da
il Corriere della Sera di Giovanni Bianconi
Roma, 14 ottobre 2008
Algranati:
senza bilanci politici si alimentano le nuove leve
«Sono
molto contenta che Marina Petrella sia riuscita a non essere estradata
e possa rimanere in Francia.
Qui c'è solo il carcere.
Anche lei, come me, è un'altra persona rispetto a quella
partita dall'Italia tanto tempo fa.
L'ha spiegato perfino il presidente della Repubblica francese.
Marina almeno ha avuto la possibilità di far conoscere le
sue ragioni, cosa che io avrei fatto se in Algeria fossi stata arrestata
anziché essere condotta in una trappola.
Invece io...».
Invece
Rita Algranati, ex brigatista rossa della «colonna romana»,
è approdata in una prigione italiana senza alcuna procedura
di estradizione nel gennaio del 2004, venticinque anni dopo i fatti
per i quali era stata condannata.
Dietro le sbarre s'è messa a a studiare, ha completato gli
esami del corso di laurea in Lingue e civiltà orientali.
Voleva fare la tesi sui dialetti arabi, ma il professore ha detto
che sarebbe dovuta andare sul posto.
«E io non posso», ironizza.
Deve scontare cinque ergastoli.
Per il sequestro di Aldo Moro è stata assolta, ma dopo che
il verdetto definitivo alcuni ex compagni hanno raccontato che c'era
pure lei la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani: era la ragazza
con il mazzo di fiori in mano, e diede il segnale che le auto del
presidente democristiano stavano arrivando.
Latitante dal '79 Rita Algranati fu arrestata in Egitto nel 2004
Oggi è l'unica di quel gruppo brigatista chiusa in prigione.
Gli altri hanno finito di espiare la pena, sono in libertà
condizionale o escono almeno di giorno.
L'ultimo latitante, il suo ex marito Alessio Casimirri, è
ancora rifugiato in Nicaragua.
Anche lei è stata laggiù, poi in Algeria da dove dopo
17 anni di permanenza è stata espulsa dalla sera alla mattina
verso l'Egitto; lì l'aspettava un gruppo di poliziotti dell'Antiterrorismo
arrivati da Roma, e nel giro di poche ore s'è ritrovata a
Rebibbia.
«Con un sotterfugio e un atto illegale — racconta oggi
la cinquantenne Rita Algranati, nella sala colloqui del carcere,
dove lavora come bibliotecaria — mi hanno portato qui insieme
al mio compagno, che sono stati costretti a liberare dopo un anno
di ingiusta detenzione perché la sua pena era prescritta.
Io non ero più una brigatista dal 1979, invece hanno dipinto
quel prelevamento come un'importante operazione antiterrorismo.
Ma hanno preso un'altra persona, da 25 anni non ero più la
ragazza che aveva aderito alle Brigate rosse.
Non rinnego nulla, ma dopo due anni di militanza me ne andai per
mia scelta.
Che senso ha, oggi, tenermi qui?».
Quello
di eseguire cinque sentenze di ergastolo.
Lo Stato e i parenti delle vittime non hanno diritto di vedere un
condannato scontare la pena, prima o dopo?
«Se qualcuno oggi si sente risarcito dal fatto che io sono
chiusa qui dentro, va bene. Se c'è chi può essere
ripagato dalla mia sofferenza, sappia che quella sofferenza c'è.
Mi hanno preso la vita. Ma non mi si venga a dire che c'è
una valenza rieducativa della pena, il fine di reinserimento nella
società. Io mi sono rieducata da sola, dal momento in cui
sono uscita dalle Br perché non comprendevo e non condividevo
più la linea dell'organizzazione, quando mi apparve che la
lotta armata s'era trasformata da metodo in strategia, non più
un mezzo ma un fine. Ho scelto di andarmene con le mie gambe, senza
portarmi dietro le armi come altri. Sono andata all'estero e ho
cercato di rendermi utile altrove».
Lasciando
che qui le Br continuassero a fare morti e feriti... «Qui
s'è andati avanti finché i pentiti non hanno provocato
centinaia di arresti.
Loro sono stati premiati, ma non credo che abbiano scoperto i propri
errori dentro queste mura; mi sembra che abbia prevalso la convenienza...
Il problema è che chiuse in prigione le persone, nessuno
ha voluto fare il bilancio di quella stagione.
