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Hanno titoli insoliti, "La storia di Nabuc", "TgGaleotto",
"Ragazze fuori", "Libera…Mente" e un chiaro intento:
raccontare la propria realtà al mondo esterno, denunciando, se
necessario, i tic, le omissioni e le distorsioni del sistema
dell'informazione, troppo spesso carente e deviato da
pregiudizi. Sono i giornali dal carcere. O meglio, per dirla
con le parole del ministero della Giustizia, dal 'Pianeta
Carcere'. Un "mondo a parte", una realtà separata dal resto
della società, che vuole parlare di sé entrando dalla porta
principale, in una luce libera da censure e vizi.
L'impresa dei quasi 60 istituti penitenziari italiani che
cercano di produrre informazione sulle e dalle carceri non è
semplice, anche perché informare sul carcere non basta.
"Bisognerebbe - sostiene Sergio Segio, responsabile
dell'informazione sul carcere del mensile Fuoriluogo,
supplemento del Manifesto - saper produrre iniziativa e
denuncia documentata. Perché ciò che accade nell'inferno
penitenziario è favorito dall'ombra e dal silenzio, dalle
sordità politiche, dalle pigrizie burocratiche e omertà
amministrative, ma anche dalla rassegnazione". Sergio Segio è
un ex detenuto, che ha scontato 20 anni di carcere per le
attività di Prima Linea, organizzazione armata di sinistra
attiva negli anni 70 e ora è in libertà vigilata. Oltre a
lavorare per Fuoriluogo, ha diretto il mensile Narcomafie e
l'ufficio stampa per il Gruppo Abele; da volontario ha
costituito con Sergio Cusani un Cartello di associazioni
attive sul tema dell'indulto e del reinserimento sociale. Per
dirla in poche parole, uno che la realtà carceraria la conosce
da vicino e che sa che scrivere e conoscere può significare
sentirsi meno inutili e, in qualche modo, non morire.
Riviste quindi, ma anche siti internet e telegiornali.
Spesso semplici bollettini quali veicolo di comunicazione
interna, a volte veri e propri prodotti giornalistici e
multimediali che raccontano e si raccontano a tutti. Con
risultati lodevoli, vista la scarsità di mezzi delle spartane
redazioni, in realtà nude celle attrezzate come si può. Da
San Vittore a Rebibbia, da Porto Azzurro alla Giudecca, da
Garçon, giornale dei ragazzi dell'istituto penale per
minorenni di Casal del Marmo a Ragazze Fuori della casa
Custodia Attenuata femminile di Empoli, passando per i
periodici degli ospedali psichiatrici giudiziari di tutta
Italia. "Un ponte con la società - afferma Vittorio Antonini,
vicepresidente dell'associazione culturale Papillon di Rebibbia
- per parlare alle persone e mettere in evidenza le forti
contraddizioni con le istituzioni e i mass media, che se
formalmente parlano di pene tese alla rieducazione, in
sostanza poi restano sordi alle richieste dei detenuti".
Il caso "Ristretti Orizzonti"
L'idea di raccontare il carcere è nata cinque anni fa.
"Abbiamo voluto proporre un'informazione - come si legge dal
sito
del giornale, interamente realizzato dai detenuti e attivo
dal 2001- che unisse l'utilità del notiziario alla capacità di
approfondimento di una rivista settoriale e illustrasse i temi
più scottanti attraverso vicende raccontate dai protagonisti".
Da qui la nascita della rivista della casa di reclusione di
Padova e dell'istituto penale femminile della Giudecca, un
bimestrale tra i più importanti e conosciuti del settore, che
dal 1998 ha realizzato 31 numeri. Con un titolo ironico e
toccante: "ristretti", che nel linguaggio
burocratico-carcerario significa detenuti e "orizzonti" perché
l'intento è di favorire ad aprire gli spazi chiusi della
detenzione e uscire fuori. Se non con i corpi, almeno con
parole e immagini. Si occupa di tutela della salute,
formazione e inserimento lavorativo, in prospettiva
dell'uscita dal carcere, ma anche di temi legati
all'emarginazione in generale: tossicodipendenza, delinquenza
minorile, immigrazione. Tante le difficoltà incontrate: i
'vizi' di scrittura, la battaglia contro l'autocensura
(dall'uso delle droghe e degli psicofarmaci all'interno del
carcere al "codice d'onore" rispettato dai detenuti), la
promozione di una cultura del lavoro. Ma soprattutto il
reperimento delle fonti, vista la forzata 'sedentarietà' dei
redattori: principale contributo arriva dalla corrispondenza
che offre lo spunto per scegliere le problematiche da
trattare, nonché da un archivio sempre aggiornato. In alcuni
casi, dalla possibilità di beneficiare di permessi premio per
partecipare a conferenze o manifestazioni culturali.
