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Giorgio Sturlese Tosi

da Panorama, di Giorgio Sturlese Tosi
13 maggio 2005

La violenza sessuale come unica ragione di vita, le rapine per libidine e infine «l'orgetta» del Circeo. Ecco i capitoli, agghiaccianti e mai divulgati, del libro scritto dall'assassino.

«Da quel momento fino al giorno del mio arresto non smetto più di fare stupri».
Angelo Izzo, uno degli assassini del Circeo, accusato anche di avere ucciso Maria Carmela Maiorano e la figlia quattordicenne Valentina, scriveva di questa e altre aberrazioni nelle sue memorie in carcere.
Pagine destinate a un libro di cui molto si parla in questi giorni e di cui Panorama ha letto i capitoli mai divulgati.
Sono centinaia di pagine fitte, scritte a mano. Izzo le aveva affidate a Giuseppe Pittà, scrittore e operatore culturale che lavora nel penitenziario di Campobasso, per farne un romanzo (The mob).

Un'immagine recente di Angelo Izzo, 50 anni, uno degli autori del massacro del Circeo del 1975.
Condannato all'ergastolo, per due volte ha tentato di evadere.
Nel 2004 gli è stata concessa la semilibertà, il 30 aprile è tornato in carcere per l'omicidio di Maria Carmela Linciano e Valentina Maiorano.
La violenza sessuale come unica ragione di vita, le rapine per libidine e infine «l'orgetta» del Circeo. Ecco i capitoli, agghiaccianti e mai divulgati, del libro scritto dall'assassino.



Pittà ha «dato la struttura, senza travisare gli avvenimenti», al testo, dove i titoli dei capitoli e le gesta del protagonista, Izzo in prima persona, mostrano una personalità sconvolgente.
Un copione che assomiglia a quello della sua vita e che nessun giudice di sorveglianza, evidentemente, aveva mai letto.
Molti i passi a dir poco realistici, al limite della pornografia, nella descrizione di atti sessuali.
Ora il libro è nelle mani della magistratura.
Ecco alcuni degli stralci più angoscianti.

SIAMO VIOLENTATORI SERIALI
«Credo che lo stupro abbia a che fare con gli istinti primordiali dell'uomo.
La caccia, l'inseguimento, la cattura, la preda calda, spaventata, tremante, il possesso.
Ecco, questo il gioco, la mia eccitazione si fonda su questo subdolo e umiliante meccanismo: il possesso.
Il sapere che lei è preda, alla tua totale mercé, debole e remissiva, schiava delle tue volontà.
Il possesso totale.
Sì, è vero, in uno stupro la soddisfazione sessuale è poca cosa, è il resto a farla da padrone.
Il pieno controllo del corpo di lei, il senso di onnipotenza, lo sfogo sadico di un istinto malfermo, la tortura psicologica, la sua sofferenza, l'angoscia, la remissività.
Tutto entra in un gioco perverso teso all'annullamento della sua volontà.
La donna che è dominata, la schiavitù, la sottomissione, l'inseguimento del tuo solo piacere. (...)

«Per noi è così, una volta rotti gli argini diventiamo degli stupratori seriali.
Entra nelle nostre priorità quella di avere delle donne da violare, da ridurre a giocattoli sessuali (...).
È il nostro divertimento, ormai, niente più ci allontana dal desiderio di sfogarci in questo modo aberrante, siamo schiavi della nostra malattia, ne siamo forse consapevoli a volte, ma non sappiamo più rinunciare».

I COLPI IN BANCA
«Ah, ho 16 anni e scopro la mia vera vocazione, sono nato per fare il rapinatore di banche.
Eh sì, rapinatore di banche, altro che ingegnere come mio padre.
Non so spiegarmelo, ma per me rapinare una banca è come essere toccato da una grande passione.
Un'onda che mi invade, che mi arroventa il corpo e lo spirito. Una libidine profonda.
Il tutto a prescindere dal bottino.
Non me ne frega niente del bottino.
È l'azione, il modo, i tempi, i meccanismi.
Si entra, per due o tre minuti sei con le armi in pugno, sei padrone del mondo.
Istanti implacabili.
Forti, essenziali, speciali.
Si prendono soldi liquidi, puliti, incontrollabili.
Si va via.
Durante la rapina, in quei pochi minuti sei tu che comandi, reggi il piccolo mondo, sono tutti ai tuoi piedi.
Sono tutti nemici.
Non solo gli sbirri, ma proprio tutti, compresi i passanti. -ùGuai a loro se si mettono di mezzo.
Nessun ostacolo al potere.
Nessun ostacolo a noi».

