da
Notizie radicali di Valter Vecellio
Roma, 24 settembe 2008
Il numero dei suicidi nelle carceri italiane è 24 volte superiore
a quello della popolazione libera. 
Nelle carceri italiane si suicidano 11,1 detenuti ogni 10mila.
Il fenomeno riguarda anche il personale della polizia penitenziaria,
il cui tasso di suicidi è di 1,3 ogni 10mila addetti, contro
una media nazionale dello 0,6.
La
percentuale dei detenuti italiani che si suicidano, è maggiore
rispetto a quella degli immigrati.
Il dato è emerso nel corso del convegno "Novità
e progetti di salute per le persone detenute" che si è
svolto l'altro giorno a Viterbo. Secondo i medici della Società
italiana di medicina e sanità penitenziaria, "i dati
forniti dall'OMS, dal Consiglio d'Europa e dal ministero della Giustizia
italiano, dimostrano che nelle carceri italiane si suicidano 11,1
detenuti ogni 10mila.
In
Europa il tasso sale al 12,4 per cento.
Va tuttavia tenuto conto che in Italia il tasso dei suicidi nella
popolazione libera è di 0,6 ogni 10mila abitanti, mentre
nel resto del mondo sale a 1,6.
Quindi il dato va valutato tenendo conto della minore propensione
degli italiani a togliersi la vita".
Sempre dai lavori del citato convegno, ovviamente ignorato in quanto
non "notiziabile": in quasi tutte le carceri italiane
il numero dei detenuti è tornato oltre la capienza regolarmente,
anche se resta ancora al di sotto della tollerabilità massima.
In sintesi, non sarebbe ancora emergenza da sovraffollamento, ma
ci si sta avviando a grandi passi. La capienza complessiva delle
carceri italiane è di 42.974, mentre la "tollerabilità"
massima è stata fissata in 63.406 presenze, circa un terzo
in più rispetto ai posti disponibili.
Attualmente
i reclusi sono 55.960, e il loro numero cresce di giorno in giorno.
Nei prossimi mesi la situazione sarà identica a quella pre-indulto
con un sovraffollamento insopportabile da tutti i punti di vista,
a cominciare dall'assistenza sanitaria e della tutela del diritto
alla salute per le persone detenute.
Le donne recluse nelle carceri italiane sono 2.536; oltre un terzo
si trova nel Lazio (435) e in Lombardia (570).
Una
sola regione italiana, la Valle d'Aosta, non ha donne nelle proprie
carceri.
I bambini al di sotto di tre anni che vivono negli istituti di pena
con le madri oscillano tra i 70 e gli 80.
La maggior parte è costituita da figli di immigrate.
Tra le donne, la diffusione delle malattie infettive è meno
allarmante che tra gli uomini.
Tuttavia, anche a causa della presenza dei bambini nei reparti,
il tasso di vigilanza, dicono gli esperti, va innalzato.
"Essere donna non è facile, mai! Ancor più quando
si è donne detenute! Nonostante tutto, l'altra metà
del cielo ci appartiene
".
Sono
le prime parole che si leggono sulla controcopertina di Lisistrata
incatenata.
Da Le Mantellate ai giorni nostri.
Mezzo secolo di sopravvivenza carceraria al femminile, libro curato
da Francesco Ceraudo, presidente dell'AMAPI, l'associazione che
riunisce i medici penitenziari italiani, con prefazione di Adriano
Sofri e interventi del garante dei detenuti di Firenze Franco Corleone
e dell'assessore alla Salute della Toscana Enrico Rossi (Archimedia
communication).
157 pagine, molte fotografie sulla vita carceraria della dona nel
decennio 1950-60, Lisistrata incatenata affronta le tante problematiche
nel quotidiano della detenzione al femminile: dati sulle caratteristiche
delle detenute, sul loro grado di cultura, la situazione familiare,
testimonianze di donne in gran parte detenute nel carcere veneziano
della Giudecca.
"Il Centro clinico di Buoncammino di Cagliari, contrariamente
a quanto sostengono i medici della struttura, può accogliere
adeguatamente un detenuto, ammalato in fase terminale, al quale
non sono praticabili cure.
L'ordinanza dei giudici della sezione penale feriale della Corte
d'Appello di Cagliari è di quelle che fanno riflettere e
lasciano perplessi".
È quanto sostiene il consigliere socialista Maria Grazia
Caligaris, componente della commissione diritti civili, dopo aver
letto le motivazioni con cui è stata rigettata l'istanza
dell'avvocato Fernando Vignes per il ricovero, in adeguata struttura
sanitaria esterna, di Antonino Loddo, affetto dalla malattia
di Charcot-Marie Tooth, che ha raggiunto "uno stadio avanzato
irreversibile".
Prosegue Caligaris: "È possibile che gli aspetti relativi
alla 'pericolosità' sociale di un cittadino ancora in attesa
di sentenza definitiva, siano elemento esclusivo nella valutazione
di una vicenda umana che travalica il tipo di reato, per quanto
grave possa essere?
Non siamo di fronte a una richiesta di scarcerazione facile con
il presunto reo che possa reiterare i reati di traffico, detenzione
e spaccio di ingenti quantità di sostanze stupefacenti che
gli vengono addebitati.
È possibile che non si tenga conto che il detenuto in fase
terminale è padre di un bimbo in lotta per sopravvivere dopo
il trapianto di midollo e che la vicinanza dei familiari in una
struttura sanitaria può essere più assidua ed efficace
che non le visite in carcere con i disagi che comportano?"
Il carcere di Pianosa diverrà la prima struttura detentiva
italiana destinata alla sperimentazione delle cosiddette "stanze
dell'affettività", ovvero luoghi dove i detenuti potranno
avere momenti di intimità con i propri partner.
Lo
fa sapere Maria Pia Giuffrida, dirigente regionale del Dipartimento
Amministrazione Penitenziaria.
"Il problema della sessualità in carcere, già
affrontato in molti paesi occidentali, vede l'Italia in forte ritardo
dopo che, circa dieci anni or sono, l'allora direttore generale
del DAP Michele Coiro, dette disposizione a tutti i direttori dei
penitenziari di predisporre spazi destinati a questa funzione.
Il carcere di Pianosa ospita, attualmente, solo detenuti in regime
di semi-libertà".