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Vendicare o punire
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Se le colpe dei figli pesano sui padri
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Letteratura, padri da buttare?
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Ettore: il prototipo del padre
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Abolire il carcere
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Stato penale globale
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Una Milano da progettare
29/09/03
L'assenza della ragione
Umberto Galimberti
Meno processi, ridurre il ricorso al carcere
02/09/03
Thesaurus - parole scelte
Un altro padre è possibile
Vittorino Andreoli

da l'Avvenire di Vittorino Andreoli

Padova, 13 aprile 2004

Un ruolo «a tempo pieno», in armonia con il resto della famiglia.
Le variabili di tipo sociale o culturale non contano: sulla scena domestica un manager non è più avvantaggiato di altri. Occorre un carisma che ha come prima regola l’esserci, la presenza Una figura «flessibile», perché cambia con il variare delle esigenze alle quali si trova a rispondere. Per evitare di trasformarsi in un «tecnico», deve avere il coraggio di interrogarsi sulla sua capacità di stabilire relazioni d’amore

Il padre è necessario.
Eppure non è facile dire come debba essere o come debba porsi questo padre necessario.
Anche dal nostro mini-viaggio effettuato tra varie figure di padri che la storia e la letteratura hanno sbalzato, non ne è emerso un preciso modello.
Di sicuro si può affermare che quando si pone in un profilo negativo, la figura paterna finisce per condizionare e contrastare pesantemente la crescita dei figli.
Forse per questo: «Si potrebbe dire che oggi anche gli uomini hanno imparato a fare le madri, ma purtroppo il padre non lo vuole fare più nessuno» (S. Argentieri, 1996).
Insomma, siamo come dentro un labirinto complesso. Per questo merita impegnarsi per delineare un progetto di paternità adeguato ai bisogni che i figli d'oggi presentano.
Potremo con questo intento cadere forse in schematismi eccessivi, ma tale è il bisogno del padre che il rischio merita senz'altro di essere affrontato.
Vediamo il padre come adulto dentro una relazione stabile, nell'ambito della famiglia, la quale è sì un luogo fisico, ma soprattutto relazionale, luogo cioè di legami.
Non è possibile cioè isolare il padre rispetto agli altri componenti della famiglia, né appartare il legame padre-figlio dagli altri legami familiari, poiché ogni figura risente contemporaneamente delle altre e delle loro distinte relazioni: tra i diversi fratelli, tra padre e madre.

Non è una funzione che si esprima separatamente, né solo una caratteristica solitaria, ma una relazione che «dipende» da entrambe le parti interessate, oltre che dal contesto in cui questo legame si dispiega attivamente. Comunque in modo continuo, non saltuario.
Ciò comporta che il padre sia una «presenza», perché solo così si possono determinare relazioni attive e concrete, a cui rapportare i problemi della vita quotidiana.
Il rapporto con il padre peraltro è centrale nella vita di un figlio, per questo la stessa persona può risultare padre in maniera diversa con figli diversi.
Un padre fuori del rapporto con il figlio è tante altre cose: professionista, impegnato nel sociale, marito, a sua volta può essere figlio se in casa c'è ancora suo padre. Uomo con diverse sfaccettature, ma che diventa padre solo in relazione al figlio, e nulla può surrogare questa relazionalità o meritare dall'esterno la collocazione propria e esclusiva della paternità.

Sarebbe un errore pensare che un manager, per il fatto di coprire un ruolo sociale di rilievo, si trovi per ciò stesso in una condizione o di favore o di svantaggio nel suo essere padre.
Lo stesso dicasi per le risorse economiche a disposizione, e per il grado di istruzione.
Di queste variabili nessuna è in sé limitante o vantaggiosa.
Semmai contano, o possono contare, le caratteristiche etiche, la percezione del valore globale di una persona: il suo carisma, la sua credibilità.

