da
www.enel.it del 05/02/2004
A cura della Redazione CWW
UN'EVASIONE PACIFICA E TOTALE
Il carcere visto da chi lo vive ogni giorno. Parla Emilia Patruno, direttore
di Ildue, net magazine interamente redatto e gestito dai detenuti di San Vittore,
a Milano
Giornalista professionista
e volontaria, Emilia Patruno da 13 anni entra ed esce di prigione armata di
carta, penna, floppy disk e cd rom.
Per raggiungere la sua redazione deve oltrepassare cancelli di ferro e servizi
di sorveglianza. I pezzi li passa in carcere, dove coordina le riunioni e discute
con i suoi degli articoli pubblicati e di quelli da preparare. Per mettere on
line le pagine disegnate dai redattori, però, deve uscire da San Vittore:
per motivi di sicurezza e per lo stato delle carceri italiane, nessun detenuto
al momento può navigare Internet (leggi il dossier ).
L'e-magazine, nato e gestito tra le mura e le sbarre dell'istituto penale milanese,
è una sua creatura: www.ildue.it è stato il primo sito affidato
ai detenuti di un carcere italiano e rimane uno dei più visitati. A cosa
serve? «Per raccontare a chi sta fuori cosa significa vivere dentro»,
ci spiega la Patruno raggiunta al telefono. E ci parla di questa avventura,
che continua ad appassionarla dopo tanti anni.
Ildue, nome
curioso per un net magazine...
Non per chi vive in città: per i milanesi il carcere di San Vittore è
il Due. E il motivo è che l'istituto si trova in piazza Filangeri 2.
Da quel portone entrano i detenuti. Da quel portone i detenuti vogliono uscire.
Con i corpi, ma anche con le parole. Il nostro magazine è questo: una
via d'uscita per le parole.
Quando e come
è nato?
Lo abbiamo realizzato cinque anni fa.
All'inizio il sito era la vetrina del giornale cartaceo Magazine Due, che esisteva
già da sette anni. L'esperienza del Web ci ha subito conquistati e, nel
giro di poco, abbiamo deciso di interrompere la stampa tradizionale e di allargare
ancora di più il nostro orizzonte, trasformando www.ildue in una webzine.
Grandissima opportunità di uscire veramente dai confini non solo del
penitenziario, ma anche della città. Trattando temi ad ampio raggio (partendo
sempre, ovviamente, da considerazioni sulla detenzione, sulla libertà
e sulla prigionia) abbiamo avuto, e abbiamo, un pubblico molto più ampio.
Chi c'è
in redazione?
Solo detenuti. Sono tra i quindici e i venti, uomini e donne, che collaborano
assiduamente (anche se separatamente), lavorando almeno due ore al giorno. Sono
loro che scrivono articoli, racconti, poesie, dossier.
Ildue, riunione di redazione
Molti hanno una
storia di lunga detenzione alle spalle e sono quasi tutti della sezione penale
Primo Raggio: processi conclusi e almeno 10 anni da scontare. Ma questo non
impedisce loro di costruirsi e di immaginare un futuro, che vivono già
evadendo virtualmente dalle loro celle.
Poi, nella squadra, ci siamo io e la webmaster, che mettiamo i contenuti on
line, e alcuni studenti - prima lettori ora collaboratori volontari - che si
occupano della banca dati e, soprattutto, dei prodotti multimediali.
Come cd rom
e pubblicazioni?
Tra le ultime cose che abbiamo prodotto, c'è un libretto, Il glossario
delle parole del carcere. Ora stiamo preparando il cd Avanzi di galera, sul
come e cosa si mangia in prigione (ricette, storie, curiosità, piatti
provati e cucinati da chi è dentro), e presto ne realizzeremo altri due
di poesie.
Testi scritti e recitati dietro le sbarre, ovviamente.
Si tratta di esperimenti a mio avviso molto interessanti: sono convinta che
la Rete sia una grande ipocrisia se poi non ha una finalità fisica. Per
funzionare davvero, la fibra ottica deve sfociare in momenti di incontro, di
seminari, lettura, frequentazione reciproca tra chi la fa e chi la fruisce.
Ed è anche un modo per sopravvivere.
I ricavi della laboriosa attività multimediale rendono possibile il mantenimento
del sito e dell'omonima associazione di volontariato che gli sta dietro. Noi
siamo tutti volontari.
Che riscontri
ci sono con l'esterno?
Tra i punti di forza di www.ildue c'è l'interattività.
Abbiamo un forum molto frequentato e un'area sondaggi che funziona. Il nostro
obiettivo è proprio quello di parlare con il mondo.
Lo spiegano chiaramente gli stessi detenuti nella home page del sito: «Per
avere più spazio, per dialogare con quelli che stanno fuori, per costruire
qualcosa insieme. Per sentirsi vivi». Senza "quelli che stanno fuori",
il nostro lavoro sarebbe insignificante.
Tra le numerose
sezioni salta all'occhio Zona franca. Di che si tratta?
La Zona franca è un'area di confine, lo spazio aperto agli interventi
esterni.
È una sorta di territorio terzo sul quale ci confrontiamo in maniera
assolutamente libera col mondo esterno, e il mondo esterno fa lo stesso con
noi.
In questo momento, ad esempio, siamo gemellati con Golem, l'indispensabile (www.enel.it/it/enel/magazine/golem),
che questo mese tratta di Carceri e altre prigioni. I vari articoli, che affrontano
la galera in modo diverso perché si focalizzano più sulle "altre
prigioni", ossia le detenzioni della testa e dell'anima, hanno suscitato
interesse e riscontri sia dentro che fuori dal carcere. Stiamo raccogliendo
testimonianze (che cerchiamo di mettere on line in tempo reale), interviste
all'interno dell'istituto penale e commenti dei lettori e, se gli scritti seguiteranno
ad arrivare così numerosi, pubblicheremo tutto in un libretto.
Questo è Zona franca: è raccontare la galera dal dentro e dal
fuori, è dialogo tra detenuti e uomini liberi, è discussione su
temi caldi e di attualità.
Zona franca fa la differenza: fa in modo che il carcere sia meno medioevale,
meno chiuso, meno tetro. Fa in modo che, raccontando la prigione e le verità
che si nascondono dietro le quattro mura di una cella, un po' del mondo entri
nel penitenziario e un po' del penitenziario esca all'esterno.
Zona franca è un'evasione. Pacifica e totale.
Ognuno dalle proprie prigioni, dalle proprie inadeguatezze. Zona franca è
libertà.
Gaia Vendettuoli/Cultur-e