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Thesaurus - parole scelte
Batto, ma solo quando mi va
Alberto Castelvecchi


da Panorama di Alberto Castelvecchi
Roma, 1 settembre 2006


C'è chi lo fa per provare qualcosa di forte, chi per gioco e chi per pagare le bollette.
Ma anche studentesse che vogliono arrotondare la paghetta.
Ecco quattro storie vere

Si può essere prostituta per scelta, per esperimento o anche solo per provare qualcosa di forte?
Le donne che hanno accettato di raccontarsi a Panorama, dietro garanzia di anonimato, dicono tutte di sì.
Non si tratta di schiave del sesso, come le ragazze dell'Est picchiate a sangue e segregate per costringerle a scendere in strada.
Parliamo invece del sottile confine tra desiderio, potere di seduzione e denaro: donne adulte e pensanti, intelligenti e così belle da non dover fare alcuno sforzo per procurarsi schiere di amanti.
Artiste, professioniste, casalinghe, studentesse, un esercito di ragazze e signore della porta accanto che saltuariamente si concede per soldi.
E le motivazioni sono le più varie.
C'è chi dichiara di avere voluto fare un'esperienza estrema per scuotersi da una vita troppo regolare.

Serena, 35 anni, è una videomaker siciliana che vive a Roma. Tv locali, installazioni, qualche documentario impegnato.
Alta e slanciata, con due grandi occhi castani e capelli lungi e nerissimi: «Volevo fare un documentario sulle ragazze insospettabili, le mogli irreprensibili dalla doppia vita. Avevo il mito di Catherine Deneuve in Bella di giorno di Luis Buñuel.
Ma, girate le prime interviste, ho capito che la storia riguardava me.
Volevo capire cosa si prova.
Così, col cuore in gola e quattro vodke in corpo, mi sono fatta portare in taxi di notte sulla Tiburtina, in periferia». Paura?
«Molta, anche perché la prima sera è andata subito malissimo.
Due slavi mi caricano in macchina. Senti bella, mi dicono, qui non lavori, non hai il permesso di Ivan».
E chi era questo Ivan?
«Non l'ho mai saputo. Mi hanno tolto soldi e cellulare, mi hanno portato in un prato e preso a ceffoni.
Ma non picchiavano davvero.
Era un avvertimento, quella gente non vuole guai con la Polizia».
E quindi?
«Quindi ho deciso di trovarmi gli uomini per le vie del centro, a viso aperto, il che non è troppo difficile: in quattro mesi ho conosciuto di tutto, da preti in incognito a turisti in transito, a studenti. Mi ero affittata una monocamera dalle parti di via dei Serpenti.
«Quasi mai ho avuto paura, il più delle volte sono imbarazzati e gentili, si lasciano guidare, lo fanno nella posizione del missionario, pagano e se ne vanno alla chetichella. Poi è successo il fattaccio.
Rifiuto un cliente, un ragazzo credo americano, o inglese, ubriaco.
E quello, non si sa come, riesce a seguirmi fino al portone. Mi mette un coltello alla gola, mi gira di spalle e mi violenta in piedi, per le scale.
È stato orribile, piangevo, ma non ho sporto denuncia, era come se io stessa sapessi che me l'ero andata a cercare… Quando lui ha goduto ha detto: "Yes, I love you".
Un porco. Lì ho deciso: è finita per sempre, basta avventure di strada».

A Roma, e romana da tre generazioni, vive anche Manuela. Figlia di un artista affermato che le ha lasciato una bella eredità.
Non ha bisogno, tecnicamente, di nulla.
È bella, single, lavora in una società di animazione e grafica computerizzata.
Eppure.
Con un paio di persone la cosa è nata quasi per caso, da un gioco di battute del tipo: «Ti piaccio tanto che perfino mi pagheresti?»
E il gioco si è trasformato in realtà, o meglio in rituale perverso: «Faccio prenotare in albergo e l'amico che gioca al cliente si fa trovare in camera.
Io faccio la parte della squillo e non simulo: se non vedo i 500 euro sul comodino neppure mi spoglio».
Come si mantiene il segreto?
«Scelgo uomini sposati o con legami forti.
Faccio pagare tutto con carta di credito, dall'albergo ai ristoranti, e prendo io le ricevute.
Mi fotografo nuda con loro, e mi tengo le immagini.
Non devono fare scherzi, o mando una bella letterina con tanto di scontrini e foto ricordo alla moglie».

