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Rivolta d'amore
Piero Colaprico

da D Donna (Repubblica) di Piero Colaprico
Milano, 20 maggio 2005

"Sono entrato in Lotta Continua perché mi ero innamorato di una ragazza".
Milano, anni Settanta.
Nel futuro di Andrea ci sono gli espropri proletari e le rapine di autofinanziamento per il nucleo sovversivo Prima Linea.
Ma continua ad esserci il bisogno d'amore, anche gabbie delle aule dei maxiprocessi si parla di costruire una famiglia, di ritrovare una vita normale.
Lo stesso Andrea si accalca con i compagni sulle sbarre, durante le udienze, per concedere alle coppie un momento di intimità.
E sempre lui farà una rivolta spettacolare, per quei tempi.

Andrea Perrone, in quegli anni erano state istituite le carceri speciali per isolare i detenuti politici.
I colloqui avvenivano attraverso un vetro...

"Avevamo le lettere. Per noi erano importanti per esprimere l'affetto. Ma quando è stata arrestata anche la mia fidanzata di allora, Maria Teresa, ho fatto le richieste per i colloqui perché i biglietti non mi bastavano più. Sono state tutte respinte. Il magistrato non mi voleva parlare. Non era previsto che due persone, non sposate, potessero incontrarsi".

Che cosa ha fatto a quel punto?
"Ho protestato, prima spiegando le mie ragioni. Poi, un giorno, ho messo in atto un progetto che avevo studiato.
Al terzo piano, dov'era la mia cella, avevano piazzato delle "bocche di lupo" in cemento.
Sono delle strutture attaccate alle finestre, che non lasciano vedere il cortile ma solo un pezzo di cielo, in alto.
Mentre gli altri erano all'ora d'aria sono rimasto in cella, ho aspettato che nessuno passasse e ho strappato il manicotto antincendio, l'ho srotolato, infilato nella bocca di lupo.
Ho lanciato l'idrante in cortile, sono corso di sotto e l'ho usato per arrampicarmi fino in cima, al terzo piano, mentre dal basso gli altri detenuti mi incitavano. Ma non sapevano il perché della protesta".

E poi?
"Dopo venti minuti è arrivato il comandante che allibito mi ha detto: "Ma che stai combinando, Perrone?".
Mi conoscevano tutti, dai secondini ai boss, perché i primi tempi in carcere consegnavo i pacchi nelle celle.
Mi avevano arrestato nel '79, a 22 anni, perché avevo una pistola nel borsello.
Non era mia, dovevo solo sbarazzarmene.
Non sapevano altro di me, ero un detenuto comune.
Me la sarei cavata con una pena lieve se alcuni pentiti di Prima Linea non mi avessero denunciato.
Nel secondo raggio ho perso quel poco che avevo, persino il lavoro.
E le nostre mamme venivano spogliate nude per essere perquisite prima dei colloqui.
E, soprattutto, non mi consentivano di vedere la mia ragazza".

È allora che si comincia a parlare di diritto all'affettività?
"La formula l'ha inventata Riccardo, il mio compagno di cella. Davvero.
E quando io spiegai dalla bocca di lupo chi ero e che cosa volevo, tutto il carcere si mobilitò.
L'eco della protesta finì sui giornali.
Arrivavano telegrammi dagli altri penitenziari.
Ma anche uno che diceva:
"I veri proletari non lottano per scopare ma per la liberazione".
Veniva da Palmi, dove c'erano tutti i capi delle Br.
Mi avevano sconfessato, ma io avevo già preso le distanze da Prima Linea.
Erano arrivati ad uccidere, e non volevo avere niente a che fare con questo".

E il magistrato?
"Arrivò il terzo giorno.
Riccardo che si era già fatto sette o otto birre - ed era pure strabico - gliene offrì una e cominciò una specie di comizio su come e perché noi detenuti sentivamo il bisogno di vedere almeno ogni tanto le persone a cui volevamo bene.
La cosa sconcertante fu che alla fine il magistrato firmò.
E io potei incontrare ai colloqui la mia ragazza".

Com'è stato il primo colloquio?
"Una forte emozione. Eravamo in una stanza con altre tre coppie. Ci siamo guardati negli occhi e lei mi ha detto:
"Ma che cosa hai combinato?".
Abbiamo parlato dei soliti discorsi, della situazione politica.
E alla fine ci siamo baciati".

E poi, la storia è andata avanti?
"No. Con il tempo si è sfilacciata. Ogni tanto ci sentiamo ancora e anche se sono passati vent'anni i vecchi compagni mi chiedono sempre di lei: questa storia è ancora nel cuore di tutti.
Io sono fuori dall'ottobre dell'85.
Ora ho una moglie e un figlio e dirigo un teatro: sono riuscito a reinserirmi ma alcuni di noi non ce l'hanno fatta e si sono dati all'alcol.
Penso che chi ha provato il carcere vorrebbe che migliorassero tante piccole cose, e una è poter vedere di più e meglio chi si ama".