da RomaOne
di Rosa Melucci
Roma, 11 giugno 2004
Un
detenuto entra in doccia completamento vestito.
Tanto è bastato per
far scattare le indagini che hanno portato, dopo sei mesi di pedinamenti ed intercettazioni,
a sgominare una banda di spacciatori che riforniva di droga alcuni carcerati di
Regina Coeli, a Roma. (nella foto un sottopassaggio di Regina Coeli)
Tra
i nove arrestati nell'operazione "Carbone" c'è anche un agente
scelto della polizia penitenziaria: era suo il compito di fare da ponte tra il
penitenziario e gli spacciatori della borgata romana Bastogi.
E'
dicembre ed un episodio attira l'attenzione del capo commissario della polizia
penitenziaria di Regina Coeli, Donato Capece: un detenuto entra in doccia completamente
vestito. "Un comportamento tipico di chi ha assunto sostanze stupefacenti",
ci spiega il commissario.
Era il segno che la droga stava circolando in carcere.
Scattano le indagini e la collaborazione con i carabinieri: gli indizi portano
tutti ad un agente della polizia penitenziaria di 35 anni. E' il 6 gennaio (di
qui il nome dell'operazione) e per l'agente scattano le manette.
"E'
stato colto in flagranza di reato - spiega Capece - mentre cedeva a uno dei due
detenuti-spacciatori una partita di droga da spacciare dentro il carcere".
Ed è stato proprio l'ex agente a condurre i carabinieri ai "fornitori
esterni" delle sostanze stupefacenti, un'intera famiglia (un fratello e una
sorella, di 32 e 25 anni, il marito di lei di 30 e la suocera di 60 anni), due
complici di 25 e 30 anni, e 10 denunce.
I
provvedimenti riguardano tutti romani residenti nell'area Bastogi.
Qui i sette
arrestati avevano messo su un "autentico supermarket" della droga: al
momento dei "rifornimenti" chiamavano l'hashish caffè, la cocaina
farina e l'eroina zucchero.
"Non è stato semplice arrivare a loro
-spiega, il comandante del nucleo operativo di via in Selci maggiore Giovanni
Arcangioli - perché la loro era un'organizzazione piccola, ma arroccata
sul disagio sociale del quartiere Bastogi".
Alcune persone coinvolte
nelle indagini facevano infatti da 'palo' presso le postazioni dove avveniva lo
spaccio ed inscenavano incidenti e tamponamenti per distrarre le forze dell'ordine.
Lo stesso palazzo, dove viveva la famiglia, era una sorta di fortino, con
le porte antipanico chiuse dall'interno con catene e lucchetto.
L'agente
riceveva istruzioni dai due detenuti, D. M. D. di 34 anni e G.C. di 41, in carcere
per rapina, di recarsi nella zona di San Giovanni, dove il clan di spacciatori
gli avrebbe dato la droga.
I due detenuti-spaccciatori e la banda comunicava
attraverso lettere in cui si ordinava caffè (hashish), zucchero (eroina)
e farina (cocaina).