da
Il Messaggero di Carlo Nordio*
Roma,
19 agosto 2004
Le
due manifestazioni più gravi della disperazione carceraria, le rivolte
di molti e il suicidio di alcuni, non sono fenomeni esclusivamente italiani.
Sono
diffusi in tutto il mondo civile, e traggono origini dalla miscela esplosiva,
solo apparentemente contraddittoria, della promiscuità e della solitudine.
Tutte le galere soffrono le stesse carenze di spazi, di personale e di igiene,
e benché siano complessivamente assai più umane di quelle di un
tempo, sono meno tollerate dalluomo moderno, meno assuefatto dei suoi antenati
alla sofferenza, e più consapevole dei suoi diritti naturali.
La
stessa prigione è una forma di pena da rivedere profondamente ma, finché
non si sarà trovato qualcosa di meglio, dobbiamo arrangiarci con quello
che abbiamo.
Quello che abbiamo è molto, rispetto a qualche anno fa:
i locali sono mediamente più moderni e puliti, il personale più
preparato, i regolamenti meno severi.
Ma è poco rispetto alle due emergenze,
ormai note a tutti: il numero dei detenuti e la carcerazione preventiva.
Il
sovraffollamento dipende dalla presenza massiccia di stranieri, la più
parte immigrati clandestini, colpevoli di delitti legati alla loro stessa situazione
precaria: essi arrivano in Italia senza lavoro e senza denaro, gravati di debiti
verso le organizzazioni criminali che li hanno traghettati a caro prezzo e che
sono, come tutti sanno, creditori esigenti e spietati.
In queste condizioni
il clandestino è quasi obbligato a rubare, a prostituirsi o spacciare stupefacenti.
Per
fortuna ne prendiamo pochi: se li prendessimo tutti, il collasso sarebbe totale.
Ma quelli che prendiamo bastano e avanzano per compromettere il già
precario sistema carcerario, dove occupano ormai oltre la metà dei posti
disponibili.
Non esiste un modo per risolvere questo problema.
O meglio
esiste, ma è crudele: eliminare o ridurre il più possibile limmigrazione
clandestina.
Questo non si può fare inasprendo le pene o introducendone
di nuove, perché il problema, come è intuitivo, sarebbe aggravato.
Si può fare con una forte attività politica, trattando con gli stati
interessati. Il recente accordo con la Libia è la strada giusta.
Ma
è una strada lunga e irta di ostacoli.
Vedremo.
Sulla carcerazione
preventiva si è già scritto tutto, ma si continua a discutere come
se non si sapesse nulla. Riassumiamo.
Mandare in galera una persona durante
le indagini sarebbe, a rigore, incostituzionale, perché la Costituzione
proclama la presunzione di innocenza prima della condanna definitiva.
Ma sarebbe
anche intollerabile, perché vi sono situazioni in cui lallarme sociale
obbliga il giudice a questa scelta dolorosa.
Dirò di più: lo
obbliga anche contro le disposizioni dello stesso codice che sono, un po
ipocritamente, restrittive.
Se un marito infatti durante un raptus
di gelosia spara alla moglie e la uccide, poi va a costituirsi e confessa, a rigore
non dovrebbe nemmeno essere arrestato: non può infatti ripetere il crimine,
perché aveva una moglie sola, né inquinare le prove, perché
è confesso, né scappare, perché si è spontaneamente
presentato in questura.
Ma nessun magistrato lo libererebbe mai, perché
la società lo prenderebbe per matto.
E questo esempio dovrebbe bastare.
Ma se la carcerazione preventiva è giustificata, in teoria e in
pratica, da queste considerazioni abbastanza banali, non lo è più
quando, in concreto, essa è adottata senza quella assoluta necessità
che ne legittima lapplicazione; peggio ancora, quando mira ad ottenere confessioni.
Per rimediare a questo rischio il legislatore ha già fatto molto: oggi
la porta della galera si apre con una doppia chiave, quella del pm e quella del
giudice.
Ma evidentemente questo non basta.
Le tragedie anche recenti,
come il suicidio del sindaco di Roccaraso, non potranno mai essere eliminate del
tutto, ma certo potrebbero essere ridotte demandando il potere della custodia
cautelare non ad un giudice singolo, come avviene oggi, ma ad una sezione collegiale
costituita ad hoc presso ogni Corte dAppello.
Una riforma a costo
zero che amplierebbe le garanzie senza compromettere la sicurezza.
Ma anche
tutto questo sarà inutile, come sarebbero inutili indulti o indultini,
se, come dicevamo sopra, lintero impianto delle sanzioni e la stessa struttura
della pena detentiva non saranno profondamente rivisti e trasformati.
La nostra
commissione per la riforma del Codice penale ha già presentato un progetto
che prevede una limitazione del carcere ai pochi casi dove questa dolorosa misura
è davvero indispensabile.
Non sappiamo se avrà successo o meno.
Ma le reiterate invocazioni alle manette anche per comportamenti non propriamente
criminali, come limpiego dei cavalli al Palio di Siena, non ci sembrano
di buon auspicio.
*Presidente
della commissione per la riforma del codice penale