Il rapporto coi maschi può anche essere formalmente paritario e femminista.
Come per Angelica, in arte Desirée, torinese, ballerina di lapdance fra Viareggio, Milano e Roma: «Io sono una performer, faccio il mio spettacolo di danza erotica e, credimi, per 20 minuti è difficile mantenere alta la tensione col pubblico, anche perché può succedere di fare tre repliche a sera.
Negli ultimi anni le regole del gioco si sono fatte molto dure, c'è molta competizione ed è anche molto difficile far tenere le mani a posto a certi spettatori».
Parla lenta e misura le parole: «Io non sono una a cui si possono raccontare storie, perché è diversa la mia, di storia. Sono una femminista, vengo dalla militanza in un collettivo di donne di un centro sociale, non voglio dirti quale per discrezione verso le mie compagne.
I maschi non mi intimidiscono e non mi stupisce la prevedibilità del loro desiderio, delle loro battute».

Prostituirsi? «Nel nostro mondo capita, non è una costrizione ma una possibilità, e nel caso avviene comunque fuori dai locali.
Io l'ho fatto sì e no una decina di volte in tanti anni. Guadagno abbastanza bene e non ne ho bisogno, ma mi sono trovata in situazioni di necessità economica e ho pensato ok, sono bella, mi vuoi, paghi, andiamo in albergo, ti prendi il tuo piacere e sparisci.
È come un contratto da pari a pari, difficile spiegarlo, ma è così.
Pensa che un paio di volte l'ho fatto perfino perché era il modo più rapido per aiutare un mio amico pieno di debiti che si era messo nei guai con degli strozzini...».
Bella è bella, Desirée, ha passato da poco i trent'anni e sa che questa vita non potrà durare a lungo: «La performance è sfiancante, si lavora praticamente ogni sera.
Sto accarezzando l'idea di mettermi in proprio e fare la mistress, la dominatrice sadomaso a pagamento. Pochi incontri ogni mese, clientela che paga anche per la tua discrezione, e il contatto sessuale effettivo è ridotto al minimo: chiedono di essere spankati (sculacciati, ndr) o il trampling (farsi calpestare, ndr) o di essere legati, o una serie di fantasie e rituali di travestimento che con le loro mogli sarebbero impossibili. Un privatissimo parco giochi sexy».

Meno fantasia, e certo meno vocazione, nella doppia vita di alcune giovanissime, perlopiù studentesse.
Giuliana, scienze politiche a Padova ed esperta blogger, si confida solo sul web.
Dopo settimane di trattative, accetta un incontro in un autogrill fuori Verona: «La prima volta è stato con un'amica, anche lei studentessa.
Sfogliando per ridere un giornaletto di annunci, ci siamo dette: perché no? Soldi facili per tutti gli extra a cui non provvede la famiglia, dai libri ai dischi, all'hashish, alle uscite con gli amici nel fine settimana.
Sai perché?
Un tempo i ragazzi offrivano tutto, pizza, cinema e ingresso in discoteca.
Oggi c'è parità assoluta, in un fine settimana ti possono partire anche 200 euro e non sai neppure come li hai spesi». La tecnica?
Facile, si prende un secondo numero di cellulare, si scelgono i giorni disponibili nell'arco del mese: «Nell'annuncio scrivi: solo per oggi, oppure, ogni giovedì».
E poi si risponde alle telefonate, si tratta, si decide se è il caso di fidarsi: «Una volta incontro il cliente a Mestre, in stazione.
Cinquantenne, calvo con riporto, pancetta, sbrigativo. Viene fuori che era uno sbirro.
Arrestarmi? No, il bastardo voleva farlo gratis. Ho preso una fuga da centometrista. Il giorno dopo ho cambiato numero di telefonino, taglio e colore di capelli. E via».
Paura?
«Qualche volta, ma se non conosco il cliente do sempre appuntamento in un posto affollato».
Esperienze scioccanti?:
«Sì, una» ride. «Una volta incontro il tipo a Venezia.
Mi aspetto un padre di famiglia timoroso, e arriva un ragazzo bellissimo, moro, occhi verdi, alto.
Un fotomodello.
Mi dico: e adesso come faccio a non innamorarmi?».
Già, come si fa?
«Semplice, aveva solo fantasie di sottomissione, tipo farsi calpestare coi tacchi a spillo, una noia mortale.
Ma pagava bene, eccome...».
E la famiglia, e il fidanzato, e anni di femminismo?
Sorride: «Anni di cosa?».