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L'assenza della ragione
Umberto Galimberti
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02/09/03
Thesaurus - parole scelte
Nella mente dei nuovi brigatisti
Adriano Sofri

da Panorama di Adriano Sofri
Milano, 26 febbraio 2007


Quelli di ieri infarcivano i volantini di maiuscole per esprimere la loro solennità. Quelli di oggi vedono nella storia un terribile complotto e coltivando l'incredulità finiscono nella paranoia. Viaggio nelle idee, nei sentimenti e nell'anima dei fan della lotta armata

Si potrebbe anche dire, non del tutto ironicamente, che il collocamento terrorista sia una nicchia di promozione sociale. Dopotutto, le carriere ordinarie sono così ferme e chiuse, e l'aspirazione degli anni Settanta alla versatilità e alla fluidità dei ruoli si è tramutata, nei più, nell'incubo della precarietà, sicché l'organigramma della lotta armata esercita un suo richiamo napoleonista.
Guardate del resto come i giornali si sbrigano a prenderlo sul serio, consacrando tutta una gamma di categorie pressoché sindacalizzabili: Ideologo, Reclutatore, Tecnico Informatico, Vivandiera, Capocellula, Insospettabile Staffetta, Direttore strategico.
Per i più affezionati al posto fisso c'è la qualifica culminante: Prigioniero Politico. Si capisce che, per arrivarci, qualcuno sia tentato di saltare la trafila intermedia, e di guadagnarselo o per meriti speciali, o procurandosi più o meno deliberatamente un incidente di percorso.

Negli anni Settanta succedeva.
Qualche volta vinceva la commedia, come quando dei ragazzi su una Cinquecento vennero fermati in contravvenzione dalla polizia stradale, scesero e si dichiararono prigionieri politici.

Altre volte la tragedia, come quando un «combattente» ferito in qualche azione e arrestato mise poi a verbale di aver tirato un respiro di sollievo.
Quel dirsi prigioniero politico dovrebbe significare l'ammissione, sia pure orgogliosa, di una sconfitta: invece suona ormai come l'enunciazione di una qualifica professionale.
Finché si dica: mi avvalgo della facoltà di non rispondere, si tiene almeno un piede dentro la vita comune.
Mi dichiaro prigioniero politico ed ecco che si è in un'altra carriera, sostanzialmente arrivati.
Anzi, Arrivati.

Nessuna vocazione infatti è attaccata alle maiuscole come quella della Lotta Armata: le maiuscole sono i suoi gradi militari.
Un volantino che non grondi di maiuscole è carta sprecata.
Le maiuscole esprimono la solennità propria e l'enormità del Nemico, come al tempo di «lo Sim», sigla vicina a quelle ognora escogitate per i servizi segreti, che anche loro, per risarcirsi della segretezza, si saziano di maiuscole, ma che voleva dire «lo Stato Imperialista delle Multinazionali».

Insomma, il fatto che il terrorismo si ripresenti periodicamente come una riemersione carsica dello stesso fiume, a volte addirittura con qualche vecchia faccia, sempre con il vecchio gergo, fa dell'organigramma degli arruolati una sistemazione a portata di mano.
La citazione del pensiero secondo cui quello che la prima volta si presenta nella storia in forma di tragedia si ripresenta la seconda volta in forma di farsa non basta più: che cosa succede quando la cosa si ripresenta per la terza volta, e la quarta, e l'ennesima?

Si potrebbe dire ancora, non del tutto ironicamente, che la famosa doppia vita del clandestino contenga una doppia verità (o una doppia falsità, che è lo stesso).
Il bravo clandestino ha cura di essere un inappuntabile condomino, uno studente modello, un fidanzato tenero: tutte definizioni preziose per il momento in cui, al suo arresto, i portieri e i vicini di casa, i compagni di scuola e di palestra, i capiufficio e le fidanzate debbano esprimere agli intervistatori la propria costernazione. «Sembrava il più ligio degli impiegati...».

(nella foto: agenti col passamontagna in auto a Milano durante l'operazione nel Nord Italia che ha portato all'arresto di 15 brigatisti)

Beh, probabilmente lo era.
A volte, delle due facce, quella travestita era la clandestina. Catturatelo, mettetelo in galera e si mostrerà ligio al regolamento, alla ginnastica, alla corrispondenza coi vecchi genitori e agli esami preparati sgobbando, perché nessuno tiene a prendere trenta come un ex clandestino.
Nell'aspirante terrorista sonnecchiava l'uomo d'ordine.
O, più semplicemente, uomo d'ordine e militante armato erano una cosa sola.
Provate a smontare e rimontare centinaia di volte una mitraglietta: c'era una vocazione monastica in voi, o almeno metodica.
La cella non era così lontana.

