Milano, 13 marzo 2006
Il
Santo Padre ha recentemente riaffermato la necessità del
rispetto della dignità umana anche nelle carceri, e quasi
con le stesse parole gli ha fatto eco il Presidente della Repubblica
Ciampi.
Con tutto il rispetto per le cariche, oltre che per gli uomini che
le rappresentano, quando sento parlare di "dignità umana"
specialmente riguardo le persone private della libertà, mi
assale un moto di stizza, non posso farci niente.
Ovviamente non ho nulla contro il rispetto della dignità
umana per tutti gli appartenenti al genere (ci mancherebbe altro!),
ma questo termine, che è diventato ormai una parola d'ordine,
ha perso il suo alto significato filosofico, ed è diventato
una mera figura retorica, che non può che trovare tutti d'accordo.
Ergo: non significa più nulla.
Nietzche
diceva che le parole che noi usiamo sono come monete, che con il
tempo e l'usura hanno consumato le figure che le distinguevano,
per rimanere solo oggetti di scambio. Questa metafora mi pare perfettamente
calzante:
ormai non ci si chiede più che cosa sia, in effetti, questa
benedetta "dignità", quali siano i suoi limiti
invalicabili, dove risieda e se gli uomini siano veramente "degni
della dignità". Sembra un gioco di parole cacofonico,
ma non lo è: interrogarsi su questi problemi è un'attività
estremamente degna, ma questo non è l'argomento che volevo
affrontare in questa sede.
Piuttosto
nutro il fondato timore che quando si parli di dignità si
anneghino i problemi reali sotto un manto di concetti forse troppo
alti per la pratica quotidiana.
Per esempio a Opera (il carcere più grande di Milano) ho
fatto per anni la doccia fredda, estate e inverno (sigh), perché
al 3° e 4° piano non arrivava acqua calda. E bisogna ricordare
che le persone anziane e malate risiedevano in una sezione al 3°
piano del primo padiglione, idem dicasi per il 30% dei malati di
Aids, molto sensibili alle malattie, essendo provvisti di un sistema
di autodifesa ridotto ai minimi termini ecc..
Questo è rispettare la dignità umana?
Si
continua a marcare le volte che qualche detenuto in regime di semilibertà
o lavoro esterno commette qualche reato.
L'indignazione per chi ha contravvenuto a un patto con le istituzioni
è senza dubbio ragionevole, bisognerebbe però anche
andare a vedere che lavori queste persone svolgevano.
Se da una parte è vero che i detenuti in genere non dispongono
di professionalità particolarmente apprezzate sul mercato
del lavoro è anche vero che le opportunità che vengono
loro offerte sono delle specie di ricatti: io ti dò l'opportunità
di uscire dal carcere per lavorare, però la tua paga è
di 300 euro al mese: prendere o lasciare.
Ovviamente i detenuti accettano qualsiasi cosa pur di poter mettere
il naso fuori, magari dopo molti anni di carcere, anche perché
un rifiuto sarebbe interpretato dal magistrato e dagli operatori
come un segno di caparbietà criminale.
Di certo con 300 euro al mese a Milano non si campa, nemmeno riducendo
al minimo le proprie necessità, di conseguenza prima o poi
capita che qualcuno decida di rimediare alla situazione ricalcando
le vecchie strade.
Per
tutti poi non si tratta di una rieducazione al lavoro, risocializzazione
o quant'altro, anzi, piuttosto queste esperienze lavorative non
fanno che confermare chi le sopporta come un rinforzo delle scelte
devianti del passato.
In pratica, uno si dice: "Se il lavoro è questo bene,
facevo ad andare a rubare!"
La cosa singolare mi pare piuttosto la scarsa percentuale di recidiva
invece che il suo contrario: in questo gioca a favore la terribile
esperienza del carcere, l'ottimismo delle persone, la loro capacità
di rinuncia a tutto ciò che già gli era stato negato
per anni dalla condizione detentiva ecc., insomma se non si tratta
di eroi, poco ci manca.
La dignità cosa c'entra in tutto ciò?
Forse nulla; mi chiedevo solo se è dignitoso o meno andare
a lavorare, magari in una discarica pubblica, svolgendo un lavoro
di fatica che anche gli extracomunitari clandestini fuggono per
300 euro al mese.
Di questi esempi ne avrei a bizzeffe, non voglio annoiare il lettore.
Mi parebbe invece auspicabile che al posto di tante belle parole
ed alti concetti filosofici si cominciasse a fare qualche cosa di
pratico per rimediare a delle situazioni indecenti (6 persone in
8 mq ecc.).
Come si vede gli stessi fatti possono essere interpretati in modo
opposto se si conoscono bene certi retroscena: mentre molti si indignano
perché qualche detenuto commette reati durante i benefici,
io non smetto di meravigliarmi di quanti pochi invece siano quelli
che trasgrediscono.
Forse in questo c'entra la dignità.