da Avvenire
Nell’«Iliade»
si profila una figura paterna contrapposta ad Achille, che incarna
invece la «hybris»,vale a dire l’arroganza del
combattente greco.
Il confronto con i papà del nostro tempo
Ho
sempre provato non solo una grande simpatia ma ammirazione per Ettore,
mentre non stimo affatto Achille. Eppure, non c'è dubbio
che Ettore sia stato sconfitto e che Achille abbia mostrato una
schiacciante superiorità guerriera. Ettore d'altra parte
sapeva di essere meno forte di lui. 
Ora però so il perché di questa mia preferenza: Ettore
è padre, mentre Achille è soltanto un guerriero, un
eroe.
Ettore rappresenta un'eccezione nel panorama greco, nell'epica omerica.
Vi domina la figura dell'eroe che agisce per la propria patria,
per uno scopo che sembra annullare ogni altra dimensione, e l'eroe
greco è colui che deve solo vincere.
Ma Ettore perde, Troia viene sconfitta e il vincitore Achille mostra
durezza anche nella vittoria, non rispettando neppure il corpo del
suo nemico, desiderando anzi di darlo in pasto ai cani perché
non abbia nemmeno una sepoltura.
L'eroe perfetto è proprio Achille: iroso, privo di equilibrio,
ebbro di vittoria e di dominio.
Manifesta la hybris, l'arroganza che è parte della
struttura epica dell'eroe greco.
Non può essere padre poiché non si occupa della sua
famiglia, ma deve tener conto dell'intera stirpe.
Non può fermarsi sui propri figli, egli è il comandante,
il difensore di tutto un popolo.
Insomma è lontano dalla logica della paternità.
Questo schema trova proprio un'eccezione in Ettore, nell'eroe che
rimane padre, anzi che è padre: in lui semmai divengono appropriate
parole come "padre" e "patriota" che hanno un
comune suono.
Achille ha un figlio, Neottolemo, feroce quanto il suo genitore,
e sarà lui a uccidere Astianatte, il figlio di Ettore.
Una
famiglia unita
È indubbio cioè che con Ettore si profila per la prima
volta nella cultura occidentale la figura del padre, una sorta di
anticipazione di quanto accadrà poi con il cristianesimo
circa l'attenzione all'intera famiglia.
Anche a questo proposito la famiglia di Ettore ne anticipa le caratteristiche,
si presenta unita e continua anche dopo la morte di Ettore, come
qualche cosa di stabile e di indistruttibile (si veda il bel libro
di Luigi Zoja: Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri, Torino,
2000).
Per andare alla scoperta di Ettore come padre, e padre straordinario,
bisogna che ci si soffermi sul sesto canto dell'Iliade, uno dei
più alti di tutta l'opera.
Passo che è un capolavoro della poesia, e che rimane uno
dei più sublimi inni alla paternità e al senso della
famiglia.
Ce ne occupiamo a partire dal verso 296.
Al faggio intanto delle porte Scee, Ettore giunge.
Lascia Ettore il campo di battaglia in cui si svolge la lotta tra
troiani e achei, le sorti sono incerte ma si profila la possibile
sconfitta dei troiani, e lui ritorna dentro le mura della città
per poter promuovere dei sacrifici a Atena.
È bella già questa immagine: l'eroe che pensa di chiedere
un aiuto speciale agli dei. E qui, appena dentro le mura, Ettore
incontra le donne.
…Gli si fanno intorno
le troiane consorti e le fanciulle
per saper de' figlioli e de' mariti.
Con due versi si entra dentro la dimensione familiare, fatta di
mariti, di mogli e di figli.
Ettore tace, sa che molti dei mariti che le donne aspettano sono
caduti in battaglia.
Si limita a sottolineare il bisogno di pregare gli dei.
Ite, risponde, a supplicar gli Dei
in devota ordinanza; itene tutte.
Ettore potrebbe far sfoggio del suo valore e promettere una vittoria
grazie al suo eroismo: non assume questo atteggiamento e si dirige
piuttosto verso la casa della madre. Un quadro altrettanto delicato,
straordinariamente emozionante, mentre a pochi passi, al di là
delle mura, si combatte e si muore.
Qui, giunto Ettore, ad incontrarlo corse
l'inclita madre.
E le parole che usa Omero sono delicatissime, O figlio, Veneranda
madre.
Le chiede di andare con tutte le matrone della città presso
il tempio di Atena e di donarle il peplo più prezioso.
Poi si reca nell'appartamento del fratello Paride, Bello, siccome
un Dio, causa della guerra che si sta annunciando disastrosa.
Causa, per aver egli rapito Elena, l'argiva.
E qui senza perdere la pazienza, senza mai esprimere ira, lo rimprovera
per essere lui a casa mentre il popolo di Troia muore.
Parole dure ma senza odio, sostenute dalla saggezza e da quello
stile che sa di padre.
…Intorno all'alte mura
cadono combattendo i cittadini
E tanta strage e tanto affar di guerra
per te solo s'accende; e tu sei tale,
che altrui vedendo abbandonar la pugna,
rampognarlo oseresti. Or su, ti scuoti;
esci di qua.