E la nuova generazione?
All'origine, non dubitatene, c'è lo scandalo della scoperta dell'ingiustizia e della cattiveria, l'immedesimazione con le sofferenze altrui.
Poi viene l'impegno alla luce del sole.
Non troverete quasi mai un clandestino che non abbia alle spalle una milizia giocata a viso aperto.
Il reclutamento alla «lotta armata» non assomiglia ai modi dei servizi di spionaggio o delle moschee islamiste: il suo vivaio è l'impegno politico aperto, i suoi candidati spesso i più appassionati.
Naturalmente giocano molto i rapporti umani, le amicizie, gli amori (un amore nato e nutrito dentro un comune giuramento clandestino è come raddoppiato), le frustrazioni private.
Una volta fatto il passo (può essere un momento, può essere un lungo viaggio attraverso una terra di nessuno, in cui sembri ancora possibile tirarsi indietro), la doppia vita cambia tutto, perché è il lato d'ombra a pretendere per sé tutta la verità e la serietà, e a voler destituire d'importanza e addirittura deridere l'altro lato, quello «regolare», gli amici, la partita, il bel film, e via via la famiglia, i ricordi, la bellezza, l'intera futilità che rende amabile la vita.
Tutto buttato in recita.

Negli anni Settanta il reclutamento poteva contare su un movimento vastissimo, nelle scuole e nelle università, e anche nelle fabbriche, acqua per i pesci.
Oggi quell'acqua è molto più scarsa e molto meno salata.
In cambio, allora il reclutamento obbligava rigidamente il clandestino a una scomparsa dal mondo, una sommersione che somigliava a un'autoreclusione.
A volte soli, a volte in piccoli gruppi, i militanti della «lotta armata» si consegnavano a una claustrofilia rigorosa, si chiudevano in stanze («covi», le chiamavano gli stanatori) di ricercato squallore, smontavano e rimontavano per notti e mesi gli stessi ossessivi pensieri, gli stessi maniacali percorsi, gli stessi burocratici resoconti di imprese e rendiconti di spese sostenute, gli stessi manuali di guerriglia e fumetti pornografici.

Quel trapasso claustrale, la segregazione dal mondo, la notte perpetua della «base» erano un passaggio decisivo al perfezionamento della paranoia generica nel vero e proprio delirio di persecuzione, d'essere perseguitati, di farsi persecutori.
Era un impazzimento coltivato, come quello di certi esperimenti psicologici o speleologici: col risultato di far apparire alle sue cavie pazzesca la vita di tutti, e normale la loro.
Senza quello sprofondamento e la deriva mentale e affettiva, come spiegare l'insensatezza omicida e suicida di tanti atti, il gioco al rialzo con la morte di nemici sempre più fantasticati? Ho ricordato l'episodio, quasi una barzelletta, di quelli che si dichiararono prigionieri politici a chi voleva tutt'al più fargli una multa: e non avevano fatto niente, però ci avevano pensato tanto, e ne avevano una tale paura da afferrare il primo pretesto per bruciare i tempi e se stessi.
Però la barzelletta diventa tragedia quando un uomo che la via di ritorno se l'è bruciata alle spalle reagisce a un controllo ferroviario ammazzando un poliziotto e facendosi ammazzare.

Nelle cronache di questi giorni, salvi i casi di «vecchi», come quel fuoruscito in Francia e rientrato in Italia coi documenti falsi, benché non avesse conti da regolare con la giustizia, i presunti militanti di questa riesumazione delle Br sembrano essere persone attive in un normale lavoro, in una normale e impegnata attività sindacale, con una normale e non recitata vita privata: aliene dunque dalla claustrofilia degli antenati.
Può darsi che sia un adempimento della linea cosiddetta di Seconda posizione (c'è un'evidente crisi di titoli).
Può darsi soprattutto che le persone accusate non avessero fatto il passo verso la clandestinità armata e tanto meno verso l'omicidio, che è l'augurio da fare a loro e a noi.
In ogni caso la combinazione di esistenze quotidiane non simulate e impegni sindacali o politici sinceramente sentiti con il vagheggiamento di associazioni clandestine e azioni armate pone un problema in più.

La saldatura fra le generazioni di cui si è tanto parlato è una formula irrisoria finché riguarda qualche cinquantenne e qualche ventenne, e tutti insieme si contano sulle dita di quattro mani.
Più importante è il legame che si è stabilito fra un vecchio pensiero «antimperialista» che non vede nella storia se non un complotto tentacolare, la menzogna e l'inganno della democrazia, e dei giovani appena arrivati alla passione per il mondo, avvertiti che «tutto ciò che sanno è falso». L'universale incredulità, fase suprema della credulità e anticamera della paranoia.
Pedinato senza sosta, questo modo di pensare può finire per pedinare chiunque, dal giuslavorista a portata di mano alla piovra sionista.

Qualcuno fa il passo oltre la linea d'ombra: nonostante tutto, nonostante il vero, spaventoso terrorismo mondiale, che arriva a comprendere, quando non ad approvare.
Nonostante la genealogia ormai antica di brigatisti lo avvisi che forse potrà morire, che forse potrà ammazzare, e che senz'altro tradirà i suoi e si tradirà.
Che nella leva marziale di oggi stanno la diserzione e la degradazione del domani e dopodomani; e che fra quelli che potrà ammazzare e dai quali potrà essere ammazzato arriveranno presto i suoi compagni.