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Thesaurus
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| Perché la toga che sbaglia non paga mai? |
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Maurizio Belpietro
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da
Panorama di Maurizio Belpietro
Milano, 27 giugno 2008 Nei
giorni scorsi mi hanno colpito tre storie che hanno a che fare con
la giustizia, o, meglio, con le procure.
Il primo è un fatto di cronaca che in passato ha riempito
le pagine dei giornali, ma i cui sviluppi laltro ieri sono
stati liquidati in poche righe, e in qualche caso del tutto ignorati.
È la vicenda di Filippo Pappalardi, il padre dei fratelli
di Gravina, Ciccio e Tore, morti in fondo a un pozzo.
Sospettato per quasi 2 anni di averli fatti sparire e poi incarcerato
per 3 mesi con laccusa di averli assassinati, Pappalardi non
doveva essere arrestato. Una sentenza della Cassazione ha stabilito
che non cerano né prova né movente, ma solo
sospetti.
Il papà di Francesco e Salvatore ha annunciato che farà
domanda per ottenere un risarcimento per lingiusta detenzione.
Io invece mi sono chiesto: il pm che ha arrestato Pappalardi, e
che lo ha trattenuto in prigione anche quando si capì che
i fratellini erano caduti nel pozzo, continuerà a fare il
magistrato?
Laltro caso è quello della Santa Rita, la cosiddetta
clinica degli orrori. Il tribunale del riesame ha stabilito
che, allo stato attuale, non cè prova che dimostri
che in quella casa di cura si uccidessero i malati.
Probabilmente sono stati fatti interventi chirurgici non necessari,
quasi certamente sono state gonfiate le fatture per incassare di
più, ma fra operazioni e decessi non cè correlazione.
La procura di Milano, che si è vista bocciare lordine
di custodia cautelare per omicidio volontario, ha annunciato che
disporrà una perizia per provare laccusa.
Senza in alcun modo voler sostenere che i medici arrestati siano
degli stinchi di santo, mi chiedo: ma visto che linchiesta
sulla Santa Rita era in corso da oltre un anno, i procuratori non
potevano ordinare la consulenza prima di arrestare gli indagati?
Terzo episodio: il caso Emanuela Orlandi. La ragazzina romana scomparsa
25 anni fa sarebbe stata rapita dalla banda della Magliana, un clan
criminale che operava nella capitale negli anni Ottanta.
Il sequestro sarebbe stato compiuto per fare un favore al vescovo
Paul Marcinkus, presidente dello Ior, che intendeva dare un segnale
alle alte sfere ecclesiastiche, o per ricattare il padre di Emanuela,
commesso in Vaticano, che aveva visto qualche documento di troppo.
Secondo lamante del boss della Magliana, una donna tossicodipendente
che si è ricordata di tutto ciò solo ora, la quindicenne
alla fine fu uccisa e fatta sparire in una betoniera.
La testimonianza, confusa e un po fantasiosa, cozza con una
serie di date che non tornano, ma, stranamente, dopo essere stata
raccolta dalla procura e prima ancora di essere verificata, è
finita sui giornali, con tanto di accuse a vivi e morti.
Mi domando: qualcuno pagherà per questa fuga di notizie?
Conclusione: temo che troppe volte i magistrati si innamorino delle
proprie teorie.
Invece di cercare le prove di colpevolezza o di innocenza di un
indagato, succede che molti cerchino solo di sorreggere un teorema
di cui si sono convinti nonostante i ragionevoli dubbi.
Forse qualcuno si sarà stupito leggendo il sondaggio della
Repubblica, secondo il quale solo il 35 per cento degli italiani
ha fiducia nella giustizia.
Probabilmente gli stessi lettori del quotidiano fondato da Eugenio
Scalfari si saranno sorpresi apprendendo che gli italiani non condividono
gli allarmi del Fondatore in materia di giustizia, ma sono
in maggioranza daccordo con i provvedimenti auspicati da Silvio
Berlusconi.
Forse chi si meraviglia non ha mai messo piede in un tribunale.
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