da Aprileonline.info di Patrizio Gonnella
4 marzo 2006
Carceri. Il sovraffollamento, l'emergenza sanitaria, l'esclusione
dalla vita politica. Le leggi sulla immigrazione e sulla droga ne
sono la causa
“Maledetto ingegnere”.
Così lo stesso Roberto Castelli ha titolato la sua autobiografia
di Ministro della Giustizia.
La case editrice è la Editoriale Nord.
Per cinque anni il governo della giustizia e del sistema penitenziario
italiano è stato infatti affidato a un ingegnere della Lega
nord.
In sequenza al partito padano sono attribuibili: la legge sull’immigrazione,
l’emendamento che introduceva l’impunità per chi
torturava una volta sola, le nuove norme sulla legittima difesa
che equiparano la vita alla proprietà privata e da ultimo
le proteste e i morti davanti all’ambasciata italiana di Tripoli.
“Maledetto
ingegnere” dice di se stesso Castelli.
Pessimo Ministro diciamo noi.
In cinque anni le carceri si sono sovrappopolate di extracomunitari,
consumatori di droghe, giovani disoccupati meridionali, malati psichici.
Dal 2001 ad oggi i detenuti sono aumentati di mille unità
l’anno, nonostante lo stesso governo abbia rivendicato un numero
calante di reati.
E questo è accaduto non perché abbia funzionato l’azione
repressiva delle polizie, bensì perché la scure dell’intervento
penale si è concentrata senza scampo sulle solite persone
che entrano, escono, rientrano, riescono, rientrano ancora e infine
non escono più dal carcere.
Questo è il meccanismo perverso della Cirielli.
Si tratta di autori di piccoli reati che oggi sono perseguiti con
fermezza e vigore solo in quanto non hanno strumenti di difesa tecnica
adeguata.
Si tratta di persone povere che non hanno i soldi per accedere alle
garanzie processuali assicurate sulla carta a tutti gli imputati,
ma in realtà solo a quelli ricchi.
Pensate alla legge sulle indagini difensive.
Quale rumeno, albanese, tunisino potrà mai permettersi un
avvocato investigatore dal costo di 400 euro al giorno?
A domanda retorica segue risposta politica: la giustizia è
oggi una giustizia di classe che seleziona i propri utenti nel sottoproletariato
urbano.
I detenuti
sfiorano le 60 mila unità. I posti letto sono meno di 43
mila.
A Rebibbia ci sono 320 persone in più rispetto alla capienza
regolamentare.
Alla Dozza di Bologna rispetto alla capienza legale di 481 detenuti
al 31 dicembre 2005 ve ne erano 1043.
Nel carcere napoletano di Poggioreale il surplus di reclusi raggiunge
le 800 unità.
Ciò significa vivere in condizioni tragiche. I contagi aumentano,
la depressione prende piede, l’igiene scarseggia, ricompaiono
scabbia e tbc.
Siamo a un mese dalle elezioni politiche.
In Italia chi è condannato a più di cinque anni di
galera è interdetto nei diritti civili e politici e quindi
non può votare.
La popolazione detenuta non è neanche mercato elettorale,
così come non lo è la gran massa degli stranieri.
Si tratta di una eccedenza umana – per dirla alla De Giorni
– segregata.
Il
sovraffollamento è principalmente il prodotto di due leggi
– quella sulle tossicodipendenze e quella sulla immigrazione
– che hanno criminalizzato stili di vita o condizioni di origine.
Se si vuole combattere strutturalmente l’affollamento penitenziario,
se si vogliono riportare le carceri nella legalità, se si
vuole rinunciare alla pena carceraria quale strumento di controllo
dei fenomeni di disturbo sociale bisogna decriminalizzare la vita
quotidiana dei consumatori di droghe leggere e pesanti nonché
togliere dalla clandestinità gli immigrati.
I meccanismi proibizionisti producono penalizzazione e carcerizzazione
di massa.
Fini ha prestato il proprio nome sia alla legge sull’immigrazione
che a quella sulle droghe.
Alleanza nazionale si è caratterizzata, in perfetta continuità
con la sua storia, come il partito della repressione.
Gianfranco Fini ha offerto il suo volto e il suo nome a leggi violente,
illiberali, liberticide.
*Presidente dell'Associazione Antigone