da
la Repubblica di Curzio Maltese
Roma, 17 novembre 2005
Nella
folla stipata davanti al tribunale di Torino per assistere al processo
d'appello per Cogne non c'era posto per uno spillo né per
un sentimento.
Nessuna rabbia, indignazione, dolore o pietà, soprattutto
nessuna pietà.
Soltanto curiosità e neppure per la verità sulla morte
di Samuele.
Una curiosità invadente e veloce, superficiale. In una parola:
televisiva, per com'era "lei", che espressione aveva,
com'era vestita, se sorrideva ed era truccata.
Quasi non corresse alcuna differenza fra una donna condannata a
trent'anni per aver massacrato il suo bambino e un qualsiasi divetto
da reality show, Al Bano, la Lecciso, Lory Del Santo.
Jean
Baudrillard sostiene che la televisione ha compiuto il delitto perfetto,
ha ucciso la realtà e ne ha fatto sparire il corpo.
Ma il vero delitto è aver annichilito la capacità
di provare emozioni.
Si dirà che intorno ai grandi processi di cronaca c'è
sempre stata la stessa folla indiscreta, anche prima che inventassero
la televisione.
L'Italia
del dopoguerra si divideva in partiti e fazioni per la saponificatrice
di Correggio come per Coppi e Bartali, dimenticando nell'urgenza
della fazione l'orrore dei crimini. Eppure le passioni erano vive,
ora sono morte, sepolte da troppe ore di televisione.
E' normale e quasi umano, per carità nessuno scagli una pietra
contro la brava gente davanti al palazzo di giustizia torinese.
Chiunque
di noi, alla trecentesima replica televisiva del serial "delitto
di Cogne", con il rituale di Vespa che illustra il plastico,
lo psicologo bello Crepet che illustra il cervello della Franzoni,
il criminologo che criminalizza, la signora Palombelli che palombellizza,
chiunque ha inserito il pilota automatico delle emozioni per navigare
in questo Luna Park degli orrori senza troppi danni.
A furia di "tele Cogne" il ricordo del fatto reale si
è stinto, scolorito, sbiancato come i panni lavati in centrifuga
con il super detersivo degli spot.
Ma
arriva il giorno in cui i comportamenti privati e irrilevanti si
materializzano in un'immagine pubblica devastante, com'è
la folla di Torino e allora ci si vergogna o almeno ci si domanda
in quale paese viviamo.
Più
che ai grandi casi di cronaca, la tragedia di Cogne rimanda al precedente
televisivo di Vermicino, il bimbo nel pozzo.
Un'operazione scellerata e assassina.
Avessero mandato i cani, invece delle telecamere, il piccolo Alfredo
oggi sarebbe un signore di mezza età.
Cogne chiude la parabola antropologica inaugurata con Vermicino.
Il processo di annientamento delle emozioni per overdose
televisiva.
A chi
può piacere questa Italia?
Forse all'avvocato Taormina, che è il vincitore di giornata.
E' stato lui a voler trasformare il delitto di Cogne in un serial,
in un reality show.
E' dunque il suo trionfo, il trionfo di un piccolo, nostrano Barnum
forense se non della sua cliente.
Perché arriva il momento in cui le strade si separano.
La signora Franzoni, fotografata dai rotocalchi in spiaggia come
una letterina, invitata nei salotti tv, intervistata in esclusiva
dai settimanali, domani può finire in galera per una vita,
mentre Taormina continuerà a mietere gloria per sé
e condanne trentennali per i suoi assistiti.
In
ogni caso la gratitudine degli onesti andrà in eterno al
suo predecessore Grosso, che si è fermato a un passo dall'abisso
circense.
Al
di là di chi vinca o perda, in una storia come questa di
disperazione, è strano che nessuno s'identifichi mai con
i bambini.
Nessuno che abbia sentito addosso l'ombra dell'orrore di Samuele,
l'angoscia dei suoi due fratelli esposti al tornado mediatico che
trasforma anche la sede del tribunale in un set.