Milano,
3 gennaio 2008
La situazione di Bruno Contrada, detenuto perché condannato
in via definitiva a 10 anni di carcere per associazione esterna
di stampo mafioso, merita un'attenta considerazione, fatto salvo
un sentimento di umana pietà per chi, a 76 anni e malato,
si trova chiuso in un carcere.
Contrada
è stato a capo della Squadra mobile di Palermo, ha avuto
incarichi di grande rilievo nei Servizi Segreti, è stato
in pratica un uomo delle Istituzioni per tutta la vita. Rivendicando
il suo grado ("generale"), Contrada si indigna per il
trattamento che ora è costretto a subire, quasi fosse un
detenuto "normale".
In effetti non lo è; se infrangere le leggi, specialmente
quelle che riguardano un settore così delicato come quello
delle infiltrazioni mafiose è un grave reato, a maggior ragione
dovrebbe esserlo per chi ha avuto un ruolo di rilievo nella lotta
a questa piaga sociale.
Il tradimento della fiducia del suo Corpo, dei suoi uomini, dei
cittadini che per tanti anni lo hanno stipendiato per il suo lavoro
non è un peccato veniale; Dante riserva ai traditori il peggior
trattamento tra i dannati, e questo ha un senso che tutti facilmente
intendono.
Se
l'agente mal pagato, magari strangolato dai debiti, può invocare
qualche attenuante perché ha ceduto alla tentazione del denaro,
lo stesso non si può dire del "generale", che ha
altre risorse e ben altre responsabilità e competenze.
Contrada, nella sua difesa, se la prende con i pentiti, che lo hanno
accusato - a suo dire - ingiustamente, solo per vendetta.
Il
capitolo della legislazione premiale per i collaboratori di giustizia
è un capitolo piuttosto delicato, che in questa sede non
è il caso di esaminare; sembra, però, piuttosto anomala
l' indignazione, visto che per tutta la vita, mai, l'attuale condannato,
Bruno Contrada, aveva espresso dubbi sulla loro attendibilità.
Finché
toccava agli altri, finire al "41 bis" in seguito alle
sole accuse dei pentiti era tutto normale... certo, non lo è
più la stessa cosa, quando si è vittima dello stesso
sistema investigativo!
Che la legge sia, almeno a volte, uguale per tutti è causa
di forte indignazione in taluni ambienti, sebbene il trattamento
a cui è sottoposto Contrada non sia certo quello dei condannati
per mafia (41bis e affini): il suo grado militare - nei fatti -
lo mette al riparo da ben altri guai.
L'arroganza
del "generale" però non contempla il senso del
limite: in un primo tempo Contrada ha preteso che il Presidente
gli concedesse la grazia sua sponte, cioè senza doversi prendere
la briga di chiederla (fatto che avrebbe presupposto un'implicita
ammissione di colpevolezza); poi si dice in pericolo di vita a causa
del suo stato di salute, ma non accetta di stare in un reparto per
detenuti in ospedale ("trattato come un detenuto comune...":
ma lui chi è? un detenuto eccellente?); alfine si accontenterebbe
di un "differimento pena", cioè che la sua pena
venga sospesa fino a che le sue condizioni non siano nettamente
migliorate, cosa che trattandosi di patologie come il diabete e
la cardiopatia non si potrà verificare... e quindi il differimento
si tradurrebbe in una scarcerazione definitiva.
Nessuno vuole infierire con il signor Contrada, anziano e malato;
in questi casi, però, un briciolo di umiltà non guasterebbe.