da
Panorama di Adriano Sofri
Milano, 26 febbraio 2007
Quelli
di ieri infarcivano i volantini di maiuscole per esprimere la loro
solennità. Quelli di oggi vedono nella storia un terribile
complotto e coltivando l'incredulità finiscono nella paranoia.
Viaggio nelle idee, nei sentimenti e nell'anima dei fan della lotta
armata
Si
potrebbe anche dire, non del tutto ironicamente, che il collocamento
terrorista sia una nicchia di promozione sociale. Dopotutto, le
carriere ordinarie sono così ferme e chiuse, e l'aspirazione
degli anni Settanta alla versatilità e alla fluidità
dei ruoli si è tramutata, nei più, nell'incubo della
precarietà, sicché l'organigramma della lotta armata
esercita un suo richiamo napoleonista.
Guardate del resto come i giornali si sbrigano a prenderlo sul serio,
consacrando tutta una gamma di categorie pressoché sindacalizzabili:
Ideologo, Reclutatore, Tecnico Informatico, Vivandiera, Capocellula,
Insospettabile Staffetta, Direttore strategico.
Per i più affezionati al posto fisso c'è la qualifica
culminante: Prigioniero Politico. Si capisce che, per arrivarci,
qualcuno sia tentato di saltare la trafila intermedia, e di guadagnarselo
o per meriti speciali, o procurandosi più o meno deliberatamente
un incidente di percorso.
Negli anni Settanta succedeva.
Qualche volta vinceva la commedia, come quando dei ragazzi su una
Cinquecento vennero fermati in contravvenzione dalla polizia
stradale, scesero e si dichiararono prigionieri politici.
Altre
volte la tragedia, come quando un «combattente» ferito
in qualche azione e arrestato mise poi a verbale di aver tirato
un respiro di sollievo.
Quel dirsi prigioniero politico dovrebbe significare l'ammissione,
sia pure orgogliosa, di una sconfitta: invece suona ormai come l'enunciazione
di una qualifica professionale.
Finché si dica: mi avvalgo della facoltà di non rispondere,
si tiene almeno un piede dentro la vita comune.
Mi dichiaro prigioniero politico ed ecco che si è in un'altra
carriera, sostanzialmente arrivati.
Anzi, Arrivati.
Nessuna vocazione infatti è attaccata alle maiuscole come
quella della Lotta Armata: le maiuscole sono i suoi gradi militari.
Un volantino che non grondi di maiuscole è carta sprecata.
Le maiuscole esprimono la solennità propria e l'enormità
del Nemico, come al tempo di «lo Sim», sigla vicina
a quelle ognora escogitate per i servizi segreti, che anche loro,
per risarcirsi della segretezza, si saziano di maiuscole, ma che
voleva dire «lo Stato Imperialista delle Multinazionali».
Insomma,
il fatto che il terrorismo si ripresenti periodicamente come una
riemersione carsica dello stesso fiume, a volte addirittura con
qualche vecchia faccia, sempre con il vecchio gergo, fa dell'organigramma
degli arruolati una sistemazione a portata di mano.
La citazione del pensiero secondo cui quello che la prima volta
si presenta nella storia in forma di tragedia si ripresenta la seconda
volta in forma di farsa non basta più: che cosa succede quando
la cosa si ripresenta per la terza volta, e la quarta, e l'ennesima?
Si potrebbe dire ancora, non del tutto ironicamente, che la famosa
doppia vita del clandestino contenga una doppia verità (o
una doppia falsità, che è lo stesso).
Il bravo clandestino ha cura di essere un inappuntabile condomino,
uno studente modello, un fidanzato tenero: tutte definizioni preziose
per il momento in cui, al suo arresto, i portieri e i vicini di
casa, i compagni di scuola e di palestra, i capiufficio e le fidanzate
debbano esprimere agli intervistatori la propria costernazione.
«Sembrava il più ligio degli impiegati...».
(nella
foto: agenti col passamontagna in auto a Milano durante l'operazione
nel
Nord Italia che ha portato all'arresto di 15 brigatisti)
Beh,
probabilmente lo era.
A volte, delle due facce, quella travestita era la clandestina.
Catturatelo, mettetelo in galera e si mostrerà ligio al regolamento,
alla ginnastica, alla corrispondenza coi vecchi genitori e agli
esami preparati sgobbando, perché nessuno tiene a prendere
trenta come un ex clandestino.
Nell'aspirante terrorista sonnecchiava l'uomo d'ordine.
O, più semplicemente, uomo d'ordine e militante armato erano
una cosa sola.
Provate a smontare e rimontare centinaia di volte una mitraglietta:
c'era una vocazione monastica in voi, o almeno metodica.
La cella non era così lontana.
E la
nuova generazione?
All'origine, non dubitatene, c'è lo scandalo della scoperta
dell'ingiustizia e della cattiveria, l'immedesimazione con le sofferenze
altrui.
Poi viene l'impegno alla luce del sole.
Non troverete quasi mai un clandestino che non abbia alle spalle
una milizia giocata a viso aperto.