Indispensabile infine l'incontro con scrittori e
professionisti della carta stampata, tra cui Enrico Deaglio,
direttore della rivista Diario, Vittorio Pierobon,
caporedattore del Gazzettino di Venezia e Pino Corrias,
giornalista della Stampa. "Questo ha permesso non solo di
rendere il carcere più trasparente e visibile, nostro
obiettivo principale, - afferma Ornella Favero, coordinatrice
del periodico - ma anche di far acquisire ai detenuti una
professionalità che alcuni hanno potuto utilizzare una volta
fuori". Scritto e elaborato graficamente dalle due redazioni,
che realizzano e montano anche servizi per un telegiornale
locale, è stampato da una tipografia esterna. Le copie vengono
imbustate nell'istituto e poi spedite a enti locali e
istituzioni, ma anche a biblioteche, scuole, studi legali.
Parte dei finanziamenti vengono proprio dagli abbonamenti
(2000 copie diffuse in Italia e all'estero), dal D.A.P.
(Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) dove è stato
istituito un fondo e dagli enti locali, soprattutto regionali
per essere poi reinvestiti anche nella realizzazione di corsi
di scrittura giornalistica o informatica.
Giudecca, isola felice?
Non tutte le strutture penitenziarie riescono a realizzare
prodotti di qualità pari a quella del periodico di Padova. A
Rebibbia solo quest'anno si è riusciti a ottenere un
finanziamento di 40 mila euro dalla Regione Lazio per stampare
3000 copie di un Cd-rom sulla sanità in carcere. "Quella
dell'informazione carceraria è una realtà difforme, - afferma
Segio - spesso si riescono a produrre solo precari ciclostili
ad uso interno, piccoli giornali di nicchia, dove ognuno è
sponsor di se stesso o bollettini di ibrida natura giuridica".
Sua la proposta di costituire una Federazione di giornali del
carcere che faccia da contenitore giuridico di tutela delle
testate carcerarie e da supporto per le realtà più piccole e
deboli. "Ci vuole- sollecita Ornella Favero- più coraggio e
fantasia. A Padova facciamo una rassegna stampa sul carcere,
così ho modo di capire bene quali sono le notizie che passano
e sono notizie di due generi: la notizia locale, lo
spettacolino, la cooperativa che dà due posti di lavoro oppure
i disastri, i suicidi etc. Questo è il carcere visto
all'esterno". In molti auspicano che l'informazione del
sociale venga sempre più veicolata attraverso i grandi
giornali, ad esempio facendo uscire queste pubblicazioni come
supplemento. Una sfida che coinvolge anche l'amministrazione
penitenziaria e la sua lungimiranza ad aprire nuovi varchi
comunicativi.
Evasioni via internet
Quando impossibilitati a farlo su carta, i detenuti
affidano ad Internet le loro storie. Mito della comunicazione
in tempo reale, il luogo della libertà, sebbene solo virtuale,
è un'occasione unica per 'evadere', amplificando il proprio
messaggio senza limiti di spazio e tempo. In una situazione
carceraria con priorità che vanno dal sovraffollamento, ai
suicidi, tossicodipendenza, ai malati da Hiv, quello di
Internet può sembrare un problema irrilevante. Eppure se ne
parla come strumento connesso alla riabilitazione. Con tutti i
problemi legati alla sicurezza che comporta fare accedere un
detenuto alla Rete. "Il carcere e Internet rappresentano due
opposti: massimo dell'isolamento contro massimo della
comunicazione", dice Emilia Patruno, direttore della testata on line di
San Vittore di Milano. La rete permette a molte testate
carcerarie dalla tiratura limitata o destinate solo a circuiti
dietro le sbarre di uscire fuori. Per dirla con le parole dei
reclusi di San Vittore:"Perché speriamo che non rimanga un
monologo, ma diventi un dialogo col mondo".
(18 Febbraio 2003)
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