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19/03/05
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20/03/05
Un promemoria per gli intellettuali che difendono Cuba
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Il furto del secolo
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Luce sui fili spinati
Daniela Binello
Per favore non chiamatele comunità
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Il bollettino settimanale delle guerre e dei conflitti in corso
03/02/05
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La giustizia nemica
Gaspare Barbiellini Amidei
Quotazioni alla borsa dei reati
Sergio Romano
L'indignazione e il diritto
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Usa. Ku Klux Klan alla sbarra per omicidi nel 1964
08/01/05
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Anche il gioco ha il suo galateo
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Thesaurus - parole scelte
Luce sui fili spinati
Daniela Binello


da limesonline.com di Daniela Binello
28 febbraio 2005

La fiammella di Amnesty sul filo spinato, simbolo dell’attivismo organizzato contro la prigionia e le torture inflitte ai coraggiosi oppositori dei regimi antidemocratici in tante parti del mondo, non si spegne con la scomparsa del suo fondatore.
A 83 anni è deceduto nell'ospedale Jonh Radcliffe di Oxford Peter Benenson, l’avvocato inglese che fondò Amnesty International nel 1961, ma i raggi di luce emanati dalla sua idea continueranno ancora a guidare gli attivisti della grande organizzazione che difende i diritti umani in tutto il mondo.
I Benenson hanno deciso di celebrare le esequie con una cerimonia privata. Amnesty International terrà, invece, nei prossimi giorni, un’iniziativa pubblica per ricordare il suo fondatore.

“Peter credeva nel potere delle persone comuni di provocare straordinari cambiamenti - commenta Marco Bertotto, presidente della sezione italiana (che si appresta a passare il testimone al nuovo presidente di Amnesty Italia che sarà nominato fra pochi giorni all’assemblea di Rimini) - e creando Amnesty International ha dato a ciascuno di noi l'opportunità di fare la differenza”.

Nel maggio del 1961 Benenson fu informato dell'arresto di due giovani che in un bar di Lisbona avevano osato brindare alla libertà delle colonie portoghesi.
Indignatosi per quell’arresto, l’allora giovane avvocato pubblicò su The Observer (il settimanale londinese) un editoriale intitolato "I prigionieri dimenticati".
Si trattava di un appello per avviare una campagna dedicata alla liberazione di tutti i prigionieri segregati per motivi di opinione.
L'adesione entusiasta di migliaia di persone convinse Benenson a trasformare l’idea di quella campagna in ciò che sarebbe divenuto di lì a poco il più importante movimento mondiale per i diritti umani.

Nei primi anni di vita di Amnesty International, Benenson assicurò all'organizzazione il sostegno finanziario per muovere i primi passi, prese parte alle missioni, si occupò in prima persona, cioè, di tutte quelle incombenze necessarie a far crescere in dimensioni e importanza la sua idea. Ha poi finito col dedicare tutta la sua vita a combattere l'ingiustizia.

Fu a una manifestazione pubblica per il venticinquesimo compleanno di Amnesty che Benenson accese la candela con il filo spinato e recitò quello che resterà il suo testamento spirituale: "Questa candela non brucia per noi, ma per tutte quelle persone che non siamo riusciti a salvare dalla prigione, che sono state uccise, torturate, rapite, scomparse. Arde per loro la candela di Amnesty International".
Fu così che davanti alla Chiesa di St Martin in the Fields, nel centro di Londra, a due passi dalla National Gallery, due attori famosi, Julie Christie e Cy Grant, immobili e con le mani legate, attesero di venire liberati dalla fiamma della candela di Amnesty, accesa per la prima volta. Poi Cy Grant cantò “Blowing in the wind”, la canzone di Bob Dylan, e l’emozione fu grande.

Come nasce un gruppo
Nel 2004 il Gruppo Italia 2 di Amnesty di Roma, guidato da Laura Novelli, ha festeggiato i suoi primi 30 anni. Lydia Colin Mazzotti ci racconta così la storia della sua fondazione.

