da
Il Manifesto di Iaia Vantaggiato
Roma, 15 febbraio 2005Roma:
malato di Aids, si era visto rifiutare i domiciliari
C'è voluto
l'insorgere di una grave crisi respiratoria, il ricovero d'urgenza al reparto
di rianimazione del policlinico Gemelli e il coma farmacologico per indurre
il magistrato di sorveglianza a concedere la scarcerazione immediata a M.G. -
il detenuto di Rebibbia malato terminale di Aids - che più di una volta
si era visto negare la scarcerazione.
44 anni, tossicodipendente da quando ne aveva 15, arrestato per piccoli reati
legati alla droga e affetto da immunodeficienze che ne hanno colpito gli organi
interni e il cervello, M. G. era stato dichiarato incompatibile col regime carcerario
dai medici dell'ospedale Sandro Pertini di Roma. Legittima dunque la sua richiesta
dei domiciliari avallata - peraltro - dalla disponibilità della suocera
di prendersene cura nonché da una legge che per tutti i malati di Aids
conclamati sancisce l'incompatibilità tra detenzione e malattia. Incomprensibile
il rigetto.
«Tra le motivazioni - dichiara l'avvocata del detenuto Manuela Lupo - anche
il fatto che lui si fosse rifiutato di sottoporsi alla terapia.
Ma quella
terapia lo faceva star male anche perché non mirata.
A Rebibbia, le
flebo sono uguali per tutti».
Ma c'è di più:
«Il
magistrato di sorveglianza - spiega Laura Astarita di Antigone - ha sì
dichiarato l'incompatibilità ma l'ha poi definita 'stabile' e, su questa
base, negato le misure alternative.
La maggioranza dei magistrati di sorveglianza
preferisce comunque non rischiare».
Nessuna emergenza, quindi, che giustificasse l'allontanamento dal carcere.
Stabili
le condizioni di salute per quanto stabili possano essere quelle di un malato
terminale.
«Il ministro della Giustizia Castelli - è la richiesta
di Ferdinando Aiuti, presidente dell'Anlaids - apra subito un'inchiesta nelle
carceri italiane per accertare perché non viene applicata la legge che
impone la scarcerazione di un detenuto affetto da Aids o sieropositivo con meno
di 200 CD4».
Sulla vicenda è intervenuto anche il garante regionale
dei detenuti, Angelo Marroni:
«E' solo quando a questi fatti si guarda
in modo buracratico e non umano che si arriva a questo. Non c'è attenzione
partecipata. E tuttavia va detto, i magistrati sono pochi e quei pochi sono sommersi
dai fascicoli. Mi chiedo come mai si sia spettato che l'uomo entrasse in coma
per concedere la scarcerazione».