Milano,
9 dicembre 2004
Nella
vita di un carcerato può capitare di finire in un carcere come il Buoncammino
di Cagliari, così, senza alcun motivo, magari solo perché si incappa
in un trasferimento di massa spesso attuato solo per decongestionare carceri come
San Vittore, in perenne emergenza posti.
E'
quello che mi è capitato nel 1993: improvvisamente da Milano, mia città
natale, dove ero detenuto, mi sono trovato al Buoncammino, Cagliari.
Già
arrivarci è stata una fatica: ho fatto tappa prima a Torino (chissà
perché), poi a Genova dove ho aspettato per una settimana a Marassi l'imbarco
su un traghetto maleodorante, dove i detenuti sono ammassati in celle apposite
nella stiva della nave.
Finalmente raggiungo il carcere di destinazione. Appena
arrivato, subisco un primo choc già all'ufficio dove registrano i nuovi
giunti: mi sembrava di essere in un paese straniero. Non capivo la lingua.
E
sì che sono portato per le lingue; pensavo di poter almeno comprendere
a grandi linee qualsiasi dialetto dell'italiano, ma quello che sentivo era "arabo".
Nessuno degli agenti faceva il minimo sforzo per farsi comprendere da me,
ed anzi tutti si arrabbiavano e ritenevano che li stessi prendendo in giro quando
non rispondevo a quello che mi chiedevano in quell'idioma sconosciuto, o non facevo
quanto mi veniva richiesto.
La
situazione non è migliorata di molto qunado ho raggiunto la sezione e la
cella che mi era stata assegnata: anche lì le difficoltà linguistiche
sono rimaste, ma i compagni, se non altro, si sforzavano di farsi capire da me
quando volevano qualche cosa.
In tutti i casi sono sempre rimasto un estraneo
per loro, un "continentale", uno diverso di cui non fidarsi troppo e
che comunque probabilmente ritenevano un po' stupido, bontà loro.
Sono
sceso all'aria per vedere se ci fossero altri milanesi, o comunque persone con
le quali poter scambiare qualche parola che andasse al di là del minimo
scambio necessario alla sopravvivenza in comune.
Qui ho avuto un'altra triste
sorpresa: le "arie" a Buoncammino sono tutte divise in cubicoli, nei
quali giocano alla morra, urlando e facendo strani gesti con le mani.
Il gioco
alla fine sono riuscito a capirlo, ma non certo ad appassionarmici: anzi, quando
ripenso al Buoncammino (il cui nome è già una presa in giro: non
si può camminare in quel carcere!), mi sembra di udire ancora le grida
rauche della morra che dai cubicoli nei passeggi giungevano fino alla mia cella.
Alla
fine avevo quasi rinunciato a scendere perfino all'aria, tanto di camminare non
c'era verso, di "continentali" non ce n'erano ed ero perfino riuscito
a farmi dei nemici: non so come, ma si sa, le carceri non sono sempre affollate
da gentiluomini.
Per mia fortuna il soggiorno al Buoncammino non è stato
poi così lungo, a furia di chiedere un trasferimento, alla fine l'ho ottenuto,
dopo sei mesi: destinazione Nuoro, il famigerato Badu 'e Carros; ma questa è
un'altra storia.