da
Il Foglio di Adriano Sofri
7 febbraio 2007
In
galera!
Sarà tempo, fra poco, di tirare le somme.
Le inaugurazioni dellanno giudiziario hanno attirato lattenzione,
anche loro, sulla deplorazione per lindulto: assai meno sui
dati effettivi circa i reati, che hanno ancora una volta sconfessato
lallarme e lallarmismo (cose da tenere distinte, benché
il secondo miri screanzatamente al primo) sullindulto.
Quanto
alla necessità di unamnistia, da sempre additata dai
limpidi fautori dellindulto come un suo ovvio complemento,
e come tale riconosciuta tempo fa dalla stessa associazione dei
magistrati, si va ora dal silenzio alla menzione a bocca storta.
È
chiaro, ahinoi, che si dovrà fare.
Se si dovrà fare, si faccia, e si raddrizzi la bocca.
Anche sulle leggi da raddrizzare, esse stesse condizione necessaria
e dichiarata per non disperdere lefficacia dellindulto,
si avvicina ormai il tempo di un bilancio.
E ancora.
"Cane che abbaia alla luna", così si definisce
Francesco Ceraudo, il presidente dellAmapi, lAssociazione
dei medici penitenziari, che ha annunciato le proprie dimissioni,
dopo averle, coi suoi colleghi, provate tutte, petizioni e proteste,
scioperi e incatenamenti, assalti frustrati ai media per
guadagnarsi un varco, implorazioni ai politici di ogni schieramento,
dopo che i tagli alla medicina penitenziaria (13 milioni) hanno,
dice, messo con le spalle al muro gli operatori, e cancellato lillusione
di unaria nuova che facesse bene alla salute dei detenuti
e alla dignità di medici e personale sanitario e, di conseguenza,
di tutti quelli che in carcere lavorano e vivono.
Ceraudo,
che dirige il Centro Clinico di Pisa (alla cui ombra ho vissuto
molti anni, sono quasi morto e provvisoriamente sopravvissuto, per
dirne bene) è persuaso che la sua categoria si sia impegnata
sempre più nella qualificazione professionale e nella disponibilità
umana, e che sia riuscita in molte situazioni, anche le più
impervie, a dare voce a chi non ce lha, ad affermare il primato
della salute anche dove è facile che prevalgano il feticcio
della sicurezza, della punizione, o semplicemente dellinerzia
e della disattenzione, e insomma di ogni genere di presunta "forza
maggiore".
I medici
penitenziari, dice, seguono con passione levoluzione della
coscienza pubblica che sottrae alle camere oscure della soggezione
o dellincompetenza le storie dei malati e dei loro cari, e
rivendica una qualità degna della vita.
Nelle carceri la malattia si aggiunge alla durezza e allumiliazione
della reclusione corporale, e le camere oscure sono doppiamente
oscure.
"Alla
sofferenza della malattia" dice Ceraudo "si sommano lo
spavento e lincertezza, il senso di colpa e di abbandono,
langoscia di cedere il controllo di sé senza sapere
di chi fidarsi. È terribile affrontare la galera da malati,
è ancora più terribile, eppure è troppo frequente
ammalarsi in galera, paventando lignoto, linimicizia
o la derisione o il disprezzo, paventando la morte, o una sopravvivenza
menomata e mutilata, la mancanza delle cure, il dolore ignorato.
Ceraudo
ringrazia Marco Pannella, "sincero interprete degli abissi
di bisogno del carcere", e dichiara la sua delusione al "governo
Prodi, al ministro Mastella, al sottosegretario Manconi, al capo
del Dap Ferrara".
Ricorda le parole di Giovanni Conso: "Il riconoscimento della
salute come fondamentale diritto dellindividuo che la Costituzione
ha assunto limpegno di tutelare, ha segnato una svolta senza
più possibilità di ritornare indietro", e chiosa
amaramente che il taglio indiscriminato delle risorse precipita
irreparabilmente indietro quellimpegno.
I medici
penitenziari fanno appello al presidente Napolitano, quale garante
della Costituzione e personalmente sensibile al suo dettato rispetto
alla funzione della pena. Le dimissioni, conclude Ceraudo, sono
"un gesto umile che non scalfirà la sensibilità
di nessuno, ma è carico di mortificazione verso un silenzio
istituzionale che non so spiegarmi". Beh, qualcuno glielo spieghi,
per favore.