E il fratello, che capisce e obbedisce senza sentirsi offeso, ritornerà
nella pugna.
Ma in questo canto che abbiamo definito "delle donne"
egli incontra anche Elena.
È lei ad andargli incontro:
Dolce cognato, usando un fare seducente.
Lo invita a sedervisi vicino, gli manifesta la delusione per un
marito, Paride, che scappa.
Stata almeno foss'io consorte ad uomo
più valoroso…
Ma eccoci giunti al brano in cui la paternità di Ettore emerge
in tutta la sua delicatezza e grandezza.
Egli va verso casa per incontrare la moglie Andromaca e il figlioletto.
Si respira un'atmosfera - per così dire - da Cantico dei
Cantici, un gioco autentico dei sentimenti e dell'amore. Andromaca
non c'è, è andata alla torre per seguire la battaglia,
è con il proprio figlio che non abbandona mai.
Ecco l'incontro:
Tra le braccia portando il pargoletto,
unico figlio dell'eroe troiano,
bambin leggiadro come stella…
Sorrise Ettore nel vederlo e tacque.
Uno dei più bei versi dell'Iliade.
Di fronte a un bambino il padre sorride.
Non c'è espressione più significativa, un insieme
di gioia e di tenerezza, che si prova davanti al volto buffo di
un bambino. E tacque: perché i pensieri sono tristi e nascosti.
Il presagio che quel bambino rimarrà senza padre, che cadrà
in mano ai nemici vincitori.
È proprio Andromaca a svelare il senso di quel silenzio:
dopo il sorriso , escono pensieri di tragedia.
Il tuo valor ti perderà; nessuna
pietà del figlio né di me tu senti
Crudel di me, che vedova infelice
rimarrommi tra poco…
E a me fia meglio allor, se mi sei tolto
L'andar sotterra…
Or mi resti tu solo, Ettore caro;
tu padre mio, tu madre, tu fratello,
tu florido marito…
Un passo straordinario che mette in evidenza l'amore di Andromaca
per Ettore, la sua fedeltà e quel meglio andar sotterra se
lui muore.
La vita perde di senso se la coppia si rompe.
Risalta quel senso di unità e di perennità del legame
d'amore, per sempre.
Ma ritorniamo all'Ettore padre e al quadretto più grande,
poeticamente e psicologicamente.
Ettore si rivolge al figlio
.
Così detto, distese al caro figlio
l'aperte braccia. Acuto mise un grido
il bambinello; e, declinato il volto
tutto il nascose alla nutrice in seno.
Dalle fiere atterrito armi paterne
e dal cimiero che di chiome equine
alto sull'elmo orribilmente ondeggia.
Astianatte si spaventa, non riconosce nemmeno il padre.
E qui salta in evidenza una distinzione tra l'eroe e il padre.
Un padre non è né guerriero né eroe.
Ecco la differenza.
Con i figli non si può essere né eroi né guerrieri.
E se non ci si spoglia mai delle armi, non si può essere
padri.
Ettore sorride a quella reazione del figlio.
Capisce bene.
Sorrise il genitor, sorrise anch'ella
la veneranda madre; e dalla fronte
l'intenerito eroe tosto si tolse
l'elmo, e raggiante sul terren lo pose.
Indi baciato con immenso affetto,
e dolcemente tra le mani alquanto,
palleggiato l'infante, alzollo al cielo
e supplice esclamò: Giove pietoso
e voi tutti, o Celesti, concedete
che di me degno un dì questo mio figlio
sia splendor de la patria…
Per un figlio il padre è solo padre e gli va in braccio sentendosi
sicuro, e il padre lo alza al cielo e lo mostra agli dei.
Se la madre abbraccia il figlio e lo stringe al seno, il padre lo
alza al cielo e lo mostra agli dei.
Ma c'è una frase che sigla la paternità i n maniera
chiara: non più un gesto, ma un augurio.
…Deh! Fate
che il veggendo tornar dalla battaglia,
dell'armi onusto de' nemici uccisi
dica talun «Non fu si forte il padre».
Ecco il desiderio di ogni padre: che il figlio possa essere meglio
di lui.
A questo quadretto segue il saluto, accarezzando la dolente:
…ma nullo al mondo
sia vil, sia forte, si sottragge al fato…
Raccolse, al terminar di questi accenti,
l'elmo dal suolo…
(I versi sono presi dalla traduzione di Vincenzo Monti: Omero, l'Iliade,
Sansoni, Firenze, 1985).
Immagino che possa risultare ora più chiaro il senso della
paternità di Ettore, che è certamente stravolgente
all'interno stesso dell'epica omerica.
Basterebbe dire che neanche Ulisse, l'eroe dell'avventura, risalta
per la paternità, nonostante Penelope, né per la saggezza.
In fondo lo troviamo sovente irato, attratto più dalla curiosità
che dagli affetti.
Ettore è veramente il padre della cultura greca.
Egli diventa una sorta di sinopia per un padre cristiano e per una
famiglia, la quale diventa il sostegno degli affetti che si ergono
prepotentemente accanto e prima dei doveri dell'eroe e del guerriero
caricato di una missione dal "fato".
