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Mohammed l'egiziano
s'è cucito la bocca con la molla della penna biro. Le sue labbra hanno
sputato sangue nero per ore. Adesso sta chiuso nella fogna delle
anime, in una cella del reparto dove portano quelli col cervello spappolato.
«Qui o ti ammazzi o ammazzi quel bastardo del poliziotto. Così ho pensato:
la mia bocca è quella del poliziotto. È sua la pelle che sto infilzando,
è lui che urla al mio posto, è suo il sangue che mi schizza in gola».
San Vittore, prigione immortale. Tomba di vivi. Carcere che da sempre
dev'essere demolito, venduto, ma che non si chiude mai. Galera-paese che
oggi più che mai assume l'anima e i peccati di tutte le carceri d'Italia:
il sovraffollamento, il dolore, il caldo, i suicidi. La speranza. Mohammed
parla tra le sbarre. La bocca tumefatta. «Per gli agenti ci sono cuori
negri e cuori bianchi. Vedi quello lì? Era uno straccio ieri sera.
Ma l'hanno vestito. Io no. Mi lasciano senza mutande per farmi sentire
un animale». Una coperta sventola tra due sbarre. È un sos. Qualcuno rantola,
un altro vomita. E d'improvviso l'odore inconfondibile del carcere ti
entra nelle vene.
Arriva il direttore, Luigi Pagano, uomo libero e liberale. Se è per questo
ogni giorno lui incontra bocche cucite, gole tagliate, braccia spezzate.
Morti. «Ieri si è impiccato un marocchino: il suicidio rimane la nostra
vera sconfitta». «È un uomo che pensa prima agli uomini» mi ha detto di
lui Gianni Fumagalli, l'educatore che sarà il regista di questo viaggio
dentro il carcere milanese. Ma Pagano parla anche dei suoi successi: «Il
sovraffollamento? Oggi ne abbiamo dimessi altri 100. Entro poco dovremmo
arrivare a 1.100. Il che riporta San Vittore a carcere circondariale con
detenuti solo appellanti. Gli altri li mandiamo a Opera e Bollate». Il
direttore è il primo cittadino di San Vittore.
Ci abita perfino, prigioniero dei suoi prigionieri e di una grande contraddizione.
È con passione furente il direttore di un carcere che trova inutile e
ingiusto. «Ci vorrebbero pene più utili: l'uomo del delitto non è mai
quello della pena. Una soluzione? La nuova legge Smuraglia. Oggi regala
sgravi fiscali agli imprenditori che impiegano detenuti».
A scortarci è una giovane psicologa, Daniela Antonucci. Si arriva alla
famosa rotonda: ha una cupola e un altare in mezzo. Di domenica è una
chiesa per la messa, adesso è il cuore del carcere. Babele di agenti,
di neri, di facce livide, di stampelle, di passi, di dolore. La dottoressa
cammina dentro questa bolgia dantesca come un piccolo Virgilio invisibile.
Niente può più stupirla.
Nemmeno Rahid. Un agente strizza il braccio del somalo, scalzo e quasi
nudo. Il busto innaffiato di sangue. «Ho anche bevuto varechina: voglio
infermeria». Poche parole e il ragazzo scompare con la testa bassa.
Continua
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