Il reclutamento alla «lotta armata» non assomiglia ai
modi dei servizi di spionaggio o delle moschee islamiste: il suo
vivaio è l'impegno politico aperto, i suoi candidati spesso
i più appassionati.
Naturalmente giocano molto i rapporti umani, le amicizie, gli amori
(un amore nato e nutrito dentro un comune giuramento clandestino
è come raddoppiato), le frustrazioni private.
Una volta fatto il passo (può essere un momento, può
essere un lungo viaggio attraverso una terra di nessuno, in cui
sembri ancora possibile tirarsi indietro), la doppia vita cambia
tutto, perché è il lato d'ombra a pretendere per sé
tutta la verità e la serietà, e a voler destituire
d'importanza e addirittura deridere l'altro lato, quello «regolare»,
gli amici, la partita, il bel film, e via via la famiglia, i ricordi,
la bellezza, l'intera futilità che rende amabile la vita.
Tutto buttato in recita.
Negli
anni Settanta il reclutamento poteva contare su un movimento vastissimo,
nelle scuole e nelle università, e anche nelle fabbriche,
acqua per i pesci.
Oggi quell'acqua è molto più scarsa e molto meno salata.
In cambio, allora il reclutamento obbligava rigidamente il clandestino
a una scomparsa dal mondo, una sommersione che somigliava a un'autoreclusione.
A volte soli, a volte in piccoli gruppi, i militanti della «lotta
armata» si consegnavano a una claustrofilia rigorosa, si chiudevano
in stanze («covi», le chiamavano gli stanatori) di ricercato
squallore, smontavano e rimontavano per notti e mesi gli stessi
ossessivi pensieri, gli stessi maniacali percorsi, gli stessi burocratici
resoconti di imprese e rendiconti di spese sostenute, gli stessi
manuali di guerriglia e fumetti pornografici.
Quel
trapasso claustrale, la segregazione dal mondo, la notte perpetua
della «base» erano un passaggio decisivo al perfezionamento
della paranoia generica nel vero e proprio delirio di persecuzione,
d'essere perseguitati, di farsi persecutori.
Era un impazzimento coltivato, come quello di certi esperimenti
psicologici o speleologici: col risultato di far apparire alle sue
cavie pazzesca la vita di tutti, e normale la loro.
Senza quello sprofondamento e la deriva mentale e affettiva, come
spiegare l'insensatezza omicida e suicida di tanti atti, il gioco
al rialzo con la morte di nemici sempre più fantasticati?
Ho ricordato l'episodio, quasi una barzelletta, di quelli che si
dichiararono prigionieri politici a chi voleva tutt'al più
fargli una multa: e non avevano fatto niente, però ci avevano
pensato tanto, e ne avevano una tale paura da afferrare il primo
pretesto per bruciare i tempi e se stessi.
Però la barzelletta diventa tragedia quando un uomo che la
via di ritorno se l'è bruciata alle spalle reagisce a un
controllo ferroviario ammazzando un poliziotto e facendosi ammazzare.
Nelle
cronache di questi giorni, salvi i casi di «vecchi»,
come quel fuoruscito in Francia e rientrato in Italia coi documenti
falsi, benché non avesse conti da regolare con la giustizia,
i presunti militanti di questa riesumazione delle Br sembrano essere
persone attive in un normale lavoro, in una normale e impegnata
attività sindacale, con una normale e non recitata vita privata:
aliene dunque dalla claustrofilia degli antenati.
Può darsi che sia un adempimento della linea cosiddetta di
Seconda posizione (c'è un'evidente crisi di titoli).
Può darsi soprattutto che le persone accusate non avessero
fatto il passo verso la clandestinità armata e tanto meno
verso l'omicidio, che è l'augurio da fare a loro e a noi.
In ogni caso la combinazione di esistenze quotidiane non simulate
e impegni sindacali o politici sinceramente sentiti con il vagheggiamento
di associazioni clandestine e azioni armate pone un problema in
più.
La
saldatura fra le generazioni di cui si è tanto parlato è
una formula irrisoria finché riguarda qualche cinquantenne
e qualche ventenne, e tutti insieme si contano sulle dita di quattro
mani.
Più importante è il legame che si è stabilito
fra un vecchio pensiero «antimperialista» che non vede
nella storia se non un complotto tentacolare, la menzogna e l'inganno
della democrazia, e dei giovani appena arrivati alla passione per
il mondo, avvertiti che «tutto ciò che sanno è
falso». L'universale incredulità, fase suprema della
credulità e anticamera della paranoia.
Pedinato senza sosta, questo modo di pensare può finire per
pedinare chiunque, dal giuslavorista a portata di mano alla piovra
sionista.
Qualcuno fa il passo oltre la linea d'ombra: nonostante tutto, nonostante
il vero, spaventoso terrorismo mondiale, che arriva a comprendere,
quando non ad approvare.
Nonostante la genealogia ormai antica di brigatisti lo avvisi che
forse potrà morire, che forse potrà ammazzare, e che
senz'altro tradirà i suoi e si tradirà.
Che nella leva marziale di oggi stanno la diserzione e la degradazione
del domani e dopodomani; e che fra quelli che potrà ammazzare
e dai quali potrà essere ammazzato arriveranno presto i suoi
compagni.