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Thesaurus
- parole scelte
| Una Milano da progettare |
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29/09/03
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dal Corriere
della Sera di Pierluigi Panza
Milano, 29
settembre 2003
C'è
una Milano da progettare.
"Questa città ha smesso di essere industriale da 15 anni e
abbiamo ancora 4 milioni e mezzo di metri quadrati da ricostruire, più
di quanto si ebbe dopo i bombardamenti".
Il richiamo
a un'alleanza per pensare la nuova città, è stato lanciato
dal presidente di Assolombarda, Michele Perini, in apertura al convegno
"Le città verticali".
Ma come ripensare 4 milioni e mezzo di metri quadrati?
Per l'urbanista Giuseppe Campos Venuti, già docente al Politecnico,
"l'urbanistica e la sociologia non bastano più.
Ci vuole una nuova alleanza culturale e molto, molto tempo". Durante
il quale non bisogna commettere errori: come sta avvenendo, a suo avviso,
sull'ex aerea Fiera o affidarsi alla "scorciatoia" dei grattacieli.
Professore, come ripensare la città?
"Non basta pensare la città affidandola a urbanisti, sociologi
e architetti.
Problemi come quelli creati dalle periferie di Rozzano o di Ponte Lambro
non sono solo architettonici.
Il problema delle periferie è un problema culturale.
Il problema è questo: lo sviluppo industriale ha spinto verso le
periferie più lontane le parti povere della società, e,
al centro, quelle più rappresentative.
Questo fenomeno non è dovuto solo alla rendita fondiaria, poiché
è avvenuto anche Russia in tempi in cui non c'era la proprietà
privata.
È un fattore simbolico e culturale delle civiltà".
Quali problemi si sono creati creati nelle periferie e quali possono
essere le soluzioni?
"Intanto basta con i palazzoni tipo Corviale di Mario Fiorentino
a Roma o tipo Zen a Palermo di Gregotti o aggregati come Rozzano anche
se, come affermano i progettisti, in questi luoghi non sono stati realizzati
tutti i servizi previsti.
Poi bisogna evitare di continuare a respingere i cittadini lontani dal
centro.
L'espulsione delle industrie e delle famiglie dura da anni, in centro
ci sono solo anziani e uffici.
Terzo punto: le funzioni e le destinazioni d'uso vanno mescolate. Il vecchio
credo razionalista della separazione tra le funzioni è stato una
sciocchezza.
Le città antiche funzionavano bene perché le funzioni erano
integrate.
Non esiste, come giustamente dice Renzo Piano, la possibilità di
redimere questi quartieri dormitorio.
Ripensare la città, dunque, non è solo un problema urbanistico,
servono scelte politiche e modelli culturali di una nuova essenza della
città".
Quindi?
"Quindi ci vuole una trasformazione culturale.
Sarà lentissima, ma è necessaria.
In alcuni paesi europei questi squilibri tra centro e periferia sono stati
più contenuti, specie nella Germania del Dopoguerra.
Ma è chiaro che un problema come quello delle periferie richiede
tempo per essere risolto.
Le fornisco un dato: nel 1951 avevamo in Italia 37 milioni di stanze.
Nel 2001 ne avevamo tre volte di più: 110 milioni. In mezzo secolo
abbiamo aggiunto tre volte quanto fatto in 2000 anni.
Ora, risolvere questo problema presto e bene è difficile".
Quali strumenti adottare? I piani regolatori?
"Ci vuole una nuova scienza della città che bandisca il gigantismo
architettonico.
Non esistono regolamenti edilizi che risolvono questi problemi, ma un
pubblico sforzo collettivo.
Il piano regolatore è uno strumento che da solo non può
più governare una città.
È uno strumento necessario, ma non esaustivo".
Intanto la Fiera va in periferia. È d'accordo?
"Mi sta bene. Ma nella vecchia area della Fiera si stanno introducendo
altre funzioni congestionanti.
È previsto il verde pubblico, che a Milano è carente.
Ma non basta. Quell'area ha prezzi sul mercato talmente distorti che per
riuscire a decentrare la Fiera si vende lì al meglio per costruire
nuove abitazioni.
Così togliamo un elemento di congestione come la Fiera e ne mettiamo
un altro.
La Fiera a Pero funzionerà meglio, ma la città nell'area
dell'ex Fiera no".
Basterà qualche grattacielo e molto verde
"L'idea che i grattacieli siano toccasana è un errore dovuto
a volgari questioni di carattere finanziario.
Facciamo sempre solo conti con l'immediato: più soldi con più
superfici e per occupare poco spazio facciamo palazzi alti.
Ma i grattacieli non sono una condizione gradevole per vivere e lavorare".
In altezza ci sono aria più pulita e luce migliore.
"Ma bisogna far rinascere la città: ci vogliono l'auto a idrogeno,
mezzi non inquinanti, traffico controllato, non bisogna arrendersi. Il
grattacielo è una scorciatoia miope e di interesse solo finanziario".
Lei abbatterebbe San Vittore?
"Cambierei la destinazione d'uso: non è più ragionevole
conservare un carcere in quella posizione centrale.
Io sono per il riuso, però, dell'edificio.
Renzo Piano, in un modesto edificio industriale, ha costruito a Parma
un incantevole auditorium.
Si proceda con la trasformazione di San Vittore.
Il ministro Urbani che ha suggerito l'abbattimento non ricorda la lezione
di un liberale come Einaudi.
Il quale scrisse che la rendita urbana non è un fattore della produzione".
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