Ettore è il guerriero che sa essere padre, e per questo sa
togliere l'elmo.
Il padre è una nuova figura: né guerriero né
eroe. Fare il padre è altro.
Con Ettore nasce il padre nella cultura epica della Grecia antica.
Una figura straordinaria.
Più affascinante e convincente di quella achillea
Il
vecchio Priamo
C'è un'altra scena dell'Iliade in cui ritorna la figura del
padre, questa volta del vecchio padre.
Ed è nell'ultimo canto, il ventiquattresimo.
Achille non intende dare sepoltura a Ettore, e Priamo - il vecchio
padre - decide di andare dal vincitore del figlio a implorarne la
restituzione del corpo per una degna sepoltura. Qui la figura dei
figli va in penombra e la scena è ripresa dal vecchio padre
di Ettore, il quale incontrando Achille gli ricorda suo padre morto.
Divino Achille, ti rammenta il padre
il padre tuo, da ria vecchiezza oppresso
qual io sono…
Abbi ai numi rispetto, abbi pietade
Di me: ricorda il padre tuo…
Il ricordo del padre commuove il cuore di Achille e trasforma la
sua ira, il suo bisogno di distruggere non solo la vita di Ettore
ma anche il suo cadavere.
Membrando il genitore, proruppe in pianto;
e preso il vecchio per la man, scostollo
dolcemente. Piangea questi il perduto
Ettore ai piè dell'uccisore, e quegli
Or il padre, or l'amico (Patroclo), e risonava
Di gemiti la stanza…
Insomma i vecchi padri portano un'aria di distensione pur nel dolore,
e Achille pronuncia le famose parole:
Buon vecchio…
potrai dell'alba all'apparir vederlo
e via portarlo.
Qui si ripristina il ciclo di Ettore, padre di fronte ad Astianatte
ma lui stesso figlio di fronte a Priamo padre.
Ognuno è insomma padre e figlio.
E il dolore di Priamo, come avverrebbe per qualsiasi padre, è
di vedere morto il proprio figlio, quando la legge della natura
stabilisce che il primo porti a sepoltura il secondo. Un dolore
che sembra insostenibile.
Ch'io mi sono più misero, io, che soffro
di sventura che mai altro mortale
non soffrì…
E si deve tener conto che allora, come del resto nel periodo storico
in cui si colloca Abramo, la differenza tra padre e figlio era vistosa.
Priamo, Abramo, li si immagina come vecchi con i lunghi capelli
bianchi, una barba che ormai seppellisce il volto di un uomo che
ha molto vissuto.
Un padre fragile, stanco.
Il padre della grande pittura che dal Trecento giunge fino al Seicento.
Gli occhi profondi, lucidi, lo sguardo che sa di pietà e
mai di condanna (persino il Padre dei Giudizi universali).
I
papà di oggi
Il papà del tempo presente invece è un padre strano.
A dominare oggi è la sua immagine giovanile.
Un adolescente che avesse sedici anni con un padre di quaranta,
fino alla seconda guerra mondiale riteneva suo padre vecchio, con
un'aspettativa di non più di cinque-sei anni di vita.
Adesso è invece un padre-giovane che non ha nulla di quella
senescenza che lo avrebbe caratterizzato in passato. Basta pensare
che allora era "normale" mancare di alcuni denti - il
che significava anche biascicare le parole - avere labbra invaginate.
Il cambiamento enorme ha indotto l'idea di un padre-amico, di un
padre che può fare le stesse cose di un figlio, che magari
si accompagna ad una ragazza della stessa età del figlio.
Un padre che fa sport agonistico, e nel footing è
più atletico dei propri figli, che racconta di prestazioni
d'amore tali da far impallidire i giovani.
Quella attuale è una figura fisica di padre meno distinta
e meno identificata rispetto a quella del figlio.
E viene così meno quel rispetto che prima di essere mentale
è naturale, essendo legato alla fisiognomica, alle caratteristiche
del corpo.
Se il volto del bambino ha una configurazione che accende la protezione
e porta a vincere la violenza, la figura del vecchio richiama il
bisogno di aiuto, di difesa, e quindi attribuisce al giovane - senza
leggi scritte - questo compito, come se si capovolgesse la situazione:
da un padre protettivo ad un padre che ha bisogno di protezione.
Questo gioco è mutato, e l'aspetto della biologia, meglio
della "natura", non serve più.
Tutto può venire stravolto, tutto finisce per legarsi alle
idee, agli interessi, e il controllo delle idee è più
fragile di quello della biologia e delle risposte biologiche.
E allora tra padri e figli si accendono guerre, e un giovane arriva
ad ammazzare il padre, che però non è vissuto come
vecchio ma come un competitore, quindi come un nemico.
Se cambiano le percezioni, allora mutano anche i comportamenti dei
figli verso i padri e tutte le varie relazioni dentro la famiglia.
Per questo ci si attarda volentieri tra queste due figure straordinarie
di padri: Ettore e Priamo, e si fatica a rientrare nella nostra
quotidianità, in mezzo a padri che non ci sono.