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La
comunicazione da dentro, tra codicilli e progresso
di Guido
Conti
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Nel
carcere la comunicazione, per quanto diverse possano essere
le pratiche che ognuno di noi associa a questa parola, ha uno
statuto particolare, difficilmente paragonabile a quello della
vita libera. |
Per
sgombrare il campo da facili semplificazioni è necessario
in primo luogo chiarire che la comunicazione non è vietata
in toto, anzi, per certi versi e con certe modalità
è invece incoraggiata, solo però attraverso determinati
canali e solo quando risponde a determinate finalità ritenute
conformi a quel gigantesco marchingegno di stabilizzazione sociale
che va sotto il nome di carcere.
| Una
precisazione preliminare: non è che "qualcuno"
stabilisca dall'alto quello che è consentito e quello
che non lo è; certo, avviene anche questo, ma non costituisce
la parte più rilevante e neanche forse la più
interessante nel sistema dei divieti. |
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Questi
non hanno tanto la caratteristica di essere imposti da codicilli
e direttive, si potrebbe dire al contrario che l'ambito regolamentato
discende da una serie di tabù e proibizioni antecedente e
non iscritto da nessuna parte, che però è tanto più
sentito e seguito perché costituisce il campo sul quale tutto
il resto poggia, campo immanente dell'esercizio del potere.
Ne costituisce la parte principale la sublimazione del corpo e di
tutte i suoi retaggi antropologici e culturali che lo eleggono luogo
privilegiato di punizione e rimozione insieme, simbolo della colpa.
Traducendo tutto questo in un'immagine si potrebbe dire che la radice
invisibile dell'albero istituzione è proprio questo dispositivo
di divieti incrociati che poi si traduce in una serie di norme scritte
che ne costituiscono l'applicazione regolamentata, che a mio avviso
serve solo per stabilire a sua volta la misura delle infrazioni
e la sua quantificazione punitiva.
La comunicazione in carcere è per esempio favorita in ambito
scolastico, sia per quanto riguarda l'istruzione di base, sia per
corsi professionali e quant'altro.
In questo caso s'immette un sistema in un altro, nel quale l'istituzione
carceraria ne esce rinforzata e rinfrancata da un'altra, quella
scolastica, che si appoggia su un'altra serie di regole.
Queste
non fanno altro che perpetuare l'ideologia che funge da stabilizzatore
alla necessità di un controllo che nel sapere trova la sua
ratificazione e giustificazione scientifica: dopo aver imprigionato
i corpi s'incatenano le menti ad un modo di sentire che fa tutt'uno
con il gesto d'esclusione che ha decretato il limite che separa
quello che si può da quello che è vietato.
Il sistema dei divieti serve in primo luogo a creare lo stato emotivo
di chi vi si trova sottoposto: come si varca il cancello di una
prigione in qualità d'imputati si è spogliati da qualsiasi
potere decisionale e privati dalla libera iniziativa, cioè
costretti ad essere nella posizione dei postulanti anche per le
più semplici e banali esigenze quotidiane.
Queste direttive di tipo verticale si coniugano con altre di tipo
orizzontale che fanno parte del patrimonio "culturale"
del mondo carcerario, dove la comunicazione assume contorni ben
precisi che servono a delineare il profilo d'appartenenza del loro
portatore.
Il semplice modo di interagire con la custodia o con gli altri reclusi
la dice lunga sulla qualità del suo portatore, la galera
crea un vero e proprio habitus fatto di sfumature e sottigliezze
che però non sfuggono a chi n'è dell'ambiente, rappresentando
la griglia sulla quale si fondano i giudizi.
Le regole del mondo di chi è detenuto si esercitano su un
terreno di divieti che per certi versi fa da controaltare a quello
imposto dalla controparte in divisa, dall'altra ne assume le sembianze
quando si tratta di gestire la repressione all'infrazione.
La comunicazione è tale quando procede nei due sensi, è
cioè scambio, dialogo.
Per un verso la diffusione delle notizie dall'esterno è considerevolmente
aumentata: per tutti gli anni '60 perfino la lettura dei quotidiani
era semiclandestina perché i giornali che arrivavano per
le vie consentite erano privati di tutta una serie d'articoli che
erano ritagliati via dal quotidiano, giudicati a priori pericolosi
per la tranquillità del recluso.
Per l'altro verso i rapporti diretti con la stampa fino a pochi
decenni fa erano impensabili, il disinteresse era reciproco se non
peggio, confinando nell'ostilità: chiunque allora avesse
scritto ai giornali o avesse intrattenuto rapporti con dei giornalisti
era visto nell'ambiente con sospetto, quasi si trattasse di un inizio
di delazione.
Ora le cose sono molto cambiate, è perfino possibile incontrare
giornalisti, partecipare a dibattiti, rilasciare interviste.
Il terrorismo e il diverso livello culturale importato da questo
nuovo genere di reclusi ha modificato profondamente la situazione
facendo soprattutto passare una mentalità di tipo diverso,
non ostile a priori a qualsiasi rapporto con la società.
Si è così cominciato ad intuire che non tutti i giornalisti
erano nemici che cercavano di fare della cronaca spicciola, o speculare
sulle tragiche vicende che avevano portato le persone in carcere.
Il cambiamento è avvenuto per gradi, questi progressi però
non si possono ascrivere semplicemente sotto la voce "emancipazione"
perché una forma di censura tuttavia permane, ed è
una censura che invece di essere imposta dall'alto è autoimposta:
si è creata una situazione tale che per arrivare a certi
risultati ci si è da un lato dovuti adeguare al gioco delle
parti, si è chiamati a certi incontri e indicati come possibili
interlocutori solo nel momento in cui ci si è resi disponibili
ad accettare i presupposti che spostano la comunicazione entro i
confini del politically correct, della mediazione e riconoscimenti
che ascrivono quest'apertura ad un'area già in anticipo stabilizzata.
Ne risulta un'immagine spesso falsata, dove la rappresentazione
scherma la realtà in un unanime consenso perché per
questa via tutti i partecipanti ne traggono vantaggio, e quelli
che ne sono esclusi non hanno alcun potere di replica (non avendo
diritto di parola), semplicemente non esistono, se vogliono essere
si devono prima adeguare, imparare le regole del gioco e rispettarle.
Seguendo l'idea che crede possibile modificare i sistemi complessi
solo dall'interno e avendo archiviato ogni velleitarismo rivoluzionario
(oggi nessuno pensa più nemmeno a barricate o rivolte), i
detenuti spesso si alleano con quanti vorrebbero umanizzare il sistema,
inducendo a fornire un'immagine che produca effetti di comprensione
piuttosto che di conflitto.
Se questa strategia alla fine paghi e si traduca in autentici vantaggi
per tutti è difficile dirlo, siamo all'inizio di una serie
di cambiamenti che non possono escludere il mondo penitenziario.
Questo, per quanto sia impermeabile ai rapidi cambiamenti, non potrà
per sempre far corpo a sé, è pur sempre inserito in
un meccanismo più complesso che è destinato a modificarsi
per far fronte alle nuove esigenze di una società sempre
più complessa e variegata.
Forme di comunicazione spontanee, per esempio tramite la tecnologia
informatica, potranno se non altro aiutare, nel senso che non resterà
più a lungo un mistero quello che avviene dietro le mura
degli istituti di pena, e una maggiore trasparenza impedirà
per lo meno che si verifichino quegli abusi che hanno creato la
triste fama di molte carceri.
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