da
la Repubblica di Luca Fazzo e Marco Mensurati
Milano, 16 Ottobre 2005
Sul
portone, ad attenderla, ci sono due belle ragazze: "Ciao mamma".
Da questo portone che dà su un giardino lussureggiante nel
centro di Milano Patrizia Gucci uscì in mezzo a due poliziotti
il 31 gennaio di otto anni fa, prima che il sole sorgesse.
Ed è in questo portone che torna ad infilarsi alle undici
di ieri mattina, per la prima volta da quella notte di gennaio in
cui le piombò addosso l'accusa terribile di essere la mandante
dell'omicidio di suo marito Maurizio, l'erede di una delle griffe
di moda più famose del mondo, freddato con un colpo alla
nuca pochi portoni più in là, sulla via Palestro,
il 27 marzo 1995.
Tre
processi e tre sentenze hanno detto che Patrizia Reggiani, come
si chiamava da ragazza e come è tornata a chiamarsi da vedova,
è colpevole.
Fu lei, dicono le sentenze, a sprofondare insieme alla sua cartomante
di fiducia in quel vortice di odio, di desideri di rivalsa, di interessi
materiali culminato nell'arruolamento di un killer venuto dal sud.
Eppure, sul portone, quando Patrizia bussa al portone, appaiono
due ragazze.
Sono Alessandra e Allegra Gucci, le due figlie dell'uomo assassinato.
Ma sono anche le figlie di questa donna piccola e dallo sguardo
sfuggente, che si presenta davanti al portone stringendo al petto
un furetto che si chiama Bambi, e che in carcere è la sua
unica compagnia.
E davanti alla detenuta in permesso premio alle due figlie della
vittima si illumina lo sguardo: "Ciao, mamma".
È
il primo permesso concesso dai giudici a Patrizia Gucci dopo questi
otto anni di San Vittore: meno di un terzo dei ventisei che dovrà
scontare.
Otto anni vissuti nel reparto femminile di uno dei carceri più
sovraffollati d'Italia: unico riguardo, unico lusso, il piccolo
furetto.
Le altre detenute non hanno apprezzato il privilegio, e un giorno
l'incolpevole animaletto è stato trovato impiccato alle sbarre.
Poco dopo è arrivato Bambi a rimpiazzarlo. Eppure, racconta
Patrizia Gucci, "in carcere ho trovato più umanità
di quella che c'era fuori, ho trovato più persone vere di
quelle che frequentavo da donna libera". Poi si infila nel
varco del portone: "Oggi per me è il giorno della felicità.
Permettetemi di godermelo", è l'ultima frase prima che
la serratura elettrica scatti alle sue spalle.
La
giornata di libertà della uxoricida più famosa d'Italia
era iniziata mezz'ora prima. Via Vico, uscita di servizio di San
Vittore.
Il portone blindato scivola ed appare la detenuta.
Per anni, all'epoca di Tangentopoli, da questa uscita sono
riapparsi davanti alle telecamere schiere di inquisiti eccellenti:
ritornavano alla libertà un po' attoniti e malconci, gli
effetti personali infilati in un sacco nero da spazzatura. Invece
la vedova Gucci è impeccabile.
Pettinata, truccata, pendenti discreti alle orecchie. Sotto il giubbotto
giallo si intuisce l'abito di buon taglio.
Bambi, il furetto, è portato in braccia dalla volontaria
che accompagna la donna in questo giorno di libertà.
Patrizia Gucci sale su una Daewoo argento che ha visto tempi migliori.
Tira fuori una mappa della città e comincia a studiarla:
in otto anni si dimenticano molte cose.
Il
viaggio verso casa è lungo, a Milano c'è il traffico
del sabato mattina.
Patrizia Gucci si guarda intorno come se volesse assorbire ogni
cosa, cogliere cosa sia cambiato.
Bisogna passare anche al commissariato di via Schiapparelli a firmare
il registro.
Poi, finalmente, corso Venezia.
La casa dove ha vissuto da signora, che dovette abbandonare per
gli scontri con Maurizio.
E dove era tornata a vivere dopo che due colpi di pistola avevano
spezzato la vita di suo marito.
È
ancora lungo il percorso che potrà portare la detenuta Gucci
verso spazi di libertà più ampi di questo sprazzo.
Lei si sta già preparando un futuro: da cameriera, in un
ristorante etnochic dietro piazzale Loreto, e dove si sono
dichiarati disposti ad assumerla come semilibera.
Per ora bisogna accontentarsi: dodici ore per volta, una volta al
mese, dalle nove del mattino alle nove di sera.
Non si è mai dichiarata colpevole.
I postumi di una operazione al cervello le sono valsi le attenuanti
che le hanno evitato l'ergastolo.
Ora appare quasi in buona salute: ma cosa abbia dentro, come racconti
a se stessa il dramma sanguinoso che l'ha vista protagonista, lo
sa solo lei.
Patrizia
Gucci sale gli scaloni che portano al grande appartamento affacciato
sul verde del giardino.
Ancora pochi minuti, ed il portone si riapre.
Una donna elegante.
Settant'anni portati con energia.
È Silvana Reggiani, la madre di Patrizia, che è stata
per anni accanto alla figlia: prima del delitto come dopo il delitto,
nella lotta sorda contro Maurizio Gucci e le sue presunte avarizie
come nei colloqui settimanali al parlatorio di San Vittore. "Sembra
che Patrizia stia bene, ma non bisogna farsi ingannare dai cosmetici,
sotto il rimmel c'è una donna che soffre e io vorrei che
in queste ore fuori dal carcere mia figlia potesse vedere un medico,
un medico vero.
Ma per quello ci sarà tempo: adesso cerchiamo di godere questo
poco di felicità insieme a Patrizia e alle ragazze".
Una domanda, una sola: come convivete, tutte quante, con il ricordo
di quel delitto?
"Sono passati molti anni. Non ci pensiamo più. La vita
va avanti, no?".