da
www.landino.it di Giovanni Bianco
Milano, 2 ottobre 2008
La
casa editrice "Elèuthera" ha pubblicato, da poche
settimane, gli scritti politici di Albert Camus ("Mi rivolto
dunque siamo"), editi, tra gli anni cinquanta e sessanta, dalle
"edition Gallimard" (la quarta ed ultima edizione è
risalente al 1965).
Camus torna a scuoterci ed a sollecitarci.
Come osserva Vittorio Giacopini, nella breve e densa introduzione
al libro, oggigiorno la sfida del teorico dell'"assurdo"
quale condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo, dello scrittore
esistenzialista che "a volte sembrava combattere contro i mulini
a vento o contro un'ombra"(p. 9), "ritorna in primo piano
con un'impellenza diversa e sconcertante", perchè nell'età
di "pensiero unico, globalizzazione, trionfo del capitalismo"
"l'intera esperienza politica e sociale dell'occidente presuppone
la rinuncia a qualsiasi immagine di trasformazione complessiva e
un'adesione... agli schemi del presente e alle sue leggi".
Che significa "rivoltarsi"?
Significa "non volersi rassegnare a lasciar cadere l'istinto
di una ribellione immaginifica", "persino in un mondo
tramortito dal conformismo".
Camus si dichiarava "nemico di ogni ideologia" ed "allergico
a tutte le religioni", pensava alla necessità di azioni
collettiva: "visto che non viviamo più i tempi della
rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta"(p.10),
che significa anzitutto impegno storicamente situato, che non si
arrende all'individualismo, che cerca i "no" che "bisogna
inventarsi" nel "secolo della paura" ("Nè
vittime nè carnefici", p. 17).
Secolo quest'ultimo in cui "la maggior parte degli esseri umani
(esclusi i credenti d'ogni sorta) sono privi di futuro.
Senza una proiezione sul futuro, senza una promessa di maturazione
e progresso, non esiste una vita che abbia valore".
2. Le pagine camusiane cercano, di conseguenza, una rivolta per
riscoprire "l'eterna fiducia nell'uomo", per parlare "il
linguaggio dell'umanità" (p.18).
Si tratta, perciò, di un umanesimo laico e critico, che dubita
"che in Russia si sia realizzato il socialismo e in America
il liberalismo", che guarda anzitutto " a quella gran
massa di esseri umani che non sono di nessun partito o si trovano
a disagio in quelli che si sono scelti"; che non esita a parlare
di "socialismo mistificato"(p.22) e di "rivoluzione
camuffata" (p.25), così suggerendo ai socialisti francesi
la strada dell'"utopia relativa", dell'assoluta prevalenza
dei "fini rispetto ai mezzi", dell'accettazione del marxismo
come "aspetto critico" e non come "filosofia assoluta"
(p.25).
Questo fine ed argomentato discorso guarda con occhio presago ai
temi della democrazia e della dittatura in una dimensione internazionale,
coglie l'ineluttabile avvento di un mondo e di un'economia globale
che travolgono i vetusti confini spaziali nazionali.
Si
legge al riguardo che "il nuovo ordine che cerchiamo non può
essere solo nazionale e neppure continentale...", "la
velocità della storia e del mondo non fa che aumentare";
"quest'ordine universale è l'unico problema del momento,
quello che travalica tutte le discussioni sulla costituzione o la
legge elettorale", perchè occorre attuare "questa
rivoluzione internazionale in cui le risorse umane, le materie prime,
i mercati commerciali e le ricchezze spirituali" possono essere
"meglio distribuite" (p.29).
3. Il problema dell'organizzazione del mondo è affrontato
da Camus in termini lucidi ed attuali: è una questione di
pace e di superamento della paura e del terrore, in un'ottica di
adeguamento delle singole costituzioni nazionali ad "un ordine
internazionale fondato sulla giustizia e sul dialogo"(p. 35).
La non piena gestibilità della sfera economica e di quella
politica nel solo ambito nazionale impone "un nuovo contratto
sociale", al fine di valorizzare la cooperazione tra gli Stati
ed i popoli, per produrre "riforme strutturali durature"(p.
34).
4. La riflessione di Albert Camus si sofferma, poi, con forte preoccupazione,
sulle gravi lacerazioni che solcano la vecchia Europa.
