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Panorama di Adriano Sofri 
Pisa,
28 Giugno 2004
Al suicidio di un detenuto si dedica un trafiletto.
Per fortuna, ogni tanto, viene qualcuno in visita. Come Roberto Vecchioni, grazie
al quale il cortile del carcere ha cambiato nome.
Abbiate
pazienza: parlerò di galera.
Del resto ammettete che non se ne parla
quasi più. Una pietra sopra. La settimana scorsa si sono suicidati cinque
detenuti, a Bologna, a Roma, a Firenze, e sì e no qualche trafiletto.
Se
cinque evadono segando sbarre e calandosi coi lenzuoli dalla finestra, un buon
titolo se lo guadagnano.
Ora io non dico che un'evasione rocambolesca non
meriti un buon titolo. Ma anche a quegli altri cinque che i lenzuoli se li sono
annodati al collo e se la sono squagliata direttamente all'altro mondo, un titoletto
non andava negato.
Per lo più si tratta di disgraziati ancora da giudicare,
o condannati a pene brevi.
Però a morte.
Stasera,
mentre scrivo, passa su un telegiornale un titolo che dice: «Un'insegnante
portava seghetti per denaro nel carcere di Ivrea, con la complicità di
due agenti».
Notizia piccante, non dico di no.
Sono pur sempre degli
statali che arrotondano singolarmente lo stipendio, e passano al lato d'ombra
del muro di cinta.
Ma su quel telegiornale non l'ho visto scorrere, un titolo
sui suicidi della settimana scorsa, né sulle altre morti in carcere, né
sulla macabra sequela di suicidi sardi di un po' di tempo fa.
Va
bene, dopotutto si tratta di galera, nero fondo di pozzo: alla larga! Mi ha impressionato
che un alto dirigente per le carceri del ministero di Giustizia, che si chiama
Emilio Di Somma, sia andato l'altro giorno a un convegno di persone di buona volontà
e abbia spiegato schiettamente che l'indultino ha avuto un effetto irrisorio,
che i detenuti usciti nell'arco di un anno sono stati più che rimpiazzati
dai nuovi arrivi, e che oggi, a estate entrata, i detenuti sono 56.500 per una
capienza ufficiale, cioè molto ottimista, di 42 mila.
Di Somma si è
perfino congratulato col senso di responsabilità dei detenuti cui soltanto
finora si deve l'ordine che regna nelle tristi prigioni, il triste ordine. E ha
perfino lamentato la ostinata renitenza delle competenti autorità ad alleviare
la condizione carceraria, dal Giubileo in poi.
Ha fin troppa ragione, naturalmente.
Nemmeno del palloncino gonfiato dell'indultino si è più parlato,
neanche per un minutino.
Anche di allora mi ricordo i titoli di telegiornale:
«11 mila delinquenti stanno per uscire dal carcere». Ne sono usciti
meno di un terzo, e non in un giorno, ma in un anno. È tutto uno scherzo,
vedete.
Nelle
prigioni le attività tese a dare qualche dignità ai giorni dilapidati
dei detenuti («trattamento», si chiama) sono sempre più ridotte,
in nome del risparmio e della sicurezza. D'altra parte, la stessa cosa succede
con le cure mediche e i farmaci, in nome del risparmio e della sicurezza, benché
chiunque sia pronto a proclamare che la salute prima di tutto. Se sapeste che
cambiamento nella vita dei detenuti viene dalla disponibilità di qualcuno
ad ascoltarli, dall'attribuzione di una responsabilità anche infima, dall'occasione
di un lavoro, fosse pure un paio di settimane da scopino.
Sono altrettante
piccole resurrezioni, alla lettera: corpi giacenti e abbandonati che si drizzano
e riprendono vita, facce schiacciate che riprendono un'espressione.
Dove queste
attività si svolgono, la proporzione fra costi e ricavi è così
sbilanciata a favore dei secondi che solo un'ottusità burocratica o una
banale cattiveria possono non accorgersene.
Nel
carcere pisano dove vivo (vivo? muoio? Le due cose finiscono con l'avvicinarsi
per tutti, ma qui sconfinano presto l'una nell'altra) ci sono dei corsi scolastici.
Ci sono scuole elementari e medie, preziose soprattutto per i ragazzi cosiddetti
extracomunitari.
C'è un corso di scuola superiore, un istituto agrario
condotto parallelamente a quello esterno.
La dozzina di detenuti che ne ha
seguito le classi ha concluso con altrettante promozioni, spesso con voti distinti.
E non per qualche speciale indulgenza dei docenti, che hanno sì una
comprensione peculiare per quella chiusa succursale della loro scuola, e d'altronde
se non fosse così non verrebbero assiduamente in un posto come questo,
ma danno e chiedono agli allievi di dentro con l'impegno che mettono e si aspettano
dagli allievi di fuori.
A incontrarli nel corridoio mentre vanno a lezione,
questi detenuti hanno un'orgogliosa serietà che fa scommettere sul loro
futuro.
Ci sono anche alcuni studenti universitari, anch'essi seguiti da docenti
all'interno: i loro esami sono frequenti, i loro voti quasi sempre eccellenti.
La sezione riservata a scolari e studenti ha un'austerità da collegio
inglese.
Ogni
tanto il mondo di fuori entra per qualche speciale occasione.
Qualche giorno
fa la chiesa del carcere ha ospitato la mostra di dipinti di Sergio e Isabella
Staino che avevano illustrato il volume della Einaudi dedicato al mio racconto
natalizio.
La mostra era già andata a Palazzo Strozzi a Firenze, al
Campidoglio a Roma.
Ma qui era bellissima.
Che le pareti delle galere
possano animarsi di figure e colori, rinunciando al culto della bruttezza che
vi vige per ufficio, è un bel pensiero, e qua e là si è tradotto
nei fatti.
Non so se la bellezza salverà il mondo: so per certo che
la bruttezza lo perderà.
Né si può immaginare che la
bellezza riscatti la galera: certo la bruttezza la danna. La bellezza, e la musica.
La galera è fragore di ferri battuti e stridore di denti. La musica entra
con ali d'angeli.
All'inaugurazione
della mostra è venuto Roberto Vecchioni, per amicizia.
Per amicizia
ha tenuto un concerto impegnato e generoso quanto e più di un concerto
tenuto a un gran pubblico di gente libera e pagante. Detenuti, agenti, ospiti
erano trascinati e commossi.
Ha raccontato, Vecchioni, il cartello sgangherato
incontrato in Kenya con la pretenziosa scritta: «Rotary Club of Malindi».
Gli farà piacere sapere che dopo la sua visita i detenuti hanno cominciato
a chiamare il cortile dei giorni sfortunati, quello che finora era «l'aria
piccola», col nome di «Rotary Club of Malindi».
I detenuti
sono devoti fino alle lacrime alle belle canzoni, e però sono capaci di
umor nero.