Non ci sono neppure tratti di personalità o tipologie specifiche che si siano rivelati più confacenti alla paternità.
Potremmo dire che tutte le combinazioni possono originare buoni o pessimi padri; piuttosto è vero che, a seconda delle proprie peculiarità, ogni padre deve decidere come usarle e come controllarle nell'esercizio del proprio ruolo.
Un tipo generoso dovrà stare attento a non gratificare anche quando non se ne dà l'occasione; così come un tipo severo dovrà stare attento a non porsi pregiudizialmente in modo negativo dinanzi a qualunque esperienza del figlio.
Nego che esista un'anatomia aurea del padre, visto che egli si esprime comunque in rapporto ad un ambiente e ad una relazione determinata anche da altri, in particolare dal figlio e dai suoi bisogni che sono di volta in volta specifici quanto mutevoli.
Essenziale invece è l'esserci, il porsi come presenza tipica, stabilire quella relazione come legame continuo e dunque stabile, saper suggerire fiducia e quindi stima, sentirne persino il fascino.
Che poi è la base del carisma.
Queste energie attrattive fanno parte della relazione, motivo per cui quel legame diventa qualche cosa di voluto.
Lo spazio è tratteggiato già nei suoi confini ma occorre costruire concretamente il legame.

Se si dice che un padre dev'essere flessibile, non è nel senso dell'incoerenza o del voltagabbana, ma della capacità di corrispondere ai bisogni di «questo» figlio che poi variano a seconda dell'età della crescita: i primi tre anni di vita, l'età edipica, l'adolescenza e via via le età successive.
Il padre è figura perenne, anche se il modo di porsi muta in risposta ai bisogni dei figli, che infine si capovolgono quand'è il padre ad essere accudito dal figlio, come capita nella vecchiaia.
Anche per questo si tratta non di una figura immobile, ma che varia a seconda della relazione con il figlio e in rapporto alle combinazioni di età.
Prima di specificare i bisogni a cui un padre deve rispondere occorre affermare un punto essenziale: la natura di tutti i bisogni è affettiva.
E qui si delimita subito il campo che è quello dei sentimenti e, nella loro migliore specificazione, dell'amore.
Proprio per questo la prima domanda che un padre si deve porre, e continuare a porsi, è se voglia davvero bene al figlio.
Domanda peraltro che deve porsi a sua volta anche il figlio.
Il che stabilisce lo status quo di un rapporto ma delinea anche un progetto individualizzato.
Non esiste il padre «tecnico», tipo consulente, esiste semplicemente il padre affettivo, che si modula e si modella su un legame sentimentale.
E la natura di questo legame corrisponde a funzioni essenziali alla crescita. L'insicurezza e la paura si vincono solo dentro la certezza degli affetti, poiché solo così ci si sente accettati e solo così non si portano i conflitti fino alla rottura del rapporto.

Prima di qualsiasi «accordo», occorre rispondere alla domanda sull'amore verso il proprio figlio, e del figlio verso il proprio padre.
Posta questa cornice, tutto è possibile; senza di essa niente di quel che accade avrà le stigmate della paternità.
Il cui nocciolo sta nel coltivare una relazione d'amore.
La variabile rispetto ad altre relazioni è di essere essenziale al figlio, che infatti rende un uomo padre, con il compito di aiutarlo a vivere e a vivere almeno serenamente.
Dai figli non sono possibili separazioni: né di fatto né di legge.
Quando si scopre la mancanza d'amore è un dramma.
Un non-amore si avverte, e poiché il figlio si aspetta di esser amato, il non-amore può portarlo ad atteggiamenti «contro»: contro il padre ma anche contro di sé.

Il vero problema di oggi si situa esattamente su questo crinale.
Dentro un legame d'amore, gli incontri tra padre e figlio diventano necessari, non possono cioè essere lasciati al caso o affidati a urgenze estemporanee.
Quando due persone si vogliono bene, ognuno è interessato fortemente all'altro, perché non può «essere» senza l'altro.
Ecco perché suona semplicemente assurda una giustificazione che ricorre frequentemente e che si dà quando si fanno rari i rapporti tra padre e figlio, con la scusa degli impegni dell'uno o dell'altro.
L'incontro, l'ascolto, lo scambio di problemi e di gesti di affetto si fanno insopportabili.
Certo, gli impegni possono indurre a fare salti logistici o a inventarsi strumenti di comunicazione rocamboleschi, ma il tempo che uno dedica all'altro è necessario, anche quando non c'è un'urgenza specifica che lo richieda. Succede tra due amanti, perché non deve succedere anche tra padre e figlio, ossia che non si può stare divisi?
Questa è l'atmosfera che può soddisfare i bisogni dei figli, che ora possiamo anche meglio definire, pur se in maniera generale.

