da
la Stampa di Marco Zatterin
Anversa, 8 gennaio 2008
Jan
De Cock non ha mai commesso un crimine eppure ha passato quasi due
anni in prigione.
Anzi, in 135 prigioni, e sempre su sua richiesta.
Lo fa per vocazione, vuole vedere il mondo da dietro le sbarre e
denunciare leffetto che fa.
E convinto che la qualità di un penitenziario sia lo
specchio della democrazia.
Ha cominciato per caso, dopo un'esperienza umanitaria in un penitenziario
cileno.
«Mi
sono chiesto come potesse essere credibile il mio impegno se non
fosse stato a tempo pieno». Così, rientrato in Belgio,
ha presentato una formale domanda di incarcerazione. Gli hanno risposto
che doveva violare la legge, «almeno rubare un pollo».
«Quanto mi date se lo faccio?», ha domandato il fiammingo.
«Non più di cinque anni», gli hanno detto.
Ha insistito.
Alla fine ha convinto il giudice che qualche notte al gabbio non
avrebbe nuociuto né al sistema, né a quello strano
tipo dalla fedina immacolata.
Attenti
al capo-banda
Col tempo è diventato un lavoro.
Classe 1964, De Cock oggi si divide fra la carriera di detenuto
volontario part-time, quella di scrittore, una fondazione
per i diritti dei reclusi e un lavoro in un ospedale di Anversa.
Nel frattempo ha pubblicato due libri incredibili, «Hotel
Prison» e «De kelders van Congo» (Le grotte
del Congo), memorie del cielo a scacchi in cinque continenti,
un viaggio nell'inferno delle galere e un appello doloroso perché
l'umanità non venga calpestata ogni volta che si serra un
chiavistello.
E un dramma che Jan racconta senza calcare la mano. Osserva
e annota.
«Sa una cosa?», sorride, «Una delle lezioni che
ho imparato è che incutono più paura i carcerieri
dei detenuti».
Se
lè fatte tutte, da Sydney a Ouagadougou, da Bangkok
a Cuba.
Gli manca lItalia, però è presto spiegato: «Per
andare dentro cerco di parlare la lingua del posto, la vostra non
la so e mi dicono che linglese o il francese non bastano».
Presto o tardi, promette, proverà l'Ucciardone o Le
Vallette. In genere si fa aiutare da ex detenuti o secondini
con qualche amicizia giusta.
Adesso che i suoi volumi sono in libreria il gioco sè
fatto più facile, accettano di sbatterlo in gattabuia senza
eccessivi problemi.
Non gli americani, che non hanno mai risposto a un autoinvito per
Guantanamo.
Né i cinesi: «A Pechino ho dovuto farmi arrestare davvero»,
ricorda.
«In piazza Tienammen ho offerto ai soldati un mazzo di fiori
con un biglietto che diceva pace e libertà. È
stato sufficiente perché mi portassero via di peso».
I ricordi
di De Cock descrivono gli Abissi.
«Ci sono molte prigioni terribili nel mondo», rivela.
«Me ne viene in mente una di Haiti, in cui eravamo 18 in una
cella da 18 metri quadri.
Mai unora daria, tutti sempre nello stesso punto, alcuni
da otto anni.
Nessun orpello, solo un secchio per i bisogni.
Le donne erano fortunate: potevano uscire dalla cella, una volta
al giorno, per vuotare il secchio degli uomini!».
In
Giappone, continua, il sistema è orrendo.
«Ai detenuti non è permesso parlare, né guardare
i secondini negli occhi: se lo fai sei punito con lisolamento».
A Dubai è persino peggio.
«Stavo tra quella gente senza dita e mani, lì se un
pollo non lo paghi ti tagliano qualcosa. La guardia mi spiegava
che li avevano formati in Arabia Saudita. Uno dei corsi era finalizzato
allinsegnamento di come amputare gli arti, con la cura di
assicurarsi che dopo loperazione i moncherini fossero immersi
in uno speciale olio bollente per cauterizzare le vene».
Paura?
«Certo», esclama il belga, che ha sempre chiesto di
essere trattato come uno qualunque.
«A Kigali un pazzo mi ha attaccato, voleva uccidermi».
Nelle circostanze peggiori, confessa, ti protegge la solidarietà
e lumanità dei compagni, «anche se è buona
regola non offendere i capi banda».
Vale ovunque.
Anche nei paesi civilizzati come gli States.
«Lì sono paranoici. Mi hanno richiuso a San Quintino
e Rikers Island. Dopo l11 settembre non facevano entrare
nemmeno gli spazzolini da denti o le riviste pinzate. I controlli
erano maniacali».
Il
risultato è che se il biondo De Cock dovesse scegliere tra
una prigione pulita del Texas o una disastrosa africana dovrebbe
pensarci su.
«In Congo sei in cella con 20-30 persone e se non cè
cibo si condivide il poco che resta.
In America devi stare sempre da solo ed esci di testa». Fortuna
che ci sono i carceri a cinque stelle.
In Norvegia, ad esempio, dove «i prigionieri di Bastoey sono
su unisola, abitano case che condividono con 7-8 altri, lavorano:
tutto ruota intorno al reciproco rispetto».
Limpegno
ha sortito qualche risultato.
La fondazione avviata dal fiammingo ha trovato i fondi per rifare
da zero una prigione del North Kivu, in Congo.
Se gli chiedi perché continua lui racconta che «quello
che mi ha colpito di più nella privazione di libertà
è lestrema solitudine che si inietta nelle persone:
ho incontrato una donna anziana a Lima, in Perù, lavevano
rilasciata dopo aver scontato 27 anni; tre giorni più tardi,
era li che implorava di essere ripresa perché non aveva più
nessuno, era completamente abbandonata.
E giusto pagare per i delitti, ma il prezzo non può
essere infinito».
Ciò non toglie che cè chi vuole evadere.
Lei cha mai pensato?
«Non proprio, forse non sono mai stato dentro abbastanza a
lungo. E poi, a dir la verità, per me lostacolo è
sempre entrare, non uscire».