Che certo è stata una stagione di violenza, ma violenza politica,
mentre ci si è fermati alle ricostruzioni giudiziarie».
Colpa dello Stato?
«Lo Stato ci ha trattato come criminali comuni, negando valenza
politica a ciò che abbiamo fatto; anche per questo oggi io
sono qui.
Ma c'è pure una responsabilità dei miei ex compagni
che rilasciando interviste o scrivendo libri hanno finito per avallare
quell'impostazione.
Si sono limitati a dire che la guerra era finita e avevano perso;
non una riflessione sui motivi per cui una strategia fondata sulla
violenza come valore in sé, che da un certo momento in poi
sembrava prevedere l'eliminazione fisica di tutti i nemici, abbia
preso il sopravvento».
Non
prova nessun rimorso?
Nessun pentimento?
Nessuna esigenza di chiedere perdono alle vittime, nemmeno oggi?
«Io non ho la cultura del pentimento.
Penso che se uno fa un errore deve superarlo con la pratica, provando
a rimediare in altro modo.
Ai familiari delle vittime potrei dire un "mi dispiace"
magari sincero, ma inutile.
Sarebbe troppo poco.
E chiedere perdono, comunque a tutti e non solo a qualcuno, non
avrebbe senso.
Per me l'autocritica, anche se è un termine obsoleto, è
qualcosa di molto più profondo di un mea culpa che
suonerebbe strumentale, come fosse una merce di scambio».
C'è chi auspica almeno il silenzio di chi ha ucciso in nome
di una guerra dichiarata da voi, non certo dalle vittime.
«Il fastidio per il protagonismo di molti ex brigatisti, sinceramente,
io lo condivido.
Per il motivo che ho detto prima: hanno parlato per giustificarsi
e dichiararsi sconfitti, non per analizzare gli errori. Anche per
questo io non ho parlato e non parlerò, almeno finché
starò qui dentro.
Di che cosa, poi?
Dei singoli fatti non servirebbe.
Bisognerebbe fare, piuttosto, un bilancio politico che tra l'altro
servirebbe a togliere di mezzo quella sciagurata "continuità"
tra le Br di ieri e di oggi, che viene rivendicata mentre non dovrebbe
esistere.
Parlare oggi di lotta armata è fuori da qualunque realtà».
Trent'anni
fa, invece?
«Allora la violenza si respirava ogni giorno.
Quella dello Stato, dei fascisti, dei nostri cortei.
Per molti la scintilla fu piazza Fontana; per me, che nel '69 ero
solo una ragazzina, è stata l'omicidio di un compagno, Mario
Salvi, ucciso nel 1976 da un colpo di pistola alle spalle dopo una
manifestazione dove forse aveva tirato delle molotov.
Anche se sembra una contraddizione, la lotta armata è nata
dall'odio per l'ingiustizia, ma pure per la violenza.
Pensavamo che ci fosse un'opzione rivoluzionaria, e quando mi sono
resa conto che quell'idea s'era trasformata in un'assolutizzazione
della lotta armata, ho chiuso.
Si poteva fare, nessuno ti costringeva a restare».
Del
suo arresto l'allora ministro dell'Interno Pisanu disse che era
un monito: chi abbraccia la violenza politica sappia che prima o
poi lo Stato arriva sempre.
«È esattamente il contrario.
Mostrare il volto della repressione serve solo a rafforzare chi
vuole contrapporsi allo Stato.
Non è la paura del carcere che può dissuadere chi
ancora pensa di sparare, ma la comprensione che s'è trattato
di un fenomeno politico fallito e improponibile.
Di questo bisognerebbe discutere, ma non mi pare interessi nessuno».
Perché nel frattempo lei non dice qualcosa sul caso Moro,
per esempio?
«Di quella vicenda penso si sappia tutto quel che c'è
da sapere, ma perché parlare di un episodio e non di altri?
Per quanto mi riguarda, io mi assumo la responsabilità di
tutto ciò che hanno fatto le Br a Roma tra il '77 e il '79,
durante la mia militanza.
Perché soffermarsi su Moro e non sull'omicidio del giudice
Tartaglione, o del colonnello Varisco?
Anche dal punto di vista umano, la morte è una tragedia per
tutti, e tutte le morti sono una tragedia.
I dettagli non aggiungono nulla».