1. Il bisogno di appartenenza (filiazione): significa poter fare parte (identificarsi) del padre e della famiglia, a cominciare dal cognome. Si tratta di un bisogno interiore, poiché è chiaro che la crescita consiste nella costruzione di un Io, e chi ne è privo agisce in maniera disordinata e pensa di identificarsi nelle proprie azioni, ma di fatto è solo. La solitudine si vince con l'identificazione, e il padre nella nostra società caratterizza il «luogo» di esistenza.

2. Il bisogno di difesa: significa poter contare su un «gruppo» stabile di riferimento per compensare delle debolezze.
E il padre nella storia dell'Occidente è un padre forte, che difende sempre i propri figli perché li ama.
Li difende incondizionatamente, e questo è possibile solo nell'amore.
La difesa sta allora nel legame dei sentimenti.
Quanto più forte è questa difesa, tanto minori saranno le alleanze vicarianti o alternative.
I gruppi svolgono una funzione importante nell'adolescente, ma essi sono tanto più vincolanti quanto meno il riferimento al padre è forte, fino a una sostituzione totale e magari volta ad una identificazione nel gruppo per lottare contro il padre che, a quel punto, non solo non è motivo di difesa, ma veste il ruolo del nemico.

3. Il bisogno di nutrizione: che non va inteso nel senso solo alimentare, ma come nutrimento attraverso oggetti e cose che di fatto si è imposto come un'alimentazione essenziale.
Il padre deve nutrire, poiché avvertire la fame significa sentirsi diversi da coloro che mangiano e persino si abbuffano.

4. Il bisogno di guida: il figlio si trova a fare continuamente delle scelte dentro il quotidiano, dove alcune sono più importanti di altre, ma la capacità di scegliere è una strategia di vita che si apprende anche con il padre.
Una guida dentro l'avventura esistenziale.
E per tale ragione sono indispensabili almeno due caratteristiche: la condivisione e la contrapposizione.
Il figlio deve sentire che il padre condivide un progetto, ma deve poter avvertire anche opposizione, nella dialettica di un confronto capace di modificare l'ipotesi primaria, proprio sulla base della mediazione.
Un padre che si imponga su ogni scelta non svolge questa funzione, e non dà risposta a tale bisogno, e analogamente non funziona il padre che asseconda passivamente, un padre all'insegna del laissez faire.
Il confronto, ossia l'opposizione e la condivisione sono indispensabili.

5. Il bisogno di giustizia nelle relazioni. S'è detto che il rapporto tra quel padre e quel figlio risente per forza delle altre relazioni co-presenti dentro lo spazio familiare.
Ora un segnale molto sensibile è proprio legato al senso della giustizia.
Le disparità nella simpatia o nella dedizione all'uno piuttosto che all'altro figlio, il maltrattamento psicologico o fisico del padre nei confronti della madre, sono circostanze che interferiscono nella relazione specifica fino ad alterarla e a renderla non funzionale.
È dunque evidente che occorre - da parte del padre - un forte senso della giustizia familiare, che è in definitiva un'applicazione sul microgruppo di un criterio sociale di rispetto più ampio.
E ciò non poteva funzionare quando, com'era tradizione, il padre stabiliva relazioni dominanti con i figli maschi e tra essi con il primogenito, oppure quando il rapporto marito-moglie era all'insegna di una asimmetria da dipendenza se non da schiavismo.
La famiglia diventa allora un luogo di lotta: aperta o mascherata, non certo luogo dei sentimenti e dell'esercizio dell'amore continuo.
E non pensiamo ad un luogo utopico, ma ad una casa ove vi sono dei contrasti, che però vengono ricondotti, e con molta convinzione, dentro una certezza affettiva che non può intaccare le sicurezze dei legami dell'amore.