“Alle sezioni di Amnesty – inizia la Colin Mazzotti - viene assegnato un numero cronologico.
Da questo si capisce che il nostro è fra i gruppi più anziani. Ma io vorrei parlare di un periodo ancora precedente.
Nel 1961 lessi l’articolo di Benenson su The Observer e rimasi profondamente colpita dal suo concetto di “prisoners of conscience” da far liberare.
Non si trattava di detenuti comuni, né di prigionieri di guerra e nemmeno di reclusi che per motivi politici avevano usato la violenza. Come abbiamo più tardi tradotto in italiano, erano invece "detenuti per motivi d’opinione”.

“Undici anni dopo, nel 1971 – continua – ho finalmente preso carta e penna e ho scritto a Londra, al segretariato di Amnesty. Allora non sapevo ancora che una prima sezione italiana era stata aperta da Annina Armstrong Torre, che abitava a Genova e che aveva conosciuto l’avvocato Benenson in Sudafrica, e da Gustavo Comba, esponente di spicco della comunità valdese, anche lui di Genova.
La sezione di Genova era riuscita a “far gemmare” nel nord d’Italia ben dieci gruppi, di cui però era attivo solo il numero “6” di Piacenza. Per motivi pratici, e anche ideologici, tutti gli altri erano scomparsi.
Mi rispose da Londra Martin Ennals, il segretario di allora, e mi chiese di fornirgli informazioni sugli obiettori di coscienza che in Italia venivano messi in carcere”.

“In quel periodo c’erano molti obiettori in prigione.
C’erano i Testimoni di Geova, per esempio, che rifiutavano anche il servizio civile e dovevano per ciò scontare pene di due anni.
Quello italiano poteva sembrare un piccolo problema, se paragonato a regimi appena poco distanti da noi, come il Portogallo di Salazar, la Spagna di Franco, la Jugoslavia di Tito, l’Albania di Enver Hoxa o la Grecia dei Colonnelli e forse non è dunque troppo strano che non si fosse ancora pensato al problema degli obiettori nelle carceri italiane”.

“La prima cosa che feci nel 1972 fu di compilare una lista di parlamentari italiani interessati a quel problema, in modo da sensibilizzarli per l’approvazione della prima legge che riconoscesse il diritto all’obiezione di coscienza.
A tutti loro Amnesty inviò un telegramma d’incoraggiamento, con un richiamo alla Risoluzione del Consiglio d‘Europa. Comba, visto il fallimento della prima sezione nel nord d’Italia, era piuttosto pessimista, visto anche che nel mandato di Amnesty International era previsto che non si potessero adottare detenuti nel proprio paese, dei quali si sarebbero dovuti occupare piuttosto gruppi stranieri”.

In aiuto di Lydia Colin Mazzotti arriva, però, una giovane americana, Gwen O’Sullivan.
Ha partecipato al Consiglio internazionale di Amnesty a Vienna e anche lei è interessata a fondare una sezione a Roma.

Spiega la Colin Mazzotti: “Pian piano le cose cominciarono a muoversi. Comba mi aveva parlato dell’importanza della stampa.
Sfruttando le conoscenze e scrivendo sui giornali cominciammo a spiegare Amnesty a lettori del tutto ignari. E intanto arrivarono le prime adesioni dai valdesi. Eric Baker, amico di Comba, era un quacchero che aveva militato in Amnesty per quattro anni.
Eric rappresenta il primo filo che lega la sezione di Genova alla nostra di Roma. Poi vennero i Radicali, con cui condividevamo la lotta per il diritto all’obiezione di coscienza.
Furono loro a prestarci il ciclostile per stampare i nostri primi volantini. Intanto, nel 1973, il numero degli iscritti cresceva. Nacque il Gruppo 1 e per mezzo di Margherita Boniver cominciarono i contatti con Milano”.

“L’evento principale del 1973 fu la prima campagna contro la tortura e così pubblicammo il primo rapporto di Amnesty in lingua italiana su quell’argomento. Ma le testate più importanti ignoravano i nostri comunicati. Fu una nostra lettera a Panorama a provocare, invece, un fiume di risposte da tutta Italia. A Roma, ai tavolini di piazza Navona e piazza Esedra, raccogliemmo 5mila firme fra cui le adesioni di Danilo Dolci, Indro Montanelli, Gino Landi (coreografo), Marcello Fondato (regista), Lino Salvini (Gran Maestro della Massoneria), Bernhard Haring (teologo). E poi pastori valdesi, membri della comunità ebraica, docenti e tanti altri”.

