da
mentelocale.it di Luca Mazzari
Genova, 4 giugno 2008
Piranesi
le disegnava come città immaginifiche. Marassi non ha sbocchi
verso l'esterno. Opera è più moderno. Il problema
dell'affollamento
Ad ogni
decreto governativo che si profila, sia esso l'indulto o un giro
di vite verso questi o quelli, si ripropone l'antica e irrisolta
questione dell'edilizia penitenziaria, della sua quantità
e, soprattutto, della sua qualità.
Le carceri italiane si sa sono sovraffollate, rendendo la vita di
chi vi è rinchiuso a vario titolo, dai detenuti agli operatori
carcerari, un vero e proprio inferno.
Il sovraffollamento costringe a ridistribuire su molte più
persone di quelle previste quegli spazi e quei servizi che il carcere,
a fatica, cerca di garantire.
L'attuale edilizia carceraria ha seri problemi nel rendere la qualità
dei periodi di detenzione i più omogenei possibili, essendo
strutturata con situazioni logistiche estremamente diversificate,
da carcere a carcere, da città a città, diversità
che inevitabilmente portano a concepire vite e speranze di chi le
abita, totalmente differenti.
Gli istituti di pena presenti sul nostro territorio sono stati infatti
realizzati in tempi e in modi molto diversi, attingendo di volta
in volta a concezioni sulla pena differenti tra loro.
Il
carcere genovese di Marassi, nato a fine Ottocento, è conformato
su una pianta quadrata, divisa in quatto cortili da una croce centrale,
che riprende nel tracciato le carceri insegnate agli studenti d'architettura
nell'Ecole de Beaux Arts francesi del Settecento.
Il tracciato è quello che per tipologia viene definito panottico,
per la sua capacità di rendere controllabile simultaneamente
l'intero carcere direttamente dalla torretta posta al centro di
tutta l'area.
Per mantenere alto il livello di sicurezza, la progettazione di
allora, prevedeva pochissimi spazi aperti e finestrati ed un quasi
inesistente rapporto con in contesto, seppur solamente visivo.
Alcuni, decisamente più moderni come il carcere di Opera,
vicino a Milano e di recente costruzione, dispongono di spazi più
ampi e luminosi per il lavoro, la lettura, le relazioni e, all'esterno,
di veri e propri campi di calcio nei quali svolgere tornei e respirare
l'aria aperta.
Sono
passati alcuni secoli da quando il Piranesi disegnava carceri in
forma di città, come smisurati universi onirici, allucinati,
complesse strutture architettoniche, terribili sia per chi è
costretto a soggiornarvi che per chi le guarda attraverso i disegni.
Ponti levatoi, passerelle verso luoghi inaccessibili alla vista,
lunghe gradinate senza fine, pesanti catene alle pareti, torce,
scale, carrucole sono il corredo delle carceri piranesiane; ma il
come costruirne di nuove rimane in perenne oscillazione tra le nuove
concezioni di intendere la pena, e le immediate esigenze di risolvere
le pressanti questioni numeriche di affollamento.
Tra
le ipotesi più accreditate, quella di costruire le carceri
lontano dai luoghi abitati, per far meglio convivere i detenuti
con il verde, gli spazi aperti, e tenerli lontano da città
che non ne tollerano la presenza; altre invece immaginano proprio
in un rinnovato rapporto con le città e con il loro tessuto
sociale, il primo passo per un reale e immediato reintegro nella
cosiddetta vita civile.
La questione è seria, forse troppo per riguardare anche le
pur fervide immaginazioni degli architetti più accreditati,
che continuano a non pronunciarsi in merito e che senz'altro avrebbero
un decisivo peso nella qualità delle scelte.
Forse perché un po' distratti nel costruire la loro immagine
prima di ogni altra cosa, forse perché consci che, da qualche
parte, qualche cosa di simile ad un carcere, lo hanno sicuramente
già progettato.