da
www.sieropositivo.it di Francesco Ghelardini
Milano, 31 ottobre 2007
Vivere
le malattie, si sa, non è facile per nessuno, se poi sono
croniche ancora peggio, ma se a tutto questo ci aggiungiamo che
la malattia è fortemente discriminatoria, la cosa si complica
e le problematiche aumentano.
Parlo della sieropositività vissuta in un carcere e ne parlo
per esperienza personale di ventuno anni di hiv+, di cui 15 passati
girando carceri di mezza Italia.
Raccontare
lepopea che ho vissuto sulla mia pelle, e quella che ho visto
passare a molti altri compagni e amici, non è molto facile,
soprattutto mi fa ancora stare male ricordare e raccontare i comportamenti
del personale che custodisce la detenzione (gli agenti) verso chi
avrebbe bisogno di tutto tranne che di discriminazione e angherie.
Ricordo
un ragazzo entrato da pochi giorni nel carcere di San Vittore; si
presentò in infermeria in evidente stato di astinenza da
eroina e si dichiarò sieropositivo: il giovane agente in
servizio fuggì come in presenza di un lebbroso contagioso.
Certo,
sono casi limite e oggi si presentano molto raramente ed è
anche vero che sarei bugiardo a dire che tutti gli agenti di custodia
sono così disinformati, impreparati e impauriti, perché
ce ne sono molti a cui, al contrario, va tutta la mia stima; in
alcune occasioni li ho visti rasentare il pericolo prestando soccorso
a ragazzi che si erano magari auto-lesionati tagliandosi le vene.
A differenza
di molti anni fa, il carcere è cambiato, è meno violento
e allinterno ci sono persone altamente qualificate, sia nel
contesto medico infermieristico che di custodia ma, ahimè,
la burocrazia e il vetusto impianto carcerario non stanno al passo
con i tempi.
La
cosa può risultare incredibile, ma vi assicuro che accade
ancora oggi che persone HIV+ che in libertà assumevano una
data combinazione di farmaci, arrivino in carcere e non possano
più continuare ad averla.
Assurdo ma vero!
Accade,
infatti, che alcuni istituti, per ragioni a me sconosciute, abbiano
a disposizione solo alcuni dei farmaci e quindi l'infettivologo
sia costretto a cambiare terapia al paziente, anche se quella precedente
funzionava.
Queste
anomalie accadono anche in uscita, cioè allatto
della scarcerazione quando, da sempre, per motivi che
ignoro, la persona non riceve mai copia della sua cartella clinica,
manco ci fosse scritto chissà che e nonostante le informazioni
contenute riguardino il titolare.
A me,
per esempio, è capito di venire scarcerato senza che mi venissero
consegnati i miei farmaci. Mi sono trovato scoperto di retrovirali
e per ottenerli ci ho messo esattamente otto giorni, chiaramente
dopo aver eseguito gli esami del sangue presso lospedale Sacco
di Milano. A quel punto il medico infettivologo, sulla fiducia delle
mie parole, mi ha prescritto la stessa terapia, che funzionava a
meraviglia; linterruzione di assunzione, per fortuna, non
ne ha modificato la validità.
Ma non è sempre così.
Ricordiamoci che ci sono persone che non hanno la libertà
di andare dal medico quando vogliono e neppure di sceglierlo.
In
questo momento sono a casa mia, ho una bellissima moglie hiv- ,
non sono ancora libero di fare tutto ciò che vorrei considerando
che la mia detenzione è finita; ma non sono finiti gli obblighi
perché mi trovo in misura alternativa e più precisamente
in affidamento sociale.
Mi affaccio al balcone di casa: è pieno di fiori profumati,
di piante di rosmarino, gli alberi nel cortile con i loro rami e
le foglie che danzano al vento sono musica per le mie orecchie e
delizia per gli occhi, ma una punta di tristezza non mi abbandona
mai.
Penso spesso alle tante persone che sono ancora là e che
questi profumi non possono sentirli, che stanno nel buio di una
cella, che sentono di essere ad un passo dalla morte (e il buio
fa malissimo al sistema immunitario, lo sappiamo).
La
Luce invece fa benissimo....aiutiamoli ad uscire dal buio!