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Guido Conti

Milano, 11 aprile 2005

Il 21 gennaio 2000 a Belgrado è stato assassinato Arkan.
Era il capo delle "Tigri" serbe, una formazione paramilitare (nella foto in posa con i suoi fedelissimi e il cucciolo di tigre donatogli) attiva in Kossovo durante l'operazione "ferro di cavallo".
Era ricercato dal tribunale dell'Aja per crimini commessi contro l'umanità.
Non era uno psicopatico.
A Belgrado, fare il nome di Zeljko Raznatovic ha sempre scatenato reazioni diverse.
Qualche tempo fa, il brillante giornalista Milos Vasic, forse il più conosciuto tra i pochi cronisti indipendenti della capitale jugoslava, con tono lapidario parlava di lui come della "peggior vergogna del popolo serbo".
Ma per buona parte di quello stesso popolo, Arkan è sempre rimasto un eroe nazionale, un "grande serbo".
C'era anche chi lo difendeva dall'Italia, vantandosi di averlo conosciuto personalmente.
Basti pensare a due celebrità del nostro campionato di calcio, il serbo-croato Sinisa Mihajlovic e il montenegrino Dejan Savicevic.
Entrambi hanno sempre approfittato di ogni occasione buona per difenderlo apertamente dalle accuse di genocidio che mezzo mondo gli rivoltava contro.
Tutto questo, dicevamo, accadeva solo qualche anno fa.
Gli scontri in Bosnia si erano da poco conclusi, e in una cittadina dell'Ohio, Dayton, le parti in conflitto raggiungevano, con la benedizione americana, un accordo di pace.
Arkan era tornato a vivere stabilmente a Belgrado, e dalla pulizia etnica era passato direttamente alla gestione dei suoi mille loschi affari.
Da allora molto e forse troppo poco è cambiato.

Morto a quarantasette anni, ma quarantasette anni vissuti appieno, durante i quali ha impersonificato mille ruoli diversi: rapinatore di banche, pasticciere, uomo politico, sporco imprenditore, proprietario di una squadra di calcio, prolifico padre di famiglia e, soprattutto, orribile criminale nelle guerre di Bosnia e Croazia.

Figlio di un ufficiale della Jna, l'armata popolare jugoslava, l'ultranazionalista serbo Arkan nasce a Brezica, in Slovenia.
Dalla più tenera età mostra un'eccezionale vivacità: ha soltanto nove anni quando scappa di casa per la prima volta e ne ha meno di diciotto quando viene arrestato per la rapina in un bar di Zagabria e conosce il primo di una lunga serie di penitenziari.
Negli anni Settanta si aggira per l'Europa, svolgendo attività spionistica per conto dell'Udba, la polizia segreta jugoslava, anche compiendo missioni contro emigrati poco graditi al Partito.
In cambio i servizi gli offrono protezione, armi e documenti falsi, tutti mezzi che Arkan sfrutta per la sua carriera di insaziabile rapinatore che si apre il 1 febbraio 1974 con una rapina in un ristorante milanese, e poi una lunga serie di rapine a mano armata in Svezia, Belgio e Paesi Bassi.
Sconta una pena di 4 anni in Belgio, ma riesce a fuggire dal carcere di Bejlmer (Amsterdam) durante un’altra pena carceraria di 7 anni.
Durante una rapina a una banca di Stoccolma viene arrestato il suo complice Carlo Fabiani, che oggi si fa chiamare Di Stefano ed era uno dei più stretti collaboratori di Arkan.
Parlava molte lingue, tra le quali un ottimo italiano, praticato anche nel carcere milanese di San Vittore, dove era stato rinchiuso perché accusato di una serie di rapine negli anni '70, e nel quale era stato anche uno dei protagonisti di una rivolta.
Negli anni Ottanta, dopo numerose evasioni, condanne per venticinque anni e un bottino non indifferente, fa ritorno a Belgrado dove diventa capo della sicurezza della discoteca “Amadeus” e presidente del Fanclub della squadra “Stella Rossa Belgrado.
Nel frattempo uccide il direttore dell’Azienda Elettrica INA.
A fine novembre 1990 è arrestato a Dvor/Una dalla polizia croata per traffico d’armi.
Viene rilasciato in marzo del ‘91.
Proprio sugli spalti del Marakana si forma l'Arkan nazionalista: unisce le diverse fazioni in cui sono divisi gli ultrà in nome di Slobodan Milosevic e in dono dalla dirigenza della squadra riceve una pasticceria, che diviene il "covo" dei suoi uomini.
Quando inizia la guerra con la Croazia, i vertici jugoslavi pensano a lui per organizzare le milizie di volontari.
Volontari che Raznatovic non fatica a reclutare, attingendo tra i tifosi del Marakana e nelle carceri belgradesi, imbottite di criminali comuni in cerca di avventura.
A partire da quale’anno Arkan gestisce il Centro per la Formazione Militare del Ministero per gli Affari Interni serbo. Arkan recluta tra i seguaci del “F.C. Stella Rossa Belgrado” un'unità di volontari forte di circa 3000 uomini, che si danno il nome di “Tigri” e che a partire dall’autunno 1991 ha operato come unità paramilitare lungo la frontiera serbo-croata.