“Nell’ottobre del 1974 finalmente nasce il Gruppo Italia 2 e nel 1975 si svolge la nostra prima assemblea. Arrivarono 52 iscritti da tutta Italia e con nostra grande sorpresa ci furono persone che si dimostrarono importantissime per la nostra sezione: il senatore Umberto Terracini, comunista, uno dei padri della Costituzione italiana, Ennio De Giorgi, insigne matematico, Jiri Pelikan, ex direttore della tv cecoslovacca, Basevi, caporedattore dell’Ansa, e con lui altri giornalisti. Così, nel 1976, registrammo il nostro statuto dal notaio e la nostra sezione cominciò a lavorare”.

L’impegno fa parte della categoria delle cose destinate a durare
Lilia Girardet Sommani è un’altra “storica” attivista del Gruppo Italia 2 di Amnesty. Ecco il suo racconto.

“Nel novembre del 1974 rispose a una nostra lettera il segretario di Amnesty a Londra rallegrandosi per esserci costituiti e assegnando al nostro gruppo il nome di Italy 2.
Ci affidava in adozione i primi tre prigionieri per motivi d’opinione. Per sottolineare la neutralità politica del movimento, secondo la prassi di Amnesty, i tre prigionieri erano di tre diverse aree geopolitiche: un architetto cileno, un insegnante somalo e un tipografo lituano dell’Urss. Nel linguaggio di Amnesty, ricevere in adozione un prigioniero per motivi d’opinione - che non abbia né commesso, promosso o sostenuto atti di violenza - significa lavorare per ottenerne la liberazione.
In che modo?
Esercitando una forte pressione sulle autorità del paese tramite lettere, petizioni, telegrammi, e anche facendo conoscere il caso all’opinione pubblica”.

“Nel 1975 l’architetto cileno fu liberato e andò in esilio in Svizzera, l’insegnante somalo usufruì di un’amnistia e nel ‘77 anche il lituano ritrovò la libertà. Dopo queste prime adozioni, il nostro gruppo ha lavorato a favore di molti altri. Ci fu un caso, ad esempio, che ci coinvolse moltissimo: quello di Hugo Couto Chassale, un fotografo uruguayano comunista. Avevamo ricevuto dal segretariato internazionale di Amnesty l’indirizzo della madre e questo ci permise di avere con lei una bellissima corrispondenza”.

“Avevo avuto l’incarico di tenere i contatti epistolari e quella fu un’esperienza talmente bella che quando arrivò la notizia della caduta della dittatura e della liberazione di Hugo, io pensai una cosa di cui mi vergognai immediatamente – ma tant’è che la pensai - perché mi dispiaceva che finisse quel rapporto di amicizia che si era ormai instaurato tra di noi.
Noi mandavamo alla madre di Hugo un piccolo contributo mensile, che lei utilizzava per portargli il “paniere”, cioè alcune cose che potevano essergli utili, tra cui matasse di lana per tessere.
Conservo ancora una borsa che è stata tessuta in carcere e inviata in dono al nostro gruppo.
Hugo aveva anche una bambina, alla quale abbiamo mandato un’edizione in spagnolo di Pinocchio”.

“Era questo il modo di lavorare di Amnesty, allora – conclude la Girardet Sommani -.
In seguito le cose sono molto cambiate, come sono cambiate le violazioni dei diritti umani nel mondo e Amnesty se n’è fatta carico, opponendosi nel modo più adeguato.
E’ giusto questo mutamento, ma i gruppi del passato che hanno lavorato col metodo delle adozioni provano un po’ di nostalgia, soprattutto per il forte impatto umano che comportava.
Nonostante la realtà che viviamo sembra dire il contrario, io penso che l’impegno di tutti quanti hanno lavorato per Amnesty non sia mai stato inutile.
Esso appartiene alla categoria delle cose destinate ad avere per sempre un futuro”.