da l'Avvenire
di Vittorino Andreoli 
Padova,
30 marzo 2004
Il diario di un papà rivolto alla figlia che si
droga rivela langoscia, lincapacità di essere genitore: è
mancata una figura fondamentale e la ragazza ha cercato un sostituto e ha pensato
di trovarlo nelleroina.
Del
tutto diverso il caso dellilluminista Pietro Verri, preoccupato di impostare
una relazione responsabile con la figlia Teresa. Una sua lunga lettera datata
1777 testimonia la volontà di dare criteri di educazione ben saldi.
Vogliamo
portare l'attenzione sulla relazione padre-figlia, dovendo riconoscere che è
tendenza spontanea pensare il rapporto tra padre e figlio come un dominio privilegiato,
e di ritenere invece secondario o di minore importanza quello con la figlia.
Ciò
ha indubbiamente un fondamento storico, pur se occorre tener conto che oggi si
è indotti - almeno sul piano verbale - a negare una qualunque distinzione,
e a sostenere che non esiste più alcuna differenza tra figlio e figlia,
sia nella percezione che i padri hanno, sia nella specificità degli stili
educativi.
Questa spinta paritaria, che dura ormai da trent'anni, comporta
degli stravolgimenti che si estendono ben oltre le scelte sul tipo di approccio
educativo.
Se infatti, il concetto di parità totale trova fondamento
in quello di persona, di diritti, di uguaglianza - difficilmente discutibile -
non v'è dubbio che esso invece non regga quando si pongono al primo posto
la dimensione biologica e quelle differenze tra maschio e femmina che si legano
a funzioni nettamente specifiche.
Mi riferisco al corpo di una donna che è
organizzato per generare, il che non si lega solo alla meccanica fisiologica e
al suo funzionamento, ma ha riflessi enormi sulla personalità e sul mutamento
cui la donna stessa va incontro prima e durante la gravidanza, e poi nel primo
periodo della maternità. Quando, cioè, a seguito di modificazioni
ormonali, si assiste ad una vera metamorfosi finalizzata alla difesa del nascituro
o del nuovo nato: pensiamo alla diminuzione dell'aggressività, a una maggiore
capacità di subire frustrazioni, alla disposizione ad accudire.
Insomma,
se poniamo la biologia come «maestra di vita» sembra difficile sostenere
la parità tra un figlio e una figlia, e quindi la negazione di qualunque
distinzione educativa conseguente.
Comunque si voglia inquadrare il problema,
è indubbio che oggi si predica la parità ma si assiste, di fatto,
a distinzioni che trovano resistenza proprio nelle caratteristiche biologiche
che certamente differenziano nettamente una figlia da un figlio.
Questa sottolineatura
non è frutto di un gioco perverso o residuo di vecchie ideologie. Si lega
piuttosto al dilemma tra biologia e cultura, e dunque all'importanza della prima
rispetto alla seconda, o almeno all'effetto della biologia dentro la cultura.
Analizzando
bene tale conflittualità, che ogni padre avverte quando si relaziona con
una figlia o con un figlio, ci si imbatte facilmente in un'epoca storica in cui
la distinzione era netta: l'illuminismo.
Pietro
Verri, nel 1777, scrive A mia figlia, lettera indirizzata a Teresa, da poco nata.
Lui, il padre, ha 52 anni. È il 6 agosto, quando appunta:
«Avete
due denti incisivi: oggi per la prima volta avete pronunziato papà»,
Teresa è piccolissima e lui, il padre, vecchio per quell'epoca, sente forse
di non avere il «tempo» per poter impartire i propri principi durante
la crescita e allora li riunisce in questa lettera (chiamata anche «Ricordi
a mia figlia»).
Teresa è figlia, oltre che di Pietro, di Maria
Castiglioni, la quale è nipote del Verri, in quanto figlia di una sorella.
Sposa che ha solo ventun anni.
Verri fa parte di una famiglia di grande
rilievo sociale ed è un rappresentante dell'illuminismo in Italia, tanto
da poter affermare che in questa lettera sono racchiusi i principi di pedagogia
femminile illuministica.
Risalta subito la distinzione tra figlio e figlia,
e dunque dell'essere padre di una figlia o di un figlio.
«L'uomo, o
per la carriera delle armi, o per l'ecclesiastica, o per le scienze, o per le
cariche civili, ha il mezzo di forzare le dicerie popolari a tacere, e va da conquistatore
sottomettendo l'opinione.
Ma la donna manca di queste risorse.
Debole,
gracile, e timida per sua natura, non ha per mezzi che la dolcezza, la placida
bontà, le virtù del cuore.
Questi sono i pregi che le procurano
un marito, che la affezionano, e che la conducono a quel grado di felicità
cui può aspirare.
Le virtù stesse sembrano divise in gran parte
per appannaggio dei due sessi: un giovane robusto, ardito, impetuoso, piace; una
figlia, se fosse tale, dispiacerebbe.
La
virtù sua è la modestia, il contegno: un po' di timidezza, la sensibilità
squisita, la compassione, qualche poco ancora d'imbarazzo nella sua persona, formano
il di lei pregio.
Una donna decisa, aspra e di franchezza, spiace, e sembra
affumicata dalle pipe d'un corpo di guardia».
Se questa è la premessa,
ne conseguono necessariamente criteri di educazione addirittura opposti tra maschio
e femmina, proprio perché l'educazione deve tendere a rendere manifeste
da una parte le doti di lei e, dall'altra, quelle di lui. Ed è indubbio
che per formare una donna timida oppure un guerriero spavaldo le tecniche devono
essere necessariamente antitetiche.
La donna deve essere amabile e per
questo deve essere felice:
«Ricordatevi, cara figlia, che le persone
anche di merito distinto, quando sono infelici, cessano di esser amabili».
Per essere felice, e proprio per questo, la donna non può diventare importante
e aver successo pubblicamente.
Il Verri sostiene che a dominare il successo
sono le passioni, ma al contempo la passione è nemica della felicità,
che è l'obiettivo della donna.
«Le passioni hanno inventate o
perfezionate le arti tutte, siccome hanno prodotto i tratti più insigni
delle più nobili e delle più infami azioni...
Sarebbe ignoto
il nome di Montesquieu, di Newton, di Galileo, di Tiziano e di simili uomini se,
animati da una avidissima passione di gloria, non avessero fermamente e costantemente
superati i difficilissimi travagli, la lunga noia e l'ingiusta freddezza degli
uomini...».
Dunque, il successo e l'affermazione sono generati dalle
passioni.
«Ma chiederò io: l'uomo animato da violente passioni,
è egli più felice dell'altro che le ha moderate?»
La risposta
è a questo punto chiara: l'uomo di successo è un passionale, e le
passioni danno il successo ma mai la felicità, perciò la donna deve
stare lontana dalle passioni, persino da quelle amorose. Nella scelta del marito
serve essere prive di passione.
«Conseguenza di ciò, importantissima
cosa è che non siate appassionata, e che la scelta del marito sia fatta
a sangue freddo...
Temete di voi stessa e di una scelta rovinosa, se avete
una passione; e credetemi che sarebbe un paradosso apparente, ma una sensatissima
ragione, quella di una donna che confidandosi ad un'amica dicesse:
"Sposerei
il tale, se non fossi innamorata"».
Nell'educazione femminile vale
il principio di non stabilire mai legami stretti, e mai con eccessivo coinvolgimento
del sentimento.
Deve dominare insomma l'equilibrio e mai l'eccesso. Così
l'amicizia diventa un pericolo per la donna:
«Cara figlia, l'amicizia
è comunemente una chimera...
Il miglior partito è quello di
usare cortesia ed onestà a tutti, ed amicizia non legarla con alcuno».
In definitiva:
«Le donne conseguentemente più amate sono
quelle che meno amano».
E Verri continua:
«Io credo che non
vi sia che la sola infelicità e miseria che possa spingere ad affrontare
le fatiche, ed a costantemente sostenerle; e senza questo sforzo continuato non
si esce mai dalla mediocrità».
A questo deve tendere la donna
per essere felice.
Per l'illuminismo - si sa - Dio è una pura illusione,
segno che la ragione non ha ancora dominato la superstizione e le passioni. Si
tratta dunque , nel caso della religione, di una dimensione da togliere dal mondo,
e la Rivoluzione francese, nata sull'onda dell'illuminismo, vi ha tentato.
Ebbene,
la religione è importante per la donna: come dire che un conto è
la religione coniugata al maschile, un altro se è in funzione dell'educazione
femminile.
«Volete vedere Dio?
Mirate l'immensa volta del cielo,
una bella notte stellata... Volete veder Dio?
Prendete un microscopio e rimirate
i minimi insetti. Volete veder Dio? Riflettete sul dolce sentimento di consolazione
che provate praticando virtù...
Chiunque vi dice:
"Adora Dio
e credi all'eterna verità, dice bene"». Probabilmente ad un
figlio maschio si sarebbe invece detto che guardando il cielo e dentro un microscopio
si parte per scoprire, attraverso la scienza, quanto la verità si lega
alla ragione, non certo alla fantasia o alla superstizione.
Anche il valore
della sincerità per una figlia è da valutare diversamente rispetto
ad un figlio.
«Se volete essere amabile, e godere della stima generale,
non dovete esser nemmeno troppo sincera...
Voglio dire, che dovete lasciar
sempre un velo sopra di voi stessa, in guisa che si conosca che il vostro animo
non è arditamente scoperto...
Un corpo nudo, del resto, non è
mai tanto voluttuoso ed interessante, se non quando sia destramente adombrato
da un velo.
Una bella faccia istessa, velata che sia, ancor più seduce...
Siate piuttosto una bella notte, anzi che un bel giorno».
Verri
indica anche altri precetti.
«La cortesia è il segno dell'educazione
nobile...
Il pregio principale della donna è la dolcezza e la modestia:
laddove l'ardire è il pregio dell'uomo...
La donna di vero spirito
tiene le sue cognizioni per sé...
Ella è piuttosto l'organista
che sa toccare opportunamente il tasto, che la canna strillante d'organo...
Bisogna
anche astenervi da una certa allegria di schiamazzo e di baccanale. Un uomo ha
una spada, e con quella può far rientrare nel suo dovere chi gli manca
di riguardo...
una donna deve prevenire ogni insulto, ogni offesa...
Lavatevi
soventi volte, e cambiate spesso i lini che toccano le carni; tenete monda la
bocca e i denti, acciocché il vostro fiato sia piacevole». (Pietro
Verri, A mia figlia, Sellerio, 2003).
Risalta da una parte la lontananza
- almeno storica - di alcuni suggerimenti educativi, ma anche l'attualità
di molti altri, seppur trattati con discrezione di padri, per paura di una loro
inadeguatezza.
Per congiungerci - con un salto - alla sensibilità dei
nostri tempi, scegliamo un riferimento forte e allo stesso tempo drammatico:
Lettere di un padre alla figlia che si droga, di Luciano Doddoli. La prima missiva,
apparsa su «Paese Sera», è del 1 marzo 1982. Doddoli è
un giornalista, appartenuto al Partito comunista in modo assai attivo, che scopre
di avere una figlia dedita all'eroina.
La figlia non vive con il padre,
in quanto egli è separato dalla moglie. Quando scrive, Doddoli ha 53 anni,
lei 20.
Francesca ha scelto la «strada» (se si può parlare
di scelta nella dipendenza da droga) e il padre si scopre assente, talmente assente
che preferisce scriverle invece di starle insieme.
«Ed io scelsi di
star qui a scriverti come ho fatto, piuttosto che inseguirti per le troppe strade
di Roma, con il dito alzato del mio giudizio, a volte soffocando a volte esplodendo
la rabbia che mi facevi, senza mai riuscire a inventare la giusta misura».
Ciò che colpisce è la sensazione di un padre, che non sa cosa
fare e che si arrovella nella colpa.
Se il padre dell'illuminismo, quello
storico e quello residuale che oggi sopravvive dentro ciascuno, appariva sicuro,
con principi chiari, quello di oggi è il padre del dubbio, un padre che
non si riconosce, che non sa cosa voglia dire fare il padre.
E questo disagio
risalta in modo evidente anche per la situazione drammatica della figlia che si
droga, e non lascia spazio a falsità o dissimulazioni.
«Dunque,
Francesca, tu se
i la mia ennesima vittima, la più illustre e la più
innocente. Mi par di essere cresciuto sulle tue spalle esercitando una sorta di
amore interessato e feroce sotto il quale tu impallidivi e nell'esercizio del
quale io andavo trovando una mia distorta identità. Pian piano ti andavo
uccidendo, sia pure per amore, ma per amore di me stesso».
Una frase
sconvolgente, che mette a soqquadro ogni relazione tra padre e figlia.
«Ma
c'era qualcosa a monte di questi fatti contingenti: la tua vulnerabilità
e la mia assenza... Della tua vulnerabilità la droga non è che uno
dei segni, come l'assenza non fu che una delle manifestazioni della mia crisi...
La fuga nella sostanza non è che l'avviso più banale di una
generale incapacità a convivere».
Un padre assente: «Se
non ci fossero le fotografie a testimoniare le fasi della tua crescita mi convincerei
che sei stata messa in culla la sera che sei nata e che ti sei alzata, da sola,
la mattina dopo stringendoti addosso la camicia da notte perché non ti
vedessi il seno...
Non ricordo nulla, dunque, della tua infanzia».
E ora, «mentre tu vivi il tuo presente al quale non ho accesso, io cerco
di esaurire i miei traumi».
Ed ecco, ancora, la colpa:
«Ora,
mentre scrivo, sono sicuro che la cagione del tuo malessere consiste in questa
mia cecità, il lungo sonno. Vorrei correre a dirtelo. Portarti la soluzione
del problema: ecco, Francesca, ho trovato, non è colpa tua, io non ti amavo».
Cosa
fare?
«Occorre dunque da parte tua una complicata operazione che è
quella di uccidere il padre, cioè la sua ombra...
Il metodo che tu
hai intrapreso, quello di ignorarlo, è insufficiente anche se di solito
il più adoperato.
Ma io non voglio morire ai tuoi occhi.
E me ne
sto qua tutto solo tentando di reinventare il padre e la figlia che non fummo
mai».
Si sente l'angoscia del padre, dentro l'impotenza o forse dentro
la sua mancata paternità.
«La mattina, dopo la prima tazza di
caffè, il mio rimorso diventa l'elemento ordinatore dell'esperienza».
E sente quella che chiama con una frase felice, la "nostalgia di futuro".
«È bastato scavare poco per sentirmi di lasciare questa paternità
del c. che ho imparato non so dove e non so da chi».
Ecco tornare qui
i ricordi e la propria immagine di figlio che, a sua volta, non ha avuto un padre:
il padre che non c'è, un'assenza che si tramanda da padre a padre.
«Mio
padre non mi dava quello che doveva dare, ma siccome io non potevo dirglielo e
nemmeno pensarlo tutta la colpa era mia e io provavo vergogna dinanzi a mio padre.
E poi: io non ti ho dato tutto quello che dovevo darti, ma ero il responsabile,
tu ti vergogni di me.
Oppure, tu non mi dai quello che mi devi dare ma io
non posso dirlo e neppure pensarlo, perché forse voglio altre cose; allora
la colpa è mia ed io non so neppure farti una carezza e mi vergogno di
te.
Infine: io non so darti quello che ti debbo dare e neppure tu.
Io
assumo le tue colpe e tu le mie. E non ci incontreremo mai». (L. Doddoli,
Lettere di un padre alla figlia che si droga, Rizzoli, 1982).
Sembra la
sentenza sull'impossibilità di essere padre di una figlia d'oggi. Comunque
si intenda leggerla questa storia di dolore, si deve concludere che è mancato
un padre, e che una figlia senza padre ha cercato in giro qualche sostituto e
ha trovato l'eroina.
Da un Verri padre, che sa tutto e può scrivere
in una lettera alla figlia i segreti per essere felice, a Doddoli padre del dubbio
e della tragedia.
Un padre illuminista e uno a noi contemporaneo: immagini
di padre alla ricerca di un padre per le figlie del nostro tempo.