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Vegetti Finzi: Sotto la spavalderia la paura
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Abolire il carcere
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L'assenza della ragione
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02/09/03
Thesaurus - parole scelte
Gravina, nella casa dell'orrore torna la pista della disgrazia
Attilio Bolzoni

da la Repubblica di Attilio Bolzoni

Gravina in Puglia (Bari), 27 febbraio 2008 è

L'inchiesta ha tanti buchi quanti ce ne sono nel ventre di Gravina in Puglia.
Il padre era il colpevole perfetto e sembra proprio un brutto pasticcio giudiziario quello che si sta per rivelare intorno alla morte di Francesco e Salvatore, i fratellini ritrovati in fondo a una caverna.
Errori, passi falsi, incertezze investigative.

Il "caso" è raccontato soprattutto da una frase, due righe scritte da quei magistrati di Bari che hanno deciso l'arresto del padre per l'omicidio dei suoi figli.
È alla pagina 165 dell'ordinanza di custodia cautelare contro Filippo Pappalardi: "Sarà sua cura, se lo vorrà, spiegare a questa Autorità Giudiziaria dove li abbia portati e, soprattutto, dove gli stessi siano attualmente". I procuratori hanno praticamente chiesto all'imputato di fornire le prove che loro non avevano trovato.
È la sintesi di un'investigazione, il riassunto di diciassette mesi di ricerche.

È la fine del novembre del 2007, il padre violento è appena finito in carcere per avere ammazzato i due bimbi, l'inchiesta è chiusa e con una rapidità sorprendente - 15 minuti è il conto che fa Angela Aliani, l'avvocato di Pappalardi - il Tribunale del riesame conferma l'impianto accusatorio che indica nel violento autotrasportatore l'assassino di Salvatore e Francesco.

"Filippo Pappalardi non può confessare quello che non ha fatto, è incredibile, i procuratori dicono che è stato lui a uccidere i suoi figli senza però dimostrarlo con gli atti", accusa sempre l'avvocato Aliani dopo aver letto le carte sull'arresto del padre padrone.
E denuncia, dopo il Tribunale del riesame: "Quei giudici sono senza pudore, poco più di un quarto d'ora per decidere su una situazione così complessa, significa che sapevano già come sarebbe andata a finire prima di entrare in camera di consiglio: scandaloso".

Bisogna cominciare dalla fine per ricostruire questa inchiesta che vacilla sempre di più dopo la scoperta dei corpicini, la loro posizione in fondo al pozzo (erano distanti uno dall'altro, segno inequivocabile che erano ancora vivi, che uno dei due si è spostato di almeno quindici metri), il luogo inaccessibile senza essere visti da qualcuno, la frattura del femore del bambino più grande.
Bisogna cominciare da quell'ordinanza di custodia cautelare quando i magistrati arrivano all'assassino. Interpretando malamente parole intercettate.
Credendo frettolosamente a una tardiva testimonianza. Lasciandosi trasportare da suggestioni per azzardare ipotesi che oggi sembrano smentite dai fatti.

Per esempio. Nell'atto di accusa i magistrati scrivevano ancora: "Solo la perfetta conoscenza del territorio, l'indagato ha fatto anche il pastore, poteva agevolare l'occultamento dei cadaveri rendendo vane le ricerche fin qui operate in un luogo impervio come quello della Murgia ricca di gravine e pozzi".

Il pozzo della morte non era così lontano, appena cinquecento metri dalla piazza Quattro Fontane, il centro di Gravina in Puglia, l'ultimo posto dove - secondo l'accusa - avevano avvistato Francesco e Salvatore.
Era stato controllato quel pozzo ma distrattamente, qualcuno si era avventurato sul precipizio di quella "bocca" sul terrazzino del caseggiato abbandonato, aveva gettato un'occhiata in fondo e poi se n'era andato. Non aveva visto niente.
È stato un controllo scrupoloso?
E come si fa un controllo scrupoloso dentro un pozzo quando si cercano i cadaveri di due bambini?
Con una torcia?
Con i vigili del fuoco?
Scendendo con le corde nei sotterranei?

Quello che sappiamo di sicuro è che i "soccorsi" di lì sono passati, hanno lasciato una freccia di vernice rossa e se ne sono andati.
Francesco e Salvatore c'erano ma non li hanno trovati. I soccorsi?
Quali soccorsi?
"Le ricerche sono scattate solo il giorno dopo la scomparsa dei bambini", ricorda l'avvocato Aliani.

In verità la ricostruzione della polizia è un po' diversa. Alle 23,50 del 5 giugno 2006, Filippo Pappalardi e la sua compagna Rosa Ricupero si sono presentati al commissariato.
Parlano con un poliziotto, raccontano che Francesco e Salvatore si sono allontanati "e comunque non sporgono una formale denuncia di scomparsa".
Un paio di ore dopo, "esattamente all'1,40 del mattino del 6 giugno, il Pappalardi si portava nuovamente presso il commissariato senza entrarvi, citofonicamente, comunicava di non avere ricevuto più notizia dei suoi figli".

Alle 7 il padre è contattato telefonicamente dai poliziotti del commissariato di Gravina, gli chiedono se ha trovato Francesco e Salvatore, lui risponde di no.
Invitato a tornare in commissariato, dice che non può, sta lavorando.
È in quel momento che, a torto o a ragione, nasce il primo sospetto sul padre "assassino".

Il resto dell'indagine sono quasi due anni all'inseguimento di un indizio.
La pista "romena", le sette sataniche, i pedofili.
E di voci captate ai telefoni o dalle microspie.
Quella del padre più di tutte.
Una mattina è con suo cognato Giuseppe, sono in campagna per dar da mangiare ai cani.
Filippo dice al cognato: "È da sabato o da domenica che non vengo qua, dovessero pure morire i cani qua".
È una tipica espressione dialettale ma quelle sono parole che lo inchiodano, quel "pure" porta Filippo Pappalardi in galera. Anche se le ruspe scavano e scavano in quel terreno ma non trovano niente.

Un'altra telefonata intercettata, un altro indizio contro il padre: "Mai successa la morte di due fratelli, eh".
Filippo Pappalardi "dava per scontato" che i suoi figli non ci fossero più.
Quindi sapeva, lo sapeva soltanto lui, perché lui li aveva uccisi.
Il profilo dell'indiziato si adattava ai sospetti: prepotente e manesco.
Anche la sua miserabile vita era quella ideale per un assassino.

La sua tragica storia familiare, la sua provenienza sociale, i suoi modi selvatici, la sua strafottenza nei confronti dei magistrati che l'avevano interrogato per due volte.
L'identikit di un omicida perfetto.
Un colpevole "a tutti i costi".
La giustizia, si sa, è uguale per tutti.