La lista dei crimini commessi dall’unità “Tigre” è, anche riassumendola, spaventosamente lunga: l’unità “Tigre” era solita attaccare con l’artiglieria un paese, di norma musulmano o croato, quindi vi entrava installandovi il terrore, uccidendo arbitrariamente civili, commettendo stupri, saccheggiando e distruggendo proprietàprivate e monumenti, installando campi di concentramento.
Secondo un documento interno dell’esercito Popolare Jugoslavo, il motivo principale per la lotta di Arkan non era tanto la lotta al nemico, quanto l’appropriazione di proprietà private e la tortura dei cittadini.

Il 4 aprile 1992 l’unità “Tigre” uccise 17 persone a Bijeljina, lanciando dapprima una bomba nel Caffè Istanbul e poi un’altra nel negozio del macellaio del paese.
Nei giorni seguenti le “Tigri” furono responsabili di 400 omicidi. Immediatamente dopo il bagno di sangue, l’attuale presidentessa della zona controllata dalla Serbia (Republica Srbska) Biljana Plavsic si recò a Bijeljina per baciare Arkan davanti alle telecamere.
L’unità paramilitare di Arkan operava allora nel quadro della 6a Brigata del Corpo d’Armata (JNA).

Il 2 maggio 1992 a Brcko le truppe di Arkan uccidono 600 persone negli insediamenti bosniaco-musulmani di Kolobara, Mujkici e Merajele.
Gli uomini di Arkan mettono in piedi il campo di concentramento “Luka-Brcko” per Bosniaci musulmani e Croati.
Il direttore del campo di concentramento è un uomo di Arkan. Davanti alla moschea di Glogova vengono uccisi 40 uomini.

Il 24 maggio 1992 le “Tigri”di Arkan massacrarono a Prijedor e nei vicini paesi Hambarine, Kozarac, Tokovi, Rakovcani, Cele e Rizvanovici più di 20.000 persone.

Il 20 giugno 1992 eseguirono una pulizia etnica a Sanski Most, massacrando nel vicino paese di Krasulja 700 persone (la fossa comune fu aperta nel 1997) e altre 180 persone, in primo luogo donne e bambini (anche questa fossa comune è stata scoperta nel 1997).

In febbraio/marzo 1993 Arkan e le sue truppe parteciparono al massacro a Cerska, in cui morirono 700 persone.

A Visegrad le truppe di Arkan parteciparono ai crimini contro i musulmani.
Nella città che forní al premio Nobel Ivo Andric lo sfondo per il suo romanzo “Il ponte sulla Drina”, centinaia di musulmani furono uccisi, buttati dal ponte Drina o, come accadde ad una settantina di uomini, bruciati vivi.

L’11 giugno 1995 e nei giorni seguenti Arkan e le sue truppe aiutarono Ratko Mladic ad eseguire le esecuzioni di massa a Srebrenica.

Nel 1996 Arkan partecipò con il partito dell’Unità Serba, da lui fondato, alle elezioni in Bosnia, ottenendo un finanziamento di 225.000 dollari dall’OSCE.

La fortuna di Arkan viene principalmente alla guerra: gli innumerevoli saccheggi, il contrabbando di armi, benzina, armi e sigarette, il traffico della macchine rubate.
In particolar modo, Arkan si è arricchito grazie al saccheggio sistematico delle case di amici e parenti di lavoratori emigrati ed ex-emigrati, dove trovava i risparmi inviati alla famiglia, la quale, non fidandosi del sistema bancario dell’ex-Jugoslavia comunista e per paura dell’inflazione galoppante, nascondeva la valuta in casa.
Tutte fonti delle ricchezze che il Comandante ha sempre ostentato nella sua vita belgradese. Nel 1998 la squadra di “Arkan” Zeljko Raznjatovic, il FK Obilic di Belgrado, partecipa alla Champions League.
Dopo vari attacchi subiti da Arkan sulla stampa italiana, passa la presidenza della squadra a sua moglie, la cantante folk "Ceca" (con lui nella foto a fianco), mantenendone peró la proprietà.
Secondo il giornalista Alberto Nerazzini (Diario, edizione del 20-26.05.1998) il manager delle partite del FK Obilic è Carlo Fabiani, ora Di Stefano, ex-complice di Arkan nelle rapine in Svezia. Di Stefano gestisce anche l’ufficio italiano di Zeljko Raznjatovic.
I già citati Savicevic e Mihajlovic di certo ricorderanno quella giornata del dicembre 1991, quando, reduci dalla vittoria nella Coppa Intercontinentale a Tokyo, ad accogliere i giocatori della Stella Rossa, la loro squadra di allora, all'aeroporto di Belgrado trovano l'"amico" Raznatovic.
E da qualche parte, forse, conserveranno ancora il curioso dono, una zolla di terra della Slavonia a testa, ricevuto dalle mani di Arkan con la promessa di "liberarla" tutta.
Le "Tigri" rimangono in attività fino all'ultimo giorno di guerra in Bosnia, distinguendosi per le efferatezze gratuite e coordinando le ondate di pulizia etnica a Banja Luka, Sanski Most, Prijedor.