Cosicchè il tema della Spagna e della dittatura franchista
è, ad esempio, ricorrente: in "La Spagna nel cuore",
articolo del 1946 (p. 41 ss.), è scritto che "la guerra
civile spagnola è stata prima di tutto la ribellione di un
generale contro le istituzioni democratiche che un popolo si era
dato liberamente"(p. 42).
E si nota con tono dolente che "riguardo alla Spagna... la
nostra indignazione sarebbe meno forte se non avessimo un peso sulla
coscienza"(p. 43), che "l'Europa, il mondo, per quello
che adesso bisogna inventare per loro, non possono ignorare ancora
a lungo la Spagna".
Quest'ultima è concepita come "un dramma sulla tirannia
totalitaria"(v. "Contro il totalitarismo", p.47),
quale un luogo funestato da un autocrate in un mondo che "ripugna"
e che impone solidarietà "con le persone che vi soffrono"(p.
53).
5. Nel mondo contemporaneo si impone, altresì, in modo forte,
il tema della guerra e della pace.
Quest'ultima è avvertita quale un valore assoluto, la scelta
pacifista è necessaria, in un globo in cui essa è
intesa in termini di basso profilo, opportunistici e meramente politici:
"la sola pace concepibile è, per gli uni, la pace americana
e, per gli altri, la pace sovietica".
Il rischio di una terza guerra mondiale è visto come incombente:
"l'insieme delle devastazioni e delle sofferenze che si abbatterebbero
in questo caso sul mondo intero renderebbero incerto qualsiasi avvenire
storico"(p. 57), "non darei tanto valore alla libertà
o al socialismo in un mondo dissanguato dove lo stesso dolore resterebbe
senza voce".
Dinanzi a siffatto pericolo si cerca una via d'uscita, pure confidando
nel ruolo dell'Europa, continente nel quale si potrebbe realizzare
"un compromesso più flessibile" tra due "concetti
contraddittori", "la libertà e la giustizia sociale"(p.
56).
6. L'epoca vissuta dal grande intellettuale esistenzialista è
definita "reazionaria", perchè "la limitazione
delle libertà e la guerra significa essere reazionari nel
senso più oggettivo e meno rassicurante del termine",
"e la ragione per cui oggi viviamo universalmente dentro una
storia reazionaria è proprio perchè i rivoluzionari
contemporanei hanno accettato un linguaggio del genere" (v.
"I tempi della rivoluzione e il tempo della rivolta",
p. 58 ss.); "per un periodo ancora indeterminato la storia
verrà fatta dalla potenza delle polizie e dalla potenza del
denaro, contro l'interesse dei popoli e la verità dell'uomo".
Ma nel "tempo della rivolta" occorre opporsi alle "tirannie
reazionarie" e criticare le "tirannie progressiste",
perchè esse sono "sempre provvisorie"; ed è
compito degli intellettuali affermare che "la giustizia non
funzione senza il diritto e non c'è il diritto senza la libera
espressione di questo diritto".
Siffatto pensiero ritorna nello scritto su "I moti operai di
Berlino est"(p.95), del 1953, in cui si sostiene che "la
giustizia non può essere separata dalla libertà",
e si prendono le distanze da quella stampa di sinistra che con "felice
disinvoltura" ha "neutralizzato... la tragedia di Berlino"(p.
97), così ritenendo che la dittatura non può sottrarsi
"al giudizio dell'opinione pubblica".
7. Il tormentato viaggio di Albert Camus nel ventesimo secolo è,
in definitiva, uno stimolo per chi, dall'area progressista, si batte
oggigiorno contro le nuove forme di autoritarismo e le degenerazioni
della democrazia.
Non è casuale che la sua acuta riflessione ritorni spesso,
come suaccennato, sul franchismo, inteso quale un prototipo di "dittatura
reazionaria".
Si denuncia con appassionata sincerità il "linguaggio
del realismo" (v."19 luglio 1936: il dovere della libertà"
(p. 101), nel nome del "duro dovere della libertà";
si menziona la "tragedia della Spagna repubblicana", "che
si è vista imporre la guerra civile e l'intervento straniero
da capi militari ribelli", e che è sconfitta,anche perchè
"si giustifica Franco solo per assicurare la difesa per l'occidente"(p.
102).