da
limesonline.com di Daniela Binello
28 febbraio 2005
La
fiammella di Amnesty sul filo spinato, simbolo dellattivismo organizzato
contro la prigionia e le torture inflitte ai coraggiosi oppositori dei regimi
antidemocratici in tante parti del mondo, non si spegne con la scomparsa del suo
fondatore.
A 83 anni è deceduto nell'ospedale Jonh Radcliffe di Oxford
Peter Benenson, lavvocato inglese che fondò Amnesty International
nel 1961, ma i raggi di luce emanati dalla sua idea continueranno ancora a guidare
gli attivisti della grande organizzazione che difende i diritti umani in tutto
il mondo.
I Benenson hanno deciso di celebrare le esequie con una cerimonia
privata. Amnesty International terrà, invece, nei prossimi giorni, uniniziativa
pubblica per ricordare il suo fondatore.
Peter
credeva nel potere delle persone comuni di provocare straordinari cambiamenti
- commenta Marco Bertotto, presidente della sezione italiana (che si appresta
a passare il testimone al nuovo presidente di Amnesty Italia che sarà nominato
fra pochi giorni allassemblea di Rimini) - e creando Amnesty International
ha dato a ciascuno di noi l'opportunità di fare la differenza.
Nel
maggio del 1961 Benenson fu informato dell'arresto di due giovani che in un bar
di Lisbona avevano osato brindare alla libertà delle colonie portoghesi.
Indignatosi per quellarresto, lallora giovane avvocato pubblicò
su The Observer (il settimanale londinese) un editoriale intitolato "I prigionieri
dimenticati".
Si trattava di un appello per avviare una campagna dedicata
alla liberazione di tutti i prigionieri segregati per motivi di opinione.
L'adesione
entusiasta di migliaia di persone convinse Benenson a trasformare lidea
di quella campagna in ciò che sarebbe divenuto di lì a poco il più
importante movimento mondiale per i diritti umani.
Nei
primi anni di vita di Amnesty International, Benenson assicurò all'organizzazione
il sostegno finanziario per muovere i primi passi, prese parte alle missioni,
si occupò in prima persona, cioè, di tutte quelle incombenze necessarie
a far crescere in dimensioni e importanza la sua idea. Ha poi finito col dedicare
tutta la sua vita a combattere l'ingiustizia.
Fu
a una manifestazione pubblica per il venticinquesimo compleanno di Amnesty che
Benenson accese la candela con il filo spinato e recitò quello che resterà
il suo testamento spirituale: "Questa candela non brucia per noi, ma per
tutte quelle persone che non siamo riusciti a salvare dalla prigione, che sono
state uccise, torturate, rapite, scomparse. Arde per loro la candela di Amnesty
International".
Fu così che davanti alla Chiesa di St Martin in
the Fields, nel centro di Londra, a due passi dalla National Gallery, due attori
famosi, Julie Christie e Cy Grant, immobili e con le mani legate, attesero di
venire liberati dalla fiamma della candela di Amnesty, accesa per la prima volta.
Poi Cy Grant cantò Blowing in the wind, la canzone di Bob Dylan,
e lemozione fu grande.
Come
nasce un gruppo
Nel 2004 il Gruppo Italia 2 di Amnesty di Roma, guidato da
Laura Novelli, ha festeggiato i suoi primi 30 anni. Lydia Colin Mazzotti ci racconta
così la storia della sua fondazione.
Alle
sezioni di Amnesty inizia la Colin Mazzotti - viene assegnato un numero
cronologico.
Da questo si capisce che il nostro è fra i gruppi più
anziani. Ma io vorrei parlare di un periodo ancora precedente.
Nel 1961 lessi
larticolo di Benenson su The Observer e rimasi profondamente colpita
dal suo concetto di prisoners of conscience da far liberare.
Non
si trattava di detenuti comuni, né di prigionieri di guerra e nemmeno di
reclusi che per motivi politici avevano usato la violenza. Come abbiamo più
tardi tradotto in italiano, erano invece "detenuti per motivi dopinione.