L'EROINA È BELLA
«La verità è una sola: l'eroina è bella, è una favola, rappresenta il più dolce dei viaggi.
È il Paradiso e l'Inferno insieme, è vita e morte nel medesimo istante.
Uno sballo da magia.
Ma c'è un solo, piccolo, minuscolo particolare, l'eroina ti fotte la vita. Ti fa vivere in funzione di quel mezzo grammo di polvere bianca.
«Tutto, ogni momento della tua esistenza ruota attorno al pensiero di quando puoi farti, di quando puoi cercare la vena e infilarci l'ago. Passaporto per la pace e la serenità. Lontano, lontano dalle brutture del giorno, da questi pensieri che affliggono e uccidono. La roba, solo la roba da procurarsi, con ogni mezzo, subito, subito, subito».

STUPRO OMOSESSUALE
«Tra l'altro fu in quel periodo che ebbi il primo vero rapporto omosessuale. Accadde con un ragazzo francese del Panier, un quindicenne dall'aspetto femmineo e un sorriso incantevole.
Lo desiderai appena lo vidi.
Fu un desiderio molto confuso, ero inesperto e anche un po' intimorito dalla cosa.
In realtà non sapevo bene circa il da farsi, ma ogni volta che lo incontravo avvertivo il desiderio farsi forte. Avevo voglia di quel corpo e mi innamoravo delle espressioni del suo musetto meraviglioso.
«Feci così l'impossibile per corromperlo. Gli regalai denaro, fumo, eroina, ma un po' le circostanze, un po' le mie indecisioni e timidezze, non riuscivo proprio a concludere. Continuò così per un bel po', finché un pomeriggio praticamente lo violentai».

LI BRUCEREMO TUTTI
«Cominciamo una campagna di attentati su Roma che neanche i più esperti tra i rossi sfegatati sono mai riusciti a fare. (…)
Il passo successivo è la rivendicazione.
Telefoniamo a un giornale: "Sveglia gente, siamo i Nuovi partigiani, li bruceremo tutti". Così tutti sanno che dietro gli attentati alle sezioni ci sono questi rossi che hanno dato vita a una nuova e più pericolosa organizzazione. Ogni apparato dello Stato inizia il percorso d'indagine ed è proprio quello che vogliamo. Ullalà, ce l'abbiamo fatta. I nostri attentati antifascisti si rivelano davvero efficaci (...).

«Eh sì, perché noi ci sentiamo come un anello, forse l'ultimo, di una lunga e misteriosa catena che si può considerare come un esercito clandestino, per di più coperto da settori importanti dello Stato.
Direttamente o indirettamente apprendiamo ogni movimento, i golpe in preparazione, le stragi, le bombe, i terroristi che si riforniscono direttamente dalle basi Nato, i rapporti diretti fra dirigenti neofascisti e alti gradi dell'Arma dei carabinieri, generali dell'Esercito che partecipano a riunioni eversive.
Sì, cominciamo a sapere molte cose, ad apprendere di tutto e di tutti, siamo volenti e nolenti parte di un progetto sovversivo, di un percorso sconosciuto alla gran massa delle persone e che si fonda totalmente sulla paura e il terrore della gente per controllare le cose e non permettere una vittoria delle forze di sinistra.
Pur nel livello di spicciola manovalanza veniamo continuamente a conoscenza di visite di emissari di Nixon, di riunioni di bombaroli nella villa di un grosso boss mafioso italoamericano, tal Frank "Tre dita", di ex partigiani della Valtellina spediti nello Yemen a combattere contro la guerriglia marxista, di omicidi mascherati da incidenti stradali o da suicidi.
Veniamo a sapere perfino di un attentato che fa sei morti e che è spacciato per incidente ferroviario.

«Questo il modo in cui in Italia, negli anni 70, si fronteggia l'avanzata del Pci. (...)
Andiamo con un aereo di linea fino a Barcellona.
A riceverci è il principe Borghese. (...)
Ci riceve in un appartamento che funge da ufficio.
Siamo nei pressi delle Ramblas, al centro della città.
Sulla parete l'immancabile bandiera della Decima Mas.
Ci parla, ci parla molto.
Ci dice che siamo dei patrioti, "siete dei fieri avversari di questa democrazia parlamentare, dei combattenti per l'Italia". Le sue parole ci inorgogliscono, di concerto gonfiamo i petti, mostrando tutta una fierezza insperata in noi.
Ci sentiamo pieni di esaltazione e ci sembra abbiano voluto riconoscere il nostro valore, premiandoci con le parole di quel grand'uomo che è il principe Valerio Junio Borghese».

