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Parole libere - Scrittura
| Caracè |
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Marcelo Nieto
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Tanti,
ma tanti anni fa, quando la terra, dove sono nato e cresciuto, non
era stata ancora chiamata Uruguay, nella pianura che oggi la divide
dal Brasile abitava una tribù di "charruas", nominata
"arachanes". Uno dei più forti e
belli di loro era Caracé. La sua vita era in pieno contatto
con la natura, senza orari, calendari, rumori di traffico ne inquinamento.
Non aveva conti da pagare, ne cerano farmacie dove procurarsi
qualche pasticca, insomma un'esistenza da vero indio, senza "il
male" della civilizzazione.
Ma Caracé era sempre di malumore, trattava male i suoi pari,
si mangiava le unghie, sirritava per niente, non dormiva bene.
Sembrava, diremmo oggi, stressato, ansioso e depresso.
Pensava che la causa di tutto ciò fosse la vita
pazza che conduceva: correndo dietro animali sotto il sole e la pioggia,
contro il vento, montando e smontando mille volte le tende nella sua
vita deterno
migratore, ore e ore dentro i fiumi per pescare qualche pesce.
Finalmente arrivò alla conclusione che questo malessere era
dovuto allambiente nel quale viveva, fuori. Impotente, senza
forze per reagire, consultò il più noto e quotato stregone
in circolazione. Il nostro "arachan" dovette bere tutti
i tipi di bevande, fatte con erbe e animali; subire centinaia di massaggi;
mille sedute per metterlo in contatto con gli spiriti e alla fine
la cinica diagnosi e terapia
era stressato e aveva bisogno di
ferie nel Club Mediterranée.
Caracé, per la prima volta nella sua vita, rinviò una
decisione
a tempi migliori, senza mai potersi godere le meritate vacanze perché
la morte lo raggiunge alla matura età di 22 anni.
Poco prima di morire, però, Caracé guardò indietro
nel tempo, ricordando quel giorno che si sentì colpevole trovandosi
sotto un albero senza fare niente, capì che in quel momento
cambio la sua vita, iniziando da lì in avanti a fare due cose
nello stesso tempo, come molare le punte delle frecce e raccogliere
frutti, correre e spalmarsi grasso sulla pelle.
Tutto quello che fece dallora fu una sfida; se doveva andare
a prendere acqua nel fiume doveva essere il più veloce, se
doveva fare fuoco il suo doveva essere il falò più alto.
Parlava e mangiava veloce, sembrava sempre di fretta. Pensava che
arrivando ad essere il migliore della tribù tutto nella sua
vita sarebbe stato meraviglioso.. ma sempre trovava uno migliore di
lui in ogni
cosa. Capì che per questo si odiava quando qualcosa non gli
riusciva bene e criticava tutti perché non erano come lui voleva
che fossero. E cosi penso a quel giorno nel quale non si perdonò
non avere potuto cacciare alcun animale e nei tre giorni seguenti
si dedicò nel ricordo di tutte le bestie che aveva lasciato
scappare nella sua vita.
Concluse che era uno del peggiori indio della sua generazione e che
in futuro tutto sarebbe stato peggio, ripetendo quasi fosse una preghiera
"faccia quel che faccia niente cambierà, sarò sempre
un disastro". Scoprì con amarezza che, in tutti questi
anni, era stato lui stesso il suo peggiore nemico e che la fonte del
malessere non era fuori, ma dentro. Troppo tardi, non ebbe
tempo di tentare una vita diversa.
Poco dopo compì, senza saperlo, 22 anni.
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