie della memoria e il film denuncia l'accondiscendenza
con cui gli israeliani hanno permesso alle truppe dei falangisti
di compiere il massacro di Sabra e Chatila.
Steve
McQueen invece usa la forza visiva dell'inquadratura
fissa per costringere lo spettatore a guardare quello da cui forse
vorrebbe distogliere la vista: la condizione inumana degli irlandesi
detenuti a Maze, la violenza dei carceriere inglesi, i pestaggi,
le vendette (anche dei militanti dell'Ira) e la lenta agonia di
Bobby Sands (l'attore Michael Fassbender è dimagrito ben
oltre quello che la finzione sembrerebbe richiedere).
nella foto un'immagine d'epoca del vero Bobby Sands
Hunger non ha particolari rivelazioni da fare ma piuttosto la voglia
di obbligare a guardare.
E a ricordare.
Anche le frasi sprezzanti con cui la Thatcher respingeva le richieste
dei detenuti.
Il fatto interessante è che entrambi questi film sono lontanissimi
dalla tradizionale ricostruzione storica: quello israeliano perché
trasferisce tutta la storia a disegni animati, pur conservando le
fisionomie reali dei personaggi intervistati, quello inglese perché
utilizza le tecniche e i linguaggi dell'arte contemporanea, trasformando
le inquadrature in una specie di surrogati di quadri.
Come se i due registi ci volessero dire che gli strumenti tradizionali
del cinema e della finzione non sono più sufficienti per
raccontare i drammi della Storia: siamo troppo assuefatti al bombardamento
di immagini che ci arrivano da tutte le televisioni e per «catturare»
la nostra attenzione ci vuole qualche cosa di fuori dal comune.
Una preoccupazione che Trapero fa sua solo in parte per Leonera,
anche perché la storia del film è molto più
«lineare».
Julia
(l'affascinante Martina Gusman) è incinta di pochi mesi quando
viene arrestata con l'accusa di aver ucciso il proprio compagno:
la seguiremo in carcere mettere al mondo il piccolo Tomás,
scoprire la solidarietà (e l'amore) delle altre mamme detenute
e soprattutto affrontare il trauma della nonna che vuole tenere
con sé il nipotino.
Trapero non enfatizza l'ambiente carcerario, evita molti stereotipi
e fa della sua eroina una donna normale, con molti dubbi e una sola
certezza: nella sua Argentina non sembra esserci posto per lei e
suo figlio.
Chiudendo il film con una nota di speranza per la donna ma di disperazione
per il proprio Paese.
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