FACCIAMO FUORI LE PISCHELLE
«Il 29 settembre ero a piazza Euclide in compagnia di Virgilio. Avevamo a disposizione la 127 di sua madre. (…)
Mentre si cazzeggiava eccoti arrivare il Giambi, in Maserati, con tre ragazzette mai viste prima.
Giambi fece le presentazioni, dicendo che le aveva prese su mentre facevano l'autostop. (...)
Le invitai a scendere dalla macchina, ci scherzai un po' e, strizzando l'occhio a Marzia, proposi loro di vederci, magari più tardi, per andare a fare una gita al mare.
Naturalmente il pensiero era quello di portare le tre ragazze da qualche parte per divertirci un po' tutti insieme.
Erano tre "bore", si capiva dai loro vestiti e da come parlavano, ma non erano male.
Fatto è che, dopo aver loro offerto qualcosa, le ragazze accettarono di rivederci. (...)
Mi venne l'idea: ci portiamo il Riccio, cazzo che idea.
Dopo l'orgetta le facciamo fuori le pischelle (...).

«In meno di un'ora fummo a Fregene, nella villa di famiglia di Cowboy.
Una bella villa, posta su una scogliera a picco sul mare, circondata da un parco, per lo più con alberi di pino.
Ci accomodammo nel salone.
Un luogo molto bello, raffinato, con i suoi marmi, il legno pregiato e il cuoio.
Mettemmo su un paio di dischi, musica di sottofondo per le nostre amabili chiacchiere.
Ci ascoltammo quasi tutta la colonna sonora di Arancia meccanica e poi l'inno della Brigata Thaelmann, infine una roba forte delle Brigate internazionali comuniste della guerra civile spagnola.
Preparammo da bere e le invitammo a tracannare un paio di whisky.
A un certo punto la conversazione sembrò languire. Fu un attimo, uno sguardo con Virgilio e la violenza prese a materializzarsi tra noi (...).

«Cowboy si rivestì.
Mangiammo.
Dopo ci mettemmo a pippare la coca.
Passarono ore e ore e ci rivenne voglia di sesso...
Arrivarono i carabinieri.
Dalle cronache seppi che erano arrivati in gran numero. Subito si attivarono.
Naturalmente grazie alla macchina non potevamo scamparla. Alle prime luci dell'alba piombarono a casa di Virgilio e lo arrestarono.
Era quasi mattina.
Mi presero, senza far fatica, nel portone del palazzo di Virgilio.
I carabinieri della centrale operativa erano un po' confusi. Invece di timorosi giovincelli trovarono gente dal comportamento deciso e arrogante.
Criminali incalliti, smaliziati al punto da non dire una sola parola, nessuna ammissione, solo la nomina di avvocati famosi.
Mutismo completo.
Cazzi loro!
Fui portato in ospedale per il riconoscimento.
Capii solo allora che c'era stato un errore, che tutto sarebbe venuto fuori, che ero nella merda, la merda più schifosa. Cazzo, ero fottuto!».

NON È FICTION, MA REALTÀ
Il criminologo: come non capire la sua esigenza di uccidere

«The mob non è un romanzo, ma un delirante progetto esistenziale ancora valido. Ciò che stupisce» dice il criminologo Francesco Bruno, a cui Panorama ha fatto leggere i capitoli mai divulgati di Angelo Izzo «è come nessuno sia riuscito a comprendere questa verità, peraltro non dissimulata dallo stesso Izzo, ma solo razionalizzata e coperta da parole di apparente pentimento. Come non capire la sua esigenza di uccidere e stuprare».

«Izzo era un ragazzo disturbato ed emarginato all'interno stesso del suo microambiente» ricorda Bruno, che lo ha conosciuto in carcere dopo i delitti del Circeo.
«Oggi che ha passato in galera oltre metà della sua vita rivive come sogno il suo progetto di vita e si descrive, al termine della sua carcerazione, come un eroe nero e perverso che attraversa da artefice quel particolare periodo storico».

La stessa ispirazione sembra tratteggiare la sua vita romanzesca.
«Un uomo pauroso, sessualmente incompetente, con pulsioni omosessuali e di disprezzo e d'angoscia verso le donne» spiega Bruno «finisce per compensare le sue inferiorità con il pensiero.
Quando questo succede in un soggetto come Izzo, con gravi problemi dissociativi e di aggressività, il delitto può esplodere in ogni momento e per ogni occasione».