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da
Ansa
Roma, 23 maggio 2008
Da
una parte i mafiosi devoti, che leggono la Bibbia, pregano nelle
loro cappelle private, distribuiscono 'santini' e ostentano una
religiosità mistica, condita di formule e rituali paganeggianti.
Dall'altra, una Chiesa che stenta a produrre una riflessione approfondita
e pienamente condivisa sul fenomeno mafioso.
E che, anzi, quando è chiamata a misurarsi su un progetto
di nuova evangelizzazione per lanciare una pastorale
antimafiosa, preferisce trincerarsi dietro la contrapposizione tra
giustizia divina e giustizia terrena.
C'è anche questo nel libro «La mafia devota. Chiesa,
Religione, Cosa Nostra» (Laterza, pp. 304 euro 16) di
Alessandra Dino, sociologa e docente presso l'Università
di Palermo, che da anni studia quel confine grigio che divide la
quotidianità mafiosa dalla nostra vita di ogni giorno.
Esplorando quest'area grigia, la Dino ha incontrato i segni diffusi
e persistenti nel tempo, di una devozione materiale che col Vangelo
non ha nulla a che spartire: le dichiarazioni di fede dei mafiosi
che uccidono «in nome di Dio», perchè convinti
di esercitare giustizia secondo i canoni di una morale falsa e licenziosa;
una devozione criminale che si appropria di riti e feste popolari
per piegarle agli interessi delle famiglie mafiose, alterandone
il senso ed il significato, trasformando il rito del fervore popolare
in un rito sacrilego, svuotato di ogni genuino trasporto di fede;
e, infine, il tentativo mafioso di utilizzare la religione come
strumento di legittimazione, per meglio esercitare il controllo
sul territorio e gestire i conflitti all'interno delle proprie compagini.
Ma c'è dell'altro, nel libro della Dino, che si legge quasi
fosse un romanzo; c'è una chiesa divisa e incerta, dalle
molte anime e dalle molte storie.
Una Chiesa la cui predicazione sul territorio è spesso compatibile
- o, quanto meno, non in contraddizione - con il
modello di religiosità fatto proprio dagli stessi mafiosi:
una religiosità intimistica, individualistica, priva di attenzione
per le ricadute sociali delle proprie azioni: che privilegia l'errante,
piuttosto che curarsi degli effetti dei suoi errori; che confessa
e dice messa nei covi dei latitanti, che li sposa e che - talvolta
- considera la mafia un «male minore».
E poi - racconta il libro - c'è una Chiesa del rigore e
della legalità: quella di Pappalardo, di De Giorgi, di Cataldo
Naro, di Giuseppe Pennisi, di padre Puglisi e dei tanti sacerdoti
e intellettuali cattolici che negli anni si sono raccolti intorno
al progetto di una pastorale antimafiosa intransigente, che denunci
esplicitamente l'incompatibilità tra mafia e Vangelo, ammettendo
la possibilità di scomunica per i mafiosi, non solo nel caso
di una loro diretta responsabilità per delitti o reati commessi,
ma anche in virtùdella sola esistenza del pactum sceleris,
del vincolo associativo, della semplice connivenza o adesione all'organizzazione
criminale le cui finalità sono, di per sè, già
state definite dalla Conferenza Episcopale Siciliana in insanabile
opposizione al Vangelo di Gesù Cristo.
Sono passati quasi quindici anni dal vibrante appello del Papa alla
conversione degli uomini di mafia e dall'assassinio di padre
Puglisi. Eppure, in Sicilia e nel Mezzogiorno - denuncia Alessandra
Dino - manca ancora una esplicita e corale presa di posizione della
Chiesa, cui possa dirsi corrispondere un comune sentire diffuso
tra i singoli sacerdoti e l'intera comunità ecclesiastica.
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