Milano
San Vittore, 25 febbraio 2001
Credo che
mai come in questi posti dove regna tanta sofferenza, un essere umano
riesca a conoscere se stesso e a tirar fuori dal profondo rabbia e amore.
Ma ora che l'ho vissuta, un'esperienza come quella che sto per raccontare,
devo dire che sono contenta di averla alle spalle.
Incomincerei a parlare della rabbia
tanta, tantissima. Tutto questo
cominciò quando mi dissero che sarei partita da San vittore per
andare nel carcere "Le Vallette" a Torino per cure fisioterapeutiche,
in quanto qui a Milano c'erano macchinari adeguati.
Partii alle 4 del mattino con un treno apposito per i carcerati: prima
lezione. Il treno si chiama "La periodica", e serve a trasferire
i carcerati nelle varie località: quella mattina avevo una grande
rabbia in cuore.
Mentre ero su quel treno, chiusa in una delle celle del vagone, mi sentivo
più o meno una bestia, un animale. Una grande umiliazione, alla
non più tenera età: trovarsi su quel treno puzzolente,
sentire le voci di uomini in una lingua da me sconosciuta.
L'unica frase che sono riuscita a capire è stata, quando sono
salita: "Ciao nonna".
E poi hanno continuato a parlare forte tra di loro.
Mi ritengo una persona sensibile, e così mi sono stupita del
come mai non riuscissi a versare una lacrima.
Ero talmente triste per aver lasciato le mie compagne e il mio criceto,
pur sapendo che sarebbe stato trattato bene, con tanto amore, certo
con più riguardo di quello che stavano riservando a me
Poi pensavo alla mia famiglia, che avrebbe dovuto vebire tutte le settimane
a fare colloquio fino a Torino, e i problemi connessi, perché
tutti lavorano
rabbia e ancora rabbia all'arrivo nel carcere.
Subito la perquisizione; questa è la prassi: cosepersonali consentite
da un carcere, non consentite in un altro.
Mentre ero al "casellario", dove noi detenuti lasciamo le
nostre cose
sentivo solo la parola "non consentito".
Capisco creme e profumi, anche se comperate con domandina
ma l'accappatoio,
perché aveva il cappuccio non era consentito, o lo tagliavano
oppure lo dovevo lasciare lì.
Così per sciarpe, foulard, e una borsa dell'acqua calda. veramente
pazzesco, pensavo, mentre mi trovavo in quel posto.
Ma una volta in sezione (anche se pensavo di andare in un centro clinico)
mi resi conto del perché delle parole "non consentito".
Bastava guardare in faccia le ragazze per capire, ma ancora di più
guardare i loro occhi: lo sguardo assente. Quella era una sezione di
tossicodipendenti.
Mi misero in una cella con una ragazza che, oltre ad essere tossicodipendente
era anche sieropositiva, e con l'AIDS. La cella era disposta perché
stessero due persone, un letto a castello, una mensola che fungeva da
tavolo, niente sgabelli (non era consentito) perché "c'erano
stati dei precendenti"
dovetti andare dall'Ispettore a chiedere
se non potevo averne uno in quanto, sia per mangiare che per scrivere,
non potevo farlo in piedi.
I primi tempi fu veramente un inferno, per me che non avevo mai fatto
esperienze con persone tossicodipendenti. vedevo film oppure la Tv.
Una volta
era sera, questa ragazza stava veramente male, dal letto
a castello sentivo il vomito caldo arrivarmi nel letto e su di me, sporcandomi
tutta
ero così arrabbiata perché mi aveva conciata così
che mi misi a gridare mentre cercavo di pulirmi e togliendo le lenzuola
copriletto che mi avevano appena portato da casa (poi ho regalato questa
biancheria a lei)
non si lavava mai, non mangiava, non puliva
la cella, non si cambiava e non si pettinava mai
L'Amore
Erano un po' di giorni che la ragazza stava male
a farmi passare
la rabbia che sentivo in quei giorni, si lamentava, stava veramente
male, chiedeva scusa alla sua mamma per averle rubato in casa per andare
a comprarsi la "dose" e in quel momento mi si è stretto
il cuore, quella rabbia sie ra trasformata come un "miracolo"
in tanto amore.
Ho cominciato a coccolarla
come una figlia, pensando alla sua mamma, il grande dolore che poteva
avere
nel vedere sua figlia così. la mattina le preparavo la colazione
con dei dolcetti che compravo per farla mangiare e piano piano la doccia
"quasi" tutte le mattine, la pettinavo e parlavo molto con
lei, sentivo che aveva bisogno di sfogarsi per lei era quasi unaliberazione,
era tanto piccola mi faceva tanta tenerezza aveva uno sguardo triste
era sempre come spaventata.
Mi sono affezionata e spero di cuore che la promessa che mi ha fatto
(nondrogarsi
più) la mantenga veramente perché la vita è troppo
bella e specialmente alla
sua età.
I primi tempi fu veramente un inferno, per me che non avevo mai fatto
esperienze
con persone tossicodipendenti.