da La Gazzetta
del Sud di Girolamo Cotroneo
domenica, 30 maggio 2004
Dal
processo Eichmann alle torture nel carcere di Abu Ghraib
Non
mi sembra che i mezzi di informazione, pur dedicandogli un certo spazio, abbiano
dato grande rilievo al processo contro il soldato Jeremy Sivits, svoltosi a Baghdad
di fronte a una corte marziale statunitense una decina di giorni addietro. Per
chi non lo ricordasse Jeremy Sivits è quel soldato americano che ha scattato
le fotografie - tra cui quella tristemente famosa della soldatessa che tiene al
guinzaglio, come fosse un cane, un prigioniero iracheno - che documentavano quanto
accadeva nel carcere di Abu Ghraib, dove l'esercito americano ha rischiato di
perdere l'onore.
Un onore che sta cercando di recuperare processando - il
"fotografo" è stato il primo - i militari che, spontaneamente
o eseguendo degli ordini (cose entrambe da accertare), hanno infierito con incredibile,
e soprattutto gratuita, crudeltà sui prigionieri iracheni.
Ancora per
chi non lo ricordasse, la corte marziale ha condannato alla "radiazione con
disonore" e a un anno di carcere Jeremy Sivits: una condanna che certamente
non sarà sembrata adeguata agli iracheni, né, in generale, ai musulmani,
nella cui cultura spesso la giustizia coincide con la vendetta; né, credo,
all'opinione pubblica occidentale, anche se questa sa benissimo che i suoi - i
nostri - tribunali applicano le regole previste dai codici, dalle leggi: e in
caso come questo (quello di un imputato minore che ha collaborato con la giustizia)
la pena massima consentita dal codice militare statunitense è quella inflitta
dalla corte marziale a Jeremy Sivits.
Non mi riesce facile stabilire - sul
piano morale - una graduatoria di colpevolezza tra la caporalessa che teneva al
guinzaglio un uomo, e il soldato semplice che fotografava, probabilmente divertito,
la scena.
Ma al di là delle maggiori o minori responsabilità,
questa vicenda di torture e fotografie mi ha riportato a un concetto eticamente
piuttosto rilevante: quello di "banalità del male", introdotto
nella nostra cultura da Hannah Arendt, quando seguì come "cronista"
il processo Eichmann, svoltosi a Gerusalemme nel 1961.
Mi sembra superfluo
premettere che non intendo confrontare - come forse piacerebbe a una certa area
politica - la Germania nazista e gli Stati Uniti, i quali in tema di democrazia,
diritti umani, garanzie giuridiche non hanno certo - responsabilità individuali
a parte - bisogno di lezioni.
Ciò di cui voglio dire riguarda l'analogia
di certi comportamenti mentali, pur in condizioni diversissime tra di loro.
Durante
quel processo la Arendt fu colpita dalla insignificanza del gerarca nazista che
provvedeva sopratutto al "trasporto" degli ebrei dal luogo dove risiedevano
ai campi di sterminio; e scoprì che il "Male", quello con l'iniziale
maiuscola, aveva al suo servizio personaggi, come appunto Eichmann, di infima
statura intellettuale, piccoli burocrati che eseguivano ordini senza mai pensare
a quel che stavano facendo.
Ora,
ciò che in qualche modo accomuna il "lavoro" di Eichmann con
quanto accaduto nel carcere di Abu Ghraib, non sta, vista l'enorme distanza tra
le situazioni, nel fatto che così come Eichmann si è difeso dicendo
di avere soltanto obbedito agli ordini (e lo fece richiamando addirittura la dottrina
del "dovere" di Immanuel Kant) anche il soldato Sivits ha detto di avere
ricevuto dal suo caporale l'ordine di scattare quelle fotografie.
Ciò
che di comune le due vicende presentano è proprio quella "banalità"
di cui parlava la Arendt, che consiste soprattutto nella totale assenza di pensiero
da parte di coloro che il male - quel male fine a se stesso, ingiustificabile
- compiono con allucinante freddezza.
Le conclusioni cui giungeva la Arendt
sono però discutibili: a suo dire, infatti, quando manca "la capacità
di distinguere il bene dal male" a motivo della insufficienza intellettuale
del soggetto agente, della sua incapacità o del suo rifiuto di pensare,
"non possiamo parlare di crimine".
Ci possono anche essere casi
del genere: escludo però lo siano, con le dovute differenze, il caso di
Jeremy Sivits e dei suoi colleghi, quello di coloro che di fronte alle telecamere
hanno sparato alla testa di un nostro incolpevole connazionale, o quello di coloro
che hanno decapitato, ancora davanti alle telecamere, un uomo colpevole soltanto
di essere ebreo e americano.