Undici anni
dopo, nel 1971 continua ho finalmente preso carta e penna e ho scritto
a Londra, al segretariato di Amnesty. Allora non sapevo ancora che una prima sezione
italiana era stata aperta da Annina Armstrong Torre, che abitava a Genova e che
aveva conosciuto lavvocato Benenson in Sudafrica, e da Gustavo Comba, esponente
di spicco della comunità valdese, anche lui di Genova.
La sezione di
Genova era riuscita a far gemmare nel nord dItalia ben dieci
gruppi, di cui però era attivo solo il numero 6 di Piacenza.
Per motivi pratici, e anche ideologici, tutti gli altri erano scomparsi.
Mi
rispose da Londra Martin Ennals, il segretario di allora, e mi chiese di fornirgli
informazioni sugli obiettori di coscienza che in Italia venivano messi in carcere.
In quel periodo
cerano molti obiettori in prigione.
Cerano i Testimoni di Geova,
per esempio, che rifiutavano anche il servizio civile e dovevano per ciò
scontare pene di due anni.
Quello italiano poteva sembrare un piccolo problema,
se paragonato a regimi appena poco distanti da noi, come il Portogallo di Salazar,
la Spagna di Franco, la Jugoslavia di Tito, lAlbania di Enver Hoxa o la
Grecia dei Colonnelli e forse non è dunque troppo strano che non si fosse
ancora pensato al problema degli obiettori nelle carceri italiane.
La
prima cosa che feci nel 1972 fu di compilare una lista di parlamentari italiani
interessati a quel problema, in modo da sensibilizzarli per lapprovazione
della prima legge che riconoscesse il diritto allobiezione di coscienza.
A tutti loro Amnesty inviò un telegramma dincoraggiamento, con un
richiamo alla Risoluzione del Consiglio dEuropa. Comba, visto il fallimento
della prima sezione nel nord dItalia, era piuttosto pessimista, visto anche
che nel mandato di Amnesty International era previsto che non si potessero adottare
detenuti nel proprio paese, dei quali si sarebbero dovuti occupare piuttosto gruppi
stranieri.
In
aiuto di Lydia Colin Mazzotti arriva, però, una giovane americana, Gwen
OSullivan.
Ha partecipato al Consiglio internazionale di Amnesty a Vienna
e anche lei è interessata a fondare una sezione a Roma.
Spiega
la Colin Mazzotti: Pian piano le cose cominciarono a muoversi. Comba mi
aveva parlato dellimportanza della stampa.
Sfruttando le conoscenze
e scrivendo sui giornali cominciammo a spiegare Amnesty a lettori del tutto ignari.
E intanto arrivarono le prime adesioni dai valdesi. Eric Baker, amico di Comba,
era un quacchero che aveva militato in Amnesty per quattro anni.
Eric rappresenta
il primo filo che lega la sezione di Genova alla nostra di Roma. Poi vennero i
Radicali, con cui condividevamo la lotta per il diritto allobiezione di
coscienza.
Furono loro a prestarci il ciclostile per stampare i nostri primi
volantini. Intanto, nel 1973, il numero degli iscritti cresceva. Nacque il Gruppo
1 e per mezzo di Margherita Boniver cominciarono i contatti con Milano.
Levento
principale del 1973 fu la prima campagna contro la tortura e così pubblicammo
il primo rapporto di Amnesty in lingua italiana su quellargomento. Ma le
testate più importanti ignoravano i nostri comunicati. Fu una nostra lettera
a Panorama a provocare, invece, un fiume di risposte da tutta Italia. A Roma,
ai tavolini di piazza Navona e piazza Esedra, raccogliemmo 5mila firme fra cui
le adesioni di Danilo Dolci, Indro Montanelli, Gino Landi (coreografo), Marcello
Fondato (regista), Lino Salvini (Gran Maestro della Massoneria), Bernhard Haring
(teologo). E poi pastori valdesi, membri della comunità ebraica, docenti
e tanti altri.
Nellottobre
del 1974 finalmente nasce il Gruppo Italia 2 e nel 1975 si svolge la nostra prima
assemblea. Arrivarono 52 iscritti da tutta Italia e con nostra grande sorpresa
ci furono persone che si dimostrarono importantissime per la nostra sezione: il
senatore Umberto Terracini, comunista, uno dei padri della Costituzione italiana,
Ennio De Giorgi, insigne matematico, Jiri Pelikan, ex direttore della tv cecoslovacca,
Basevi, caporedattore dellAnsa, e con lui altri giornalisti. Così,
nel 1976, registrammo il nostro statuto dal notaio e la nostra sezione cominciò
a lavorare.
Limpegno fa parte della categoria delle cose destinate a durare
Lilia
Girardet Sommani è unaltra storica attivista del Gruppo
Italia 2 di Amnesty. Ecco il suo racconto.
Nel
novembre del 1974 rispose a una nostra lettera il segretario di Amnesty a Londra
rallegrandosi per esserci costituiti e assegnando al nostro gruppo il nome di
Italy 2.
Ci affidava in adozione i primi tre prigionieri per motivi dopinione.
Per sottolineare la neutralità politica del movimento, secondo la prassi
di Amnesty, i tre prigionieri erano di tre diverse aree geopolitiche: un architetto
cileno, un insegnante somalo e un tipografo lituano dellUrss. Nel linguaggio
di Amnesty, ricevere in adozione un prigioniero per motivi dopinione - che
non abbia né commesso, promosso o sostenuto atti di violenza - significa
lavorare per ottenerne la liberazione.
In che modo?
Esercitando una forte
pressione sulle autorità del paese tramite lettere, petizioni, telegrammi,
e anche facendo conoscere il caso allopinione pubblica.
Nel
1975 larchitetto cileno fu liberato e andò in esilio in Svizzera,
linsegnante somalo usufruì di unamnistia e nel 77 anche
il lituano ritrovò la libertà. Dopo queste prime adozioni, il nostro
gruppo ha lavorato a favore di molti altri. Ci fu un caso, ad esempio, che ci
coinvolse moltissimo: quello di Hugo Couto Chassale, un fotografo uruguayano comunista.
Avevamo ricevuto dal segretariato internazionale di Amnesty lindirizzo della
madre e questo ci permise di avere con lei una bellissima corrispondenza.
Avevo
avuto lincarico di tenere i contatti epistolari e quella fu unesperienza
talmente bella che quando arrivò la notizia della caduta della dittatura
e della liberazione di Hugo, io pensai una cosa di cui mi vergognai immediatamente
ma tantè che la pensai - perché mi dispiaceva che finisse
quel rapporto di amicizia che si era ormai instaurato tra di noi.
Noi mandavamo
alla madre di Hugo un piccolo contributo mensile, che lei utilizzava per portargli
il paniere, cioè alcune cose che potevano essergli utili, tra
cui matasse di lana per tessere.
Conservo ancora una borsa che è stata
tessuta in carcere e inviata in dono al nostro gruppo.
Hugo aveva anche una
bambina, alla quale abbiamo mandato unedizione in spagnolo di Pinocchio.
Era
questo il modo di lavorare di Amnesty, allora conclude la Girardet Sommani
-.
In seguito le cose sono molto cambiate, come sono cambiate le violazioni
dei diritti umani nel mondo e Amnesty se nè fatta carico, opponendosi
nel modo più adeguato.
E giusto questo mutamento, ma i gruppi
del passato che hanno lavorato col metodo delle adozioni provano un po di
nostalgia, soprattutto per il forte impatto umano che comportava.
Nonostante
la realtà che viviamo sembra dire il contrario, io penso che limpegno
di tutti quanti hanno lavorato per Amnesty non sia mai stato inutile.
Esso
appartiene alla categoria delle cose destinate ad avere per sempre un futuro.