E i bisogni dei padri?
Ci sono oltre che i bisogni della figliolanza anche quelli della paternità?
Certo, devono anch'essi essere soddisfatti per non perdere in motivazioni e per non trasformare il ruolo paterno in una serie di frustrazioni e di delusioni.

1. Il bisogno di autorità.
Esprime il desiderio di essere considerati credibili e di valore.
Un riconoscimento importante, forse il più importante, che non ha nulla a che fare con i riconoscimenti sociali e professionali.
Ed è un bisogno così forte che, se non soddisfatto, può portare a manifestazioni di patologia dell'autorità come l'autoritarismo, l'imperio e il potere fine a se stesso. È questo il dramma di molti padri: aver perso l'autorevolezza e doverla conquistare, sapendo che non c'è alternativa, poiché solo l'autorità gratifica stabilmente, mentre l'imperio può soddisfare nel momento, ma poi lascia tristi e spesso nella colpa.
In questo bisogno si inserisce il piacere della stima, sentire che il figlio percepisce il padre forte, di valore.

2. Il bisogno di continuarsi nel figlio.
Scrivere un pezzo di storia, entro la micro-storia della propria famiglia, nella quale si raccoglie il testimone dal proprio padre e lo si trasmette al proprio figlio.
Si lega ad un imperativo biologico che è quello di far persistere il proprio genoma, la propria presenza sulla terra. Il proprio senso, la propria identità storica che si prolunga nei figli dei figli.
In questo processo entra anche la memoria, il bisogno di esser ricordato dopo la morte.
Portato all'estremo, questo bisogno lascia intravedere un germe di immortalità o di vittoria sulla morte che si gioca proprio in tale continuità.
La sensazione di fare per sé, facendo per il figlio.
E c'è quel senso del «mio» figlio o figlia, quella partecipazione del padre alle vittorie di lui, e da parte del figlio a quelle del proprio padre, parti di un insieme che si fa unitario.
Il piacere di sperare che il figlio faccia altrettanto bene, o meglio del padre, e la gioia che i traguardi del padre siano finalizzati al figlio.

3. Il bisogno di sentirsi necessario: avvertire di aver un ruolo essenziale e di doverlo svolgere, perché sulle «proprie spalle pesa il destino dei figli».
Questa frase che talora sa di lamento, esprime bene invece il desiderio di faticare per questa indispensabilità.
Ed è tempo che l'essere necessario si misuri sul piano della relazione, e quindi di un legame che si pone in quanto esistente in quel ruolo paterno invece che nella funzione di mero benessere economico.
Potremmo chiamare questa funzione anche: bisogno di aver un senso per il figlio, e più in generale per la famiglia. Un bisogno straordinariamente importante, poiché talora la funzione sociale può essere debole o di poco conto, ma a casa, in quella relazione, si diventa essenziali.
E l'esempio dell'amore è ancora utile: per chi ama la persona amata è tutto, indipendentemente dalla ricchezza, dal ruolo sociale, dalla sua storia.
E nell'amore si acquisisce un senso che fuori di quella relazione appare impossibile.

4. Il bisogno di avventura: voglia di godere nello scoprire un albero che cresce e che anni addietro era stato piantato dal padre, e vederselo fotografato nelle aspettative, ma anche nella sua capacità di sorprendere e di meravigliare per aspetti imprevisti e nuovi.
L'avventura è l'insieme di un'attesa, ma anche della meraviglia di ciò che non ci si aspettava.
E un figlio è un mondo straordinario in continuo mutamento, sempre nuovo tanto da spingere il padre a cambiare per fare sì che il legame sia reciprocamente adatto.
Questi bisogni del padre si devono incontrare con i bisogni dei figli, e tendere a una combinazione che sia nel contempo anche risposta reciproca e gratificante.
E la cosa non solo è possibile, ma persino facile.