da
la
Repubblica di Attilio Bolzoni
Gravina
in Puglia (Bari), 27 febbraio 2008 è
L'inchiesta
ha tanti buchi quanti ce ne sono nel ventre di Gravina in Puglia.
Il padre era il colpevole perfetto e sembra proprio un brutto pasticcio
giudiziario quello che si sta per rivelare intorno alla morte di
Francesco e Salvatore, i fratellini ritrovati in fondo a una caverna.
Errori, passi falsi, incertezze investigative.
Il
"caso" è raccontato soprattutto da una frase, due righe scritte
da quei magistrati di Bari che hanno deciso l'arresto del padre
per l'omicidio dei suoi figli.
È alla pagina 165 dell'ordinanza di custodia cautelare contro Filippo
Pappalardi: "Sarà sua cura, se lo vorrà, spiegare a questa Autorità
Giudiziaria dove li abbia portati e, soprattutto, dove gli stessi
siano attualmente". I procuratori hanno praticamente chiesto all'imputato
di fornire le prove che loro non avevano trovato.
È la sintesi di un'investigazione, il riassunto di diciassette mesi
di ricerche.
È la
fine del novembre del 2007, il padre violento è appena finito in
carcere per avere ammazzato i due bimbi, l'inchiesta è chiusa e
con una rapidità sorprendente - 15 minuti è il conto che fa Angela
Aliani, l'avvocato di Pappalardi - il Tribunale del riesame conferma
l'impianto accusatorio che indica nel violento autotrasportatore
l'assassino di Salvatore e Francesco.
"Filippo
Pappalardi non può confessare quello che non ha fatto, è incredibile,
i procuratori dicono che è stato lui a uccidere i suoi figli senza
però dimostrarlo con gli atti", accusa sempre l'avvocato Aliani
dopo aver letto le carte sull'arresto del padre padrone.
E denuncia, dopo il Tribunale del riesame: "Quei giudici sono senza
pudore, poco più di un quarto d'ora per decidere su una situazione
così complessa, significa che sapevano già come sarebbe andata a
finire prima di entrare in camera di consiglio: scandaloso".
Bisogna
cominciare dalla fine per ricostruire questa inchiesta che vacilla
sempre di più dopo la scoperta dei corpicini, la loro posizione
in fondo al pozzo (erano distanti uno dall'altro, segno inequivocabile
che erano ancora vivi, che uno dei due si è spostato di almeno quindici
metri), il luogo inaccessibile senza essere visti da qualcuno, la
frattura del femore del bambino più grande.
Bisogna cominciare da quell'ordinanza di custodia cautelare quando
i magistrati arrivano all'assassino. Interpretando malamente parole
intercettate.
Credendo frettolosamente a una tardiva testimonianza. Lasciandosi
trasportare da suggestioni per azzardare ipotesi che oggi sembrano
smentite dai fatti.
Per
esempio. Nell'atto di accusa i magistrati scrivevano ancora: "Solo
la perfetta conoscenza del territorio, l'indagato ha fatto anche
il pastore, poteva agevolare l'occultamento dei cadaveri rendendo
vane le ricerche fin qui operate in un luogo impervio come quello
della Murgia ricca di gravine e pozzi".
Il
pozzo della morte non era così lontano, appena cinquecento metri
dalla piazza Quattro Fontane, il centro di Gravina in Puglia, l'ultimo
posto dove - secondo l'accusa - avevano avvistato Francesco e Salvatore.
Era stato controllato quel pozzo ma distrattamente, qualcuno si
era avventurato sul precipizio di quella "bocca" sul terrazzino
del caseggiato abbandonato, aveva gettato un'occhiata in fondo e
poi se n'era andato. Non aveva visto niente.
È stato un controllo scrupoloso?
E come si fa un controllo scrupoloso dentro un pozzo quando si cercano
i cadaveri di due bambini?
Con una torcia?
Con i vigili del fuoco?
Scendendo con le corde nei sotterranei?
Quello
che sappiamo di sicuro è che i "soccorsi" di lì sono passati, hanno
lasciato una freccia di vernice rossa e se ne sono andati.
Francesco e Salvatore c'erano ma non li hanno trovati. I soccorsi?
Quali soccorsi?
"Le ricerche sono scattate solo il giorno dopo la scomparsa dei
bambini", ricorda l'avvocato Aliani.
In
verità la ricostruzione della polizia è un po' diversa. Alle 23,50
del 5 giugno 2006, Filippo Pappalardi e la sua compagna Rosa Ricupero
si sono presentati al commissariato.
Parlano con un poliziotto, raccontano che Francesco e Salvatore
si sono allontanati "e comunque non sporgono una formale denuncia
di scomparsa".
Un paio di ore dopo, "esattamente all'1,40 del mattino del 6 giugno,
il Pappalardi si portava nuovamente presso il commissariato senza
entrarvi, citofonicamente, comunicava di non avere ricevuto più
notizia dei suoi figli".
Alle
7 il padre è contattato telefonicamente dai poliziotti del commissariato
di Gravina, gli chiedono se ha trovato Francesco e Salvatore, lui
risponde di no.
Invitato a tornare in commissariato, dice che non può, sta lavorando.
È in quel momento che, a torto o a ragione, nasce il primo sospetto
sul padre "assassino".
Il
resto dell'indagine sono quasi due anni all'inseguimento di un indizio.
La pista "romena", le sette sataniche, i pedofili.
E di voci captate ai telefoni o dalle microspie.
Quella del padre più di tutte.
Una mattina è con suo cognato Giuseppe, sono in campagna per dar
da mangiare ai cani.
Filippo dice al cognato: "È da sabato o da domenica che non vengo
qua, dovessero pure morire i cani qua".
È una tipica espressione dialettale ma quelle sono parole che lo
inchiodano, quel "pure" porta Filippo Pappalardi in galera. Anche
se le ruspe scavano e scavano in quel terreno ma non trovano niente.
Un'altra
telefonata intercettata, un altro indizio contro il padre: "Mai
successa la morte di due fratelli, eh".
Filippo Pappalardi "dava per scontato" che i suoi figli non ci fossero
più.
Quindi sapeva, lo sapeva soltanto lui, perché lui li aveva uccisi.
Il profilo dell'indiziato si adattava ai sospetti: prepotente e
manesco.
Anche la sua miserabile vita era quella ideale per un assassino.
La
sua tragica storia familiare, la sua provenienza sociale, i suoi
modi selvatici, la sua strafottenza nei confronti dei magistrati
che l'avevano interrogato per due volte.
L'identikit di un omicida perfetto.
Un colpevole "a tutti i costi".
La giustizia, si